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Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino

di G. Quaranta

In una pagina di “Parla, ricordo”, Nabokov racconta di un uomo impaurito dopo aver visto un filmino realizzato dai suoi familiari prima della sua nascita. La sensazione di non esserci, della vita che scorre senza la propria presenza, lo aveva turbato profondamente, perché gli ricordava probabilmente quell’altra eternità, posteriore alla sua futura morte. Quella stessa tentazione veniva fornita un secolo prima da Hawthorne al protagonista del suo racconto più famoso, “Wakefield”, in cui un uomo abbandona il tetto coniugale per vent’anni, rimanendo tuttavia nei paraggi della sua abitazione e spiando la sua non-esistenza attraverso incontri fortuiti, imposte e finestre. Nel libro “Svegliami a mezzanotte” (titolo che richiama un altro libro sul suicidio, quello di K. R. Jamison, “Rapida scende la notte”), la scrittrice napoletana Fuani Marino contempla un abisso più doloroso e per certi versi ancora più lacerante: osservare o realizzare la sua presenza tra i vivi, dopo aver preso la decisione irrevocabile di non esserci. Un giorno, qualche mese dopo aver partorito una bambina, tenta infatti di suicidarsi gettandosi dal quarto piano di un condominio, ma sopravvive. È costretta però a trascinarsi addosso la pena più atroce: quella di giustificare il suo gesto davanti a un tribunale invisibile, alla donna che sua figlia sarà.

Nel libro è possibile vedere con chiarezza come sopra l’abisso che è stato ascoltato e da cui è stata risucchiata, di Fuani Marino sia rimasto ancora tutto ciò che voleva essere, tutto ciò che non ha avuto il potere di sollevarla più in alto, tanto da farle desiderare in un atteggiamento di fiera contrapposizione una corsa contro il sole, verso le tenebre. Dice Cioran: «noi un tempo amanti delle sommità, poi delusi da esse, finiamo con l’amare la nostra caduta, ci affrettiamo a compierla, affascinati dall’illusione di toccare i confini delle tenebre, le frontiere del nostro destino notturno. Una volta che la paura del vuoto si sia trasformata in voluttà, quale fortuna muovere in senso contrario al sole! Infinito alla rovescia, dio che comincia sotto i nostri talloni… il Vuoto è un sogno capovolto in cui ci inabissiamo». Tale linguaggio metaforico però farebbe inorridire l’autrice e protagonista di “Svegliami a mezzanotte”, perché ogni sovrastruttura, anche quelle poetiche, è intollerabile nella vita avanzata. La sua presenza ancora nel mondo risulta tanto più sgradevole quanto maggiore è la finta commiserazione umana (“detestavo gli occhi compassionevoli che si posavano su di noi”, dice già del funerale del padre), quanto più il veleno dell’ipocrisia stempera il calore degli affetti, raggela le emozioni. C’è come un ardente desiderio di mettersi a nudo, di infrangere, per citare ancora Cioran,  quel patto tra «impostori», che è quello di rendere tollerabile la vita con calcolate finzioni, di non nascondere il dolore, di dichiarare senza filtro lo status di bipolarità. Esigenza primaria è ribellarsi allo stigma e non cedere al ricatto degli pseudonimi, cercare di essere fedeli a sé stessi, lì dove è possibile cercare di essere ancora disertori in un esercito di sani di mente, e poi non smettere di desiderare il desiderare, nel senso etimologico del termine di interrogare ripetutamente le stelle, non accontentandosi di un domani calmo e perfetto, sentirsi sempre su un orlo, pur avendone paura ma non potendone fare a meno.

Le pagine che si interrogano sui doveri morali della testimonianza sono più forti e incisive, credo, di quelle che cercano di scandagliare le motivazioni del gesto (l’infanzia tanto amata degli psicoanalisti) o la natura della psicopatologia affettiva (chi sono davvero io, senza il cattivo orpello del mio disagio psichico? sembra chiedersi l’autrice), ancor più di quelle che si interrogano sulle terapie farmacologiche, considerate senza valutare le opportune differenze tra le varie classi farmacologiche e con il rischio di arrivare a conclusioni generali (come quelle dello psichiatra Piero Cipriano, citato nel libro) troppo semplicistiche. L’ambivalenza insita nella parola “pharmakon”, tanto cura quanto veleno, implica una responsabilizzazione del medico, un uso razionale e prudente, soprattutto nella malattia maniaco-depressiva, dove il trattamento “festinato” della patologia (antidepressivi nella fase depressiva e antimaniacali in quella espansiva) potrebbe produrre un peggioramento stesso del decorso del disturbo. Questo aspetto viene solo sfiorato nel libro, ed è una carenza importante dato il ruolo di testimonianza che esso si impone, e la ricerca di verità condotta con il metodo del saggio. Trovare cause fantasmagoriche al gesto anticonservativo, lì dove è evidente un sovratrattamento con antidepressivi (l’autrice racconta di fasi ipomaniacali indotte dagli antidepressivi) è fuorviante per chi raccoglie la testimonianza e ne fa tesoro.

L’autrice inoltre si interroga sul fine vita, sulla possibilità del suicidio assistito per i pazienti depressi, una considerazione senz’altro condivisibile in uno stato in cui vige il principio della libertà; ma lo fa adducendo motivazioni troppo deboli dal punto di vista scientifico: il fatto che ci sono malattie psichiatriche resistenti ai trattamenti. Anche se la visione del mondo è influenzata dal velo depressivo, in questi casi è giusto e sacrosanto per il paziente chiedere per sé stesso il suicidio assistito. Io non mi pronuncio perché per me il problema è più a monte: cosa determina la resistenza di una patologia psichiatrica? Nella stragrande maggioranza dei casi è una diagnosi errata o un trattamento inappropriato, più che una vera “resistenza”. Che significato e che peso potrebbe avere il suicidio assistito di una persona senza speranza, per colpa di una diagnosi errata o di un trattamento sbagliato? Il libro ha il merito di far emergere quesiti importanti.

La verità ha un cuore che non trema, dice Parmenide. E a Fuani Marino non trema la mano mentre scrive il suo memoir, il suo saggio personale pieno di idee che, come diceva Proust, sono solo surrogati del dolore; lo fa con uno stile che le deriva da scrittrici come Joan Didion, più volte citata, e in generale da coloro che hanno intinto l’inchiostro nella malinconia delle ore e dei giorni.

Finisco di leggere il libro su un treno che mi porta a Roma, città dove morì suicida una scrittrice che queste pagine non citano, ma il cui spirito fraternizza con quello di tutte le anime inquiete. Di Amelia Rosselli voglio ricordare questi versi:

 Ho freddo oggi e non so perché nel

cuore si setaccia una nuova attitudine:

quella di infischiarsi del domani: ma

non è vero che il domani sia sicuro

e non è vero che l’oggi è calmo.

Fuani Marino, “Svegliami a mezzanotte“, pp. 168, 14.45 €, Einaudi, 2019.

Giudizio: 4/5


31.10.2019 Commenta Feed Stampa