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Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena di Michelle Steinbeck

di Lorenzo Leone

Una fiaba. – Di Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena, romanzo d’esordio di Michelle Steinbeck, classe 1990, tradotto da Hilary Basso e pubblicato da Tunuè, il risvolto di copertina annuncia – dalla soglia di questo libro, dunque – che si tratterebbe di una fiaba. Non mi propongo di contestare questa ‘attribuzione’. Tutt’altro.

Partiamo dal principio. Steinbeck plasma un mondo ex nihilo col materiale di un cantiere ‘caratteristico’, tra il fantastico e l’orrorifico, o tra il pittoresco e il macabro, se preferite. E questo materiale lo ammassa così, alla libera; anzi, lo getta en désordre. Di qui la parentela della diegesi col sogno, con le sue incoerenze, discontinuità, vorticosità. Di qui l’impressione di guardare attraverso la lente di un cosmorama; di qui l’ilozoismo («Il sole è appisolato dietro a una nebbiolina gialla e i ciottoli levigati gemono piano», p. 16; «[…] gerani rossi salutano dai vasi delle finestre», p. 25; «Il capello si è staccato da solo e ora veleggia fino a terra», p. 27; «[…] e maledico le onde, non mi lasciano in pace; avide mi leccano i piedi; hanno mangiato il bambino e vogliono di più», p. 50; e così via).

Ecco allora un mondo fiabesco, uno sfondo disegnato, un assito ingombro di oggetti-giocattoli (o di oggetti impossibili). L’eroina fiabesca, non priva di macchie e non priva di paure recita ancora il risvolto, Loribeth, vi si muove con precipitazione, su invito-indicazione di una vecchia indovina lettrice di carte (cap. 2). L’invito (indicazione, ordine) è inequivoco: cercare o ritrovare il padre per rendergli qualcosa: le sue paure, le sue esitazioni, di lui, ma anche di lei, materializzate in una valigia o nel suo contenuto: un bambino-zombie (Loribeth bambina? Una gravidanza non voluta?). Nel suo viaggio l’eroina incoccia in tre alani grigi parecchio aggressivi: sono i nemici (i cattivi) che la ostacolano, che le arrecano danno, che producono disastri. Incoccia anche in un paio di pretendenti: un giovane nerboruto dalla carnagione chiara di nome Alexander e il goffo Fridolin Seifert. La vicenda trova la propria soluzione, il proprio scioglimento, nell’incontro col padre. O quasi…

Quanto sopra (queste note scheletriche) avvalora, credo, l’affinità tra il racconto e la fiaba, la forma-fiaba. Un lettore di Propp vi individuerà con facilità, nel romanzo intendo, le ‘funzioni’ menzionate in quel suo vetusto studio. Vi individuerà anche i motivi fondamentali delle fiabe: eros e thanatos (l’esperienza della loro universalità), il viaggio, col suo effetto o esito di conoscenza celata e implicita del futuro, la katharsis. E poiché la fiaba, come il mito, si accomoda alle letture psicanalitiche, vi individuerà anche un qualche complesso (quello di Elettra ovviamente). Più in generale, psicologizzando, una resistenza a crescere, un rigetto delle responsabilità (resistenza e rigetto che, peraltro, sono anche del padre della protagonista).

Ma il racconto di Steinbeck, por suerte e perché i tempi cambiano, non è una fiaba ‘tradizionale’, e dopo il ricongiungimento col padre ecco ancora lo sballo di una festa (cap. 9) e una fine (cap. 10); una ‘seconda’ fine. E, con questa, la ‘morale’. Nella fiaba tradizionale l’eroina femminile trova sempre la propria iniziazione alla vita adulta (identità) nel matrimonio e nella sessualità sponsale (evento di per sé traumatico). (Sappiamo bene che Cappuccetto rosso sposerà il cacciatore). Loribeth pur facendosi tentare, seppure superficialmente, dal modello mitico psichizzante del presunto istinto sessuale (istinto che qui è anche la fame, l’appetito insaziabile della protagonista) finisce per rigettarlo con certa lucidità. Non si tratta allora, per Loribeth, di gettarsi nella soddisfazione dell’impulso (tanto esecrato dal baciapile che condanna e l’impulso e la jouissance), né di farne un complesso (come direbbe e come dice Hillman); si tratta invece di mettere il mito, quel mito, in burla. Loribeth alla vecchia indovina: «[…] ho fatto tutto come mi hai detto tu: mi sono addirittura sposata con Fridolin Seifert! Una puttana ci ha uniti in matrimonio» (p. 94); e così nel ventre della balena-padre: «È una cosa crudele. Per non essere soli, ci incolliamo ai primi venuti che riusciamo a sopportare» (p. 100). E la balena-padre partorirà di nuovo, partorirà un esserci puramente possibile, aoikos.

PS: 17 € per un libro di 100 pagine non sono forse un po’ troppi?

Michelle Steinbeck, “Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena”, (Trad. H. Basso), pp. 104, 17,00 €, Tunué, 2019.

Giudizio: 4/5


23.10.2019 Commenta Feed Stampa