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La filosofia del running di Luca Grion

di Lorenzo Leone

È abbastanza ovvio che solo un filosofo-podista poteva scrivere una filosofia del running. Luca Grion, autore di un bel libretto pubblicato da Mimesis (2019), è precisamente questo: un filosofo-podista: e cioè una persona impegnata nella pratica filosofica (è professore associato di filosofia morale presso l’Università degli Studi di Udine, presidente dell’Istituto Jacques Maritain) e una persona impegnata nella pratica sportiva (un podista, un runner, un agonista).

In uno dei testi citati da Grion, giacché anche in un libro indirizzato «agli appassionati di sport» (p. 16) il filosofo-podista conserva la buona abitudine di inserire note a piè pagina e riferimenti bibliografici… in uno di questi testi (Correre è una filosofia. Perché si corre di Gaia De Pascale, Ponte alle grazie, Milano, 2014), leggo che ogni anno, nel mondo, si producono e vendono parecchi milioni di scarpe da running. (Il numero di coloro che si occupano di filosofia con un minimo di competenza è ovviamente di molto inferiore…). Di qui un mercato florido, che del resto comprende tutto un equipaggiamento. In rete abbondano i blog sulla corsa (jogging, footing, running, maratona…) e anche l’editoria non trascura del tutto l’argomento. Chissà che Murakami Haruki non abbia avvicinato qualcuno alla corsa di resistenza con il suo L’arte di correre, in cui però chiarisce subito che «parlare di ‘filosofia di vita’ è forse eccessivo». Ciò che però manca, annota Grion, «è una vera e propria filosofia del running» (p 15). E, chiaramente, se non fosse mancata, Grion non si sarebbe proposto di scriverla.

Asseverativamente, «questo è dunque un libro di filosofia»; sebbene non accorrano «competenze specifiche» (ibid.) per comprenderlo. Una sfida parlare di filosofia, anche se del running, agli sportivi; e una sfida che Luca Grion ha raccolto da tempo. È sufficiente dare una scorsa al suo sito internet (www.lucagrion.it) per farsi un’idea delle pubblicazioni, collaborazioni, curatele e più in generale del suo impegno nella cultura, nell’etica, nella paideia dello sport. Il lettore troverà inoltre altri contributi sul blog La Repubblica dei runner del quotidiano «La Repubblica» (https://www.repubblica.it/sport/running/). La prima parte del volumetto, forse la più godibile e agile, è un «Lessico del runner consapevole» uscito sul quel blog.

«Si corre perché attraverso questa pratica si riesce ad affinare una serie di disposizioni interiori positive che rendono migliore la propria vita»; «Si corre […] per forgiare il proprio carattere, allenando una serie di virtù interiori quali resilienza, autocontrollo, tenacia, umiltà. Si corre […] per prendersi cura di sé: del proprio corpo e della propria anima» (p. 19). Il running come esercizio spirituale? Perché qui pare evidente che se il running è una buona pratica di vita lo è in quanto esercizio (áskesis) ‘spirituale’, psicagogia. Soggiungo ancora che Grion sa benissimo che philosophia è, ab ovo, ma anche successivamente e nel Medioevo monastico e ancora dopo, una certa maniera di vivere, una certa scelta di vita, una conversione (per impiegare il lessico di Pierre Hadot). E tuttavia Grion chiama in causa il Tommaso della Summa (e Tommaso è, con Aristotele, l’autore più citato). Ma abbreviamoci il percorso: dell’Aquinate ‘pesa’ qui l’antropologia e quello svolgimento psicologico-etico del progresso spirituale che passa attraverso la disciplina delle passioni.

 Luca Grion è un filosofo cattolico, maritainiano, mounieriano, bontadiniano. O quanto meno ‘gareggia’ su questo terreno: su quello della ‘scuola milanese’ (della Cattolica). Di qui quella certa visione essenzialistica (metafisica) della natura umana: unità di corpo e anima (la cit. qui sopra), di «dimensione cognitiva» e dimensione «passionale», «fisicità del corpo» e «spiritualità del pensiero», desiderio e intelligenza o ragione; e «sguardo integrale sull’umano dove mente, corpo e cuore sanno sviluppare il più affinato gioco di squadra» (pp. 21-22 e p. 92). Il male, ovviamente, sta sempre nella separazione, nell’astrazione. Per esempio dei materialisti e degli spiritualisti (ma i primi, oggidì, vanno sostituiti con i transumanisti, i postumanisti) che, con il loro discutibile cartesianesimo, mettono da una parte l’homo faber e dall’altra l’homo sapiens (come sottolineava Mounier nel suo vetusto manifesto).

Nella visione essenzialistica dell’antropologia cristiana si acquatta sempre una buona dose di antipatia per il moderno; per il moderno che è (sarebbe) separatista, dissociativo, (prosperosamente) nevrotico, individualista, nihilista, relativista, tecno-scientifico, dimentico dell’appello socratico, volontà di potenza… Nella sezione centrale, la seconda, intitolata «Intermezzo», Grion tenta di formulare una filosofia del running a partire dalla (ovvia) nozione di gioco. (L’homo faber di cui sopra è dunque anche homo ludens). Il discorso però si mette subito a rincorrere l’etica. Quale etica per lo sport? Grion distingue quattro paradigmi: «utilitarismo, deontologismo, contrattualismo, etica delle virtù» (p. 77). Tre concorrenti moderni, i primi (p. 79), sorpassati dall’ultimo antico o, con termine nietzschiano, inattuale. Prendiamo, per esempio, il terzo, il contrattualismo, tutto centrato sul patto, sulle regole. Che accadrebbe se il doping venisse liberalizzato? Avremmo forse campionati riservati ad atleti potenziati, postumani, agli atleti 2.0…

Il nemico di ogni assolutismo? Il relativismo (di cui si ha sempre e si riconosce sempre una concezione assai ingenua). Una genealogia della morale finisce per inseguire i condizionamenti sociali: «In generale ci soffermiamo sulla singola azione per capire in base a quali meccanismi […]»; e allora «bene e male non sono valori in sé [ab-soluti] ma rispondono a criteri di utilità» che sarà, inevitabilmente, utilità «evolutiva e/o sociale». Un’etica delle virtù, contro tutte le scelte soggettive, riconoscerà con (la) ragione, l’oggettività del buono, il buono in sé. Sarà così «la piena fioritura» della persona, sarà l’eudaimonia e, addirittura, «il primato della vita sull’ideologia» (pp. 80-81).

Fin qui, tuttavia, una definizione di uomo, una sua immagine ne varietur, ci è stata solo suggerita. Grion ce la fornisce in nota, a p. 90, desumendola da un passo dell’Etica Nicomachea (VI, 2, 1139b 4-6) che riporto: «Perciò la scelta [proairésis] è intelletto che desidera [orektikos nous] o desiderio che ragiona [orexis dianotiké], e tale principio è l’uomo [kai toiautē archē anthropos]». Ecco quella compenetrazione di elementi umani, squisitamente umani, che producono le virtù e le conservano, le addestrano con l’esercizio, con gli esercizi spirituali, giacché il problema, per l’uomo, è perdurare, mantenersi in equilibrio e crescere: il suo destino, scriveva Mounier, «è in gioco davanti a noi» (Che cos’è il personalismo, Einaudi, Torino, 1975, pp. 44-45). Eppure quella ammirevole definizione aristotelica, che sarebbe visione integrale sull’umano, non supera il dualismo platonico. La conciliazione e l’equilibrio annunciati, enunciati (e cioè la piena fioritura), restano problematici, dubbi. Detto a margine: il bene in sé è una impositio rationis. Soprattutto, p. 134, «le decisioni che si radicano sulle emozioni possiedono fondamenta fragilissime»: e cioè la scelta (proairésis) radicata nel desiderio (orexis) ecc… e allora è indispensabile che l’emozione segua (venga dopo) la scelta razionale.

Applicata al running, l’etica delle virtù, la morale e l’antropologia aristoteliche e tomiste ricordano il caro vecchio buon senso. Il runner, come homo naturalis, non ha che da (in)seguirlo: non ha che da (in)seguire la phronesis, il discernimento morale, la prudenza. L’ultima parte del libro, prima del breve epilogo, è un sensatissimo e assennatissimo elenco delle virtù morali dell’uomo che corre, del suo addestramento. La prudenza innanzitutto, che implica la memoria, l’intelletto, la previdenza, la circospezione, la cautela ecc., ma pure le altre tre virtù cardinali (e cioè giustizia, fortezza e temperanza).

La Filosofia del running di Luca Grion è un libro sincero. Le due passioni dell’autore, per la filosofia e per lo sport, vi trovano ragionatamente il loro posto (e cioè nell’èthos della parola e del pensiero). La Filosofia del running è anche un libro divertente, stimolante e di lettura assai piacevole; e chiaramente destinato a un lettore non troppo generico.

Luca Grion, “La filosofia del running spiegata a passo di corsa”, prefazione di Giorgio Calcaterra, pp. 146, € 12, Mimesis Edizioni, 2019.

Giudizio: 4/5


4.11.2019 Commenta Feed Stampa