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L’occhiale indiscreto di Ennio Flaiano

di Lorenzo Leone

«L’occhiale indiscreto» è il titolo della rubrica che Ennio Flaiano tenne tra l’ottobre del ’45 e il gennaio del ’46 per «Il Secolo XX». Quando Bompiani, alla fine degli anni Ottanta, fece uscire i due volumi delle opere dello scrittore, il titolo passò a designare l’ampia segmento di articoli che non erano confluiti nelle raccolte pubblicate dall’autore o postume. La scelta di Adelphi, che da tempo ha avviato la pubblicazione degli scritti di Flaiano, è un po’ differente raccogliendo qui unicamente i testi cronachistici e di costume (con integrazioni). E così, mi pare di poter dire, il titolo acquisisce tutta la sua perspicuità.

Si tratta di pezzulli, scribilli, talvolta di aforismi, raccontini, parabole, satire; vi si tratteggiano personaggi (quello del duce tutto racchiuso nel carosello dei suoi copricapo ‹pp. 53-54›), caratteri, figurette, contegni, vezzi e vizi, dirizzoni del demos italico – dell’italic way of life. Coprono, gli scritti, gli anni della guerra, del regime periclitante, della liberazione, su su fino alla nascita della Costituente; e poi, con un balzo temporale suggestivo, il ’70, il ’71 e il ’72 (l’anno della morte). Non direi che tra le cronache del ’41, vigente il regime fascista, e le note di costume del ’72 passino, per il Nostro, gli anni che ciascuno può contare senza sforzo. Alludo qui a quella che per comodità espositiva chiamo la sua Weltanschauung. Il laicismo progressista e democratico, ma fondamentalmente scettico o pessimista (qualcosa del genere gli riconobbe, fra gli altri, Goffredo Fofi), si rivela già nelle cronache dei primi anni. Che, per inciso, sono cronache fra virgolette e, piuttosto, pretesti per un ragionare, un ‘moraleggiare’.

Prendiamo, per esempio, il pezzullo intitolato Peccatori. Principia registrando la notiziola dell’amore di una matura insegnante per un giovane; il giovane raggira la donna, la donna sporge denunzia ecc.  A questo punto l’autore prende le parti del lettore di giornale. Questi, «di solito persona per bene», solidarizzerà dapprima con la donna; in un secondo momento, tuttavia, e questa volta per «un moto di natura polemica, letteraria» – figlio di una moraletta de’ ciucci – la condannerà. Il conflitto fra ordini di idee prosegue fino alla spiegazione in psycologicis: «Con ogni probabilità, i due litiganti della tribù primitiva quando vanno in cerca di un giudice che li soddisfi, cercano un poeta; un umo che sappia dare al suo giudizio la luce impensata di un insegnamento proverbiale» (p. 42). Tenendo ferma la spiegazione in psycologicis, la moraletta piccolo-borghese (e fascista) è in questi primi articoli l’oggetto di una canzonatura affilata: «Non si può dire che il minuscolo moralismo impositivo non sia oggi diffuso in modo allarmante e fastidioso: la stampa è proprio sicura di non avere parte di questa piccola colpa da scontare?» (p. 23); «E soprattutto è vero che ogni propagandista deve supporre un suo pubblico non fatto di consenzienti a priori ma di dissenzienti non del tutto stupidi. Visto che in caso contrario, ogni propaganda si renderebbe superflua» (p. 29).

La Liberazione non stempera il pessimismo. «Ho notato – scrive il 2 luglio ’44 (p. 58) –, a proposito di intolleranza, che in Italia non esistono avversari ma solo ‘cretini’». E, d’altra parte, i discorsi di Mussolini «pieni di invettive e di fumosa oratoria sollecitavano il becero e l’intollerante che sonnecchiano in troppi italiani» (p. 82); ebbene: a quello stile «l’ascoltatore medio italiano s’era abituato» e forse «gli manca» (p. 82). La pusillanimità, l’opportunismo, l’atavismo vengono prontamente satireggiati: «È incredibile come la maggior parte di color che lavoravano per i tedeschi nei ministeri, nella polizia, nei giornali […] mentre gli altri languivano in carcere, erano fucilati […] è incredibile, dico, come lo facessero ad arte! A sentirli, stavano con i tedeschi soltanto per sabotarli […]» p. 52.

Una menzione a parte meritano gli articoli della sezione «Varie». Qui, in questi piccoli reportage, il satirico – l’umorista –, come nota anche la curatrice, Anna Longoni, fa un passo indietro. La devastazione bellica ispira la pietas, intesa come tolleranza, pazienza, e pure lo scoramento. I sindaci lavorano ma vent’anni di regime e una guerra non voluta hanno compromesso negli uomini il desiderio di ricominciare. E se l’uomo si abituasse «alle sue macerie» e non ne sentisse «più col tempo l’orrore e il disagio»? (pp. 86-87). Ah, quale thauma è l’uomo! Quid tum?

A distanza di cinque lustri, nei suoi pezzi per «L’espresso», humour e ironia non sembrano né prosciugarsi né incepparsi; anzi, c’è un cacciare sempre più a fondo lo sguardo nell’esserci dell’animale incurabilis (per impiegare un’espressione di Massimo Cacciari). La partita del secolo – Italia-Germania Ovest del 28 giugno ’70 – gli ricorda subito la notte della proclamazione dell’Impero del giugno 1936: stessa volgarità, stessa libidine d’entusiasmo, stessa ontologica stultitia in «un popolo capace di rivolte ma inadatto alle sue rivoluzioni» (p. 203). Fra i pezzi un’imperdibile Dizionario della makina (automobile) (pp. 220-237), e il raccontino farsesco Welcome in Rome (253-264).

Ennio Flaiano, “L’occhiale indiscreto”, pp. 280, 15,00 €, Adelphi, 2019.

Giudizio: 5/5


15.10.2019 Commenta Feed Stampa