- Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni - http://www.cabaretbisanzio.tk -

Marginalia di Edgar Allan Poe

[1]Gran libro questo Marginalia di Edgar Allan Poe – ma forse sarebbe meglio dire che Poe è un grande artiere in questi marginalia che compongono un libro par hasard. (Inizio così, seguendo un suggerimento del Nostro, p. 28: «Rischio per rischio, meglio piazzare qualche vivida frase imprimis, a mo’ di campanello elettrico per il telegrafo»). Già, perché Marginalia – alla lettera note scritte a margine, glosse, commenti –, titolo immaginato da Poe per i contributi (suoi) brevi e brevissimi pubblicati via via dalle riviste letterarie, tra 1844 e il 1849… Marginalia dunque, da cui ricavò l’aggettivo marginalic – una nonce-word che piazzò nell’Introduzione, e cioè in quel suo primo intervento uscito sulla «Democratic Review» del 1844 (vol. XV, pp. 484-94) per definire uno stile di ‘ragionamento’ o di ‘pensiero’ –, ebbene, Marginalia non divenne un libro che dopo la sua morte avvenuta il 7 ottobre del 1849.

Dico par hasard con certa ‘superficialità’ avendo Poe corretto e integrato il suo materiale, ripubblicato l’Introduzione un lustro più tardi, nel maggio del ’49, e conservato un manoscritto – con tutta evidenza in vista di una pubblicazione.* Fu Rufus Wilmot Griswold, oscuro esecutore testamentario del Nostro, a pubblicarli, nel 1850, facendoli precedere da un Memoir (Preface) in cui, accreditandosi quale buon conoscente e contestando quanti gli rimproveravano il livore del necrologio uscito sul «New York Tribune» del 9 ottobre 1849, perseverava nella ‘riprensione’ del defunto. Che sarebbe stato anzitutto un plagiario. Qualche esempio: The Pit and the Pendulum sarebbe un rifacimento di Vivenzio, or Italian Vengeance (in «Blackwood’s Magazine»); The Haunted Palace un plagio di Beleaguered City di Longfellow (quel Longfellow che in Marginalia Poe, p. 93, definisce «senz’altro il più ardito imitatore d’America» e, «nel complesso, notevolmente originale»); e, ancora, non si conterebbero le scopiazzature da Coleridge, in Marginalia, sicché il curatore preferisce ometterle.** Le edizioni successive, fino a quella del 1985 curata da Pollin, che ripristina l’ordine originale e include i Supplementi dell’edizione Griswold, ricalcano, con esclusioni o variazioni nell’ordine, quella del 1850. Per esempio l’edizione curata J.H. Ingram dei Poems and Essays (Edinburgh, 1875) adotta, per Marginalia, un bizzarro ordine alfabetico con l’inclusione di titoletti.

Le linee che precedono – e quelle che seguono –, oltre a fornire notizie – credo utili – che la nuovissima edizione Adelphi*** non fornisce, mi offrono uno spazio di risonanza, come direbbe Blanchot, per parlare di quest’opera curiosa, bizzarra e caustica. Torno perciò per un momento al nostro ‘calunniatore’, a Rufus Griswold, a quel passaggio del suo Memoir dove dice che Poe (traduco) «nella critica […] aveva ‘una precisione scientifica e la coerenza della logica’»; ed anche «una notevole destrezza nell’analisi delle frasi» e che, tuttavia, «raramente risaliva dal particolare al generale, dai soggetti ai principî»; e che, insomma, «aveva familiarità con il microscopio ma non aveva mai guardato attraverso il telescopio» (le illazioni successive lasciano il tempo che trovano). Griswold non ha qui del tutto torto: i commenti, le glosse, i mini-saggi indugiano spesso sulla minuzia ‘anatomica’ (utilizzo una parola impropria), si tratti dell’impiego di un avverbio (in Dickens e Bulwer), della traduzione di una parola, dello stile di Tizio o di Caio (di tale Gibbon, p. 24 sgg.), della spiega del dott. Lardner sulle differenza di dimensioni tra il sole al tramonto e al meriggio (p. 30 sgg.), eccetera eccetera. D’altra parte l’idea di Poe – quella della glossa, del commento a margine – esige l’attenzione per la minuzia, ingeneri poi, oppure no, un propos di carattere generale. Ovvio lo specillo, insomma. Ma Griswold ha anche torto giacché ci sono altrettali esempi di considerazioni generali o generalissime: le pagine sul teatro (p. 101 sgg.), sul genio, sulla morale e sulla filosofia, sulle scienze, sull’arte. Oppure si legga il seguente passaggio che non ha bisogno di commenti (o debbo davvero fare il nome di Baudelaire?): «Semmai a qualche ambizioso venisse l’estro di rivoluzionare, in un solo sforzo, l’universo mondo del pensiero umano, dell’opinione umana e del sentimento umano. Ne ha tutta l’occasione […] Non dovrà far altro che pubblicare un libriccino. Il titolo dovrebbe essere semplice – poche parole chiare: Il mio cuore messo a nudo. Il libretto deve tener fede al titolo» (p. 134). «Un’opera già profetizzata come assoluta e impossibile» scrive Rella da qualche parte. Ah l’insidia della suggestione!

Non lasciamoci distrarre. Nella più volte citata Introduzione, Poe dà a intendere di possedere una biblioteca non troppo grande «ma sufficientemente assortita» e «non poco recherchée» (p. 13). Afferma anche di acquistare libri che non difettino di margini spaziosi onde poter annotare i suoi marginalia, le sue annotazioni. Tutto ciò è finzione. John Robertson, che Pollin ci descrive come «un indefesso collezionista di libri», nega il caso di queste epigrafi marginali,**** le quali, tutto al contrario, instillano invece il dubbio – afferma ancora Pollin – di una compilazione sbrigativa, occasionale, dettata dagli impegni redazionali. Il curatore affida poi a una nota della più volte citata Introduzione il seguente ricordo di Mary Gove del 1863 in visita al cottage di Fordham nel 1846: «In salotto una libreria pensile completava l’arredo. Esponeva preziosi esemplari sugli scaffali, con Browning al posto d’onore». Ceduti, dispersi nei traslochi, i libri di Poe, alla fin fine, sono in numero esiguo (Disraeli, Bielfeld, Lytton, H. B. Wallace…). Eppure, continua il curatore, la sua cultura letteraria sconcerta. Ora, i Marginalia, in proposito e a mio sommesso parere, contengono una specie di confessione. Poe parla di erudizione e dei possibili calcoli mirati a quantificarla; ebbene, tutti questi calcoli sono sbagliati giacché una lettura ‘svagata’ coglierebbe una parola su dieci (e in ciò nulla di male); inoltre il lettore esperto, il bibliofago, «si limiterà a gettare uno sguardo alla pagina». Morale: «Frutto di un’educazione ben radicata, rigorosa e assidua alla lettura sarà, per certe categorie dell’intelletto, l’istintiva e apparentemente magnetica valutazione dello scritto; ormai lo studioso legge per pagine quanto gli altri parola per parola» (p. 23). Vi è qui, in nuce, la tecnica compilativa dei Marginalia – i quali, poi, dovranno molto, e apertamente, ai Jeremy Taylor, ai Thomas Browne, ai William Temple (questi li menziona Poe); oppure a Bielfeld, a Jacob Bryant, a Isaac Disraeli, a Dominique Bouhours, a Rochefoucauld, a Colton, a Burdon (questi li menziona Pollin)… a Hazlitt…

I Marginalia piacquero a Baudelaire, piacquero a Valéry (piacque a Valéry anche il Poe di The Philosophy of Composition, con che si trovò un’occupazione: guardarsi scrivere); i Marginalia potrebbero piacere anche al lettore oggidiano. Purché culto. Perché le glosse, i commenti, i ragionamenti di Poe somigliano un po’, per la loro frammentarietà (granularità), ai contenuti – ovviamente a quelli più ‘sofisticati’ – offerti dalla rete.

Opera encomiabile quella di Adelphi che recupera un libro fuori catalogo consegnandolo alla sua collana economica (Gli Adelphi). Un rilievo: un apparato di note e un indice analitico sarebbero stati assai utili.

Edgar Allan Poe, “Marginalia, (trad. Cristiana Mennella), pp. 250, € 14, Adelphi, 2019.

Giudizio: 5/5

Note

* Ricavo queste notizie dall’Introduzione di B.R. Pollin a E.A. Poe, The Brevities, The Gordian Press, New York, 1985. Il testo è reperibile in rete al seguente URL:

https://www.eapoe.org/works/pollin/brpinfo.htm

** Vedi la Preface e il Memoir di Griswold, in The Works of the Late Edgar Allan Poe, vol. III, 1850. Testi disponibili in rete al seguente URL: https://www.eapoe.org/works/editions/grvolIII.htm#marginalia

Ad ogni modo Griswold non sbaglia: non solo da Coleridge ma pure da D’Israeli, Bryant, Bielfeld ecc. Poe attinge generosamente. Si veda in proposito la Postfazione di Ottavio fatica, p. 239. E tuttavia si fa un vanto di stanare i plagiari. Questa la ‘premessa generale’: «La categoria dei plagiari intenzionali è composta per nove decimi da autori affermati che saccheggiano libri oscuri, negletti, o dimenticati» (p. 139; ma vedi anche p. 218).

*** per la traduzione di Cristiana Mennella, con uno scritto di Ottavio Fatica, riedizione del volume pubblicato nel 1994 da Theoria.

**** John W. Robertson, Bibliography of the writings of Edgar A. Poe, San Francisco, Edwin & Robert Grabhorn, 1934.