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Il Mediterraneo in barca di Georges Simenon

di Lorenzo Leone

Tra il 27 giugno e il 12 settembre 1934 escono su «Marianne, grand hebdomadaire littéraire illustré» nove articoli firmati da Georges Simenon, trentunenne scrittore nient’affatto sconosciuto e già con un qualche migliaio di pagine pubblicate qui e là. I nove articoli compongono un reportage, anzi un grand reportage inédit il cui titolo, Mare nostrum, suona ancora ‘sincero’ – e tale suona per il semplice fatto che il mare, il Mediterraneo, ci bagna sempre i piedi (com’era già per Erodoto). Esô thálassa, mare interno, suonerebbe alla stessa maniera, perlomeno tradotto. Nessun titolo invece per gli articoli, salvo per un paio: L’amour à Malte del 1 agosto e Nuits de Tunis dell’8 agosto; ma un sottotitolo per la ‘serie’: La Méditerranée en goélette. Già, perché Simenon e consorte, con la cuoca e cinque uomini di equipaggio, s’imbarcano su una goletta, per essere precisi un brigantino-goletta battezzato Araldo ancora ammesso alla navigazione nel 1971, per fare il giro del Mediterraneo. Il grande reportage simenoniano, corredato di fotografie scattate dallo scrittore o dalla moglie e con l’aggiunta di un decimo articolo scritto dopo la lettura (e forse a causa della lettura), vedi p. 170, «dello stupendo reportage di André Maurois sugli Stati Uniti» (probabilmente, a naso, En Amerique, pubblicato nel 1933) – quell’André Maurois che, in ogni modo era stato anche a Malta giusto qualche tempo prima che il Nostro vi approdasse e che, a giudizio del Nostro, e non senza ironia, «scriverà senz’altro delle cose molto profonde su questo argomento che io, invece, affronto balbettando» (p. 109)… il grande reportage simeoniano, dicevo, troverà poi collocazione nelle Œuvres complètes (Lausanne, Editions Rencontre, 1967, tome 4) e In Mes apprentissages: reportages, 1931-1946 (Paris, Omnibus, 2001). Adelphi lo pubblica quest’anno nella Piccola Biblioteca, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Maria Laura Vanorio, nota di Matteo Codignola.

Spero di non aver annoiato (disorientato) troppo il mio lettore con questo magazzino di notizie sulle fonti biografiche – notizie che, a dire il vero e per il solito, assieme a quelle sulla qualità della carta e della traduzione (ottima), entusiasmano assai i lettori delicati… Simenon, va da sé, non delude nemmeno i lettori per cui leggere è come prendere un bagno. Tolto, o quasi, il cascame narrativo dai suoi fogli di taccuino, ecco, o quasi, l’effetto nudo e crudo. D’altra parte ci avverte: «Qualche anno fa, in Olanda, ho scritto un intero romanzo nella stiva [allagata] di una vecchia nave» (p. 45). Qui, nel Mediterraneo che il Nostro rinuncia a definire dopo aver cincischiato un po’ – «La méditerranée c’est… La méditerranée c’est…» (e lo si è detto: è il mare che ti bagna i piedi, un «bacino» o un «córso», o il quadro di Dufy) –, dopo essersi rimproverato un «filosofeggiare», a dire il vero un po’ all’acqua di rose, ecco le storie come le voleva Stevenson (p. 60). Ecco uomini e donne e ragazzi, nudi e seminudi, che mangiano, dormono, cantano, suonano mandolini e chitarre (siamo a Cavo) e, insomma, «vivono delle risorse della tribù, come ai tempi di Abramo!» (p. 79); ecco i pescatori, i nomadi del Mediterraneo (p. 85); ecco i bordelli un po’ ovunque; e Hammamet, la mecca della pederastia, dove individui venuti da lontano passeggiano nei loro giardini «come tanti Socrati» (p. 142); Malta colonizzata e snaturata dagli inglesi (così fuori luogo!); e poi l’usanza del bakchich e poi la morte di un uomo a Tunisi, nel quartiere delle donne arabe: «Finirò col credere che gli dèi hanno decretato la morte di un uomo solo per offrirmene lo spettacolo» (p. 132); e poi i venti che spingono la goletta del cronista ovunque mandando all’aria i «tanti bei progetti» e il magnifico itinerario «tracciato sulla carta marittima» (p. 167).

Bene, c’è dell’altro: quel filosofeggiare (vedi p. 60 e p. 86) che si oppone alle storie, il filosofo (infelice?) che si oppone a un Don Giovanni fils de Liège. Che io sappia il nome di Simenon non è mai stato accostato a quello di Rousseau; eppure qui, in questo Mediterraneo in barca, c’è un’idea – una visione antropologica – che proviene in qualche modo dal ginevrino (leggetevi, p. e., l’Essai sur l’origine des langues). È la ‘frattura’ tra ciò che appartiene al nord e ciò che appartiene al sud: al nord – Europa, Regno unito, Stati Uniti… –, il bisogno, l’industria del divertimento, l’economia e la politica, la crisi; al sud – che è il Mediterraneo («La cultura latina è il Mediterraneo. Al punto che si potrebbe dire che la cultura anglosassone è tutto il resto…» (pp. 59-60) –, al sud, la passione, il canto, la musica, l’eros, la nudità, l’abbondanza e la miseria, il sangue. Lassù, in Europa, in Germania, «le espressioni dei volti si inaspriscono, la gente reagisce, chi con virulenta disperazione, chi con una smania di piaceri illeciti, chi sprofondando nello sconforto» (p. 50). E c’è poi l’America, la «solida America» celebrata da Maurois, «un paese in marcia verso il progresso, fermamente convinto, cioè, di star facendo qualcosa di nuovo, e che una qualsiasi macchina possa accrescere il benessere degli uomini» (p. 170), un paese in espansione. Di contro un mediterraneo che va forse ‘restringendosi’, giacché «la Costa Azzurra è in vendita» (p. 47) e a Malta non si può più «fare l’amore» dacché i policemen prelevati dalle rive del Tamigi sono venuti a imporre «il pudore nel mediterraneo» (p. 113), e che però, bacino o córso, continua a essere percorso dagli italiani, dai greci, dai turchi, dai siriani «ogni giorno […] in cerca della Terra promessa» (p. 53). Perché qui, e «mi riferisco a tutto ciò che si affaccia su questo bacino azzurro chiamato Mediterraneo» (p. 58), nessuno parla di crisi, che è «un’invenzione moderna» (p. 56)». E un Mediterraneo che nondimeno si espande coi migranti che, ovunque si ritrovino, in America, in Germania, in Francia, provenendo da Genova, da Smirne, da Atene e oggi dal Nord Africa – è da imbecilli cercare di stabilire la grandezza delle razze che si affacciano sul Mediterraneo perché «è difficile dire, quando vediamo due scimmie, chi ha insegnato all’altra a fare delle smorfie» (p. 125) –, «ritrovano perfino l’odore dei loro vicoli, il nome di un cugino sull’insegna del calzolaio […] e il funerale con l’accompagnamento della banda» (p. 81).

Può suscitare certa ilarità il fatto che l’artista che si compra l’automobile e il villino, un ideale «borghesuccio e falso quanto quello dell’obbedire alla mamma e diventar commendatori» diceva Boine, affetti, come scriverà Augias in un infelicissimo articolo commemorativo nel settembre del 1989, «certo anarchismo […] di maniera»; ma nel ’34 Simenon aveva poi l’età che aveva e guidava una Chrysler Imperial. Item quasi mezzo secolo più tardi, nelle sue memorie, si sarebbe domandato se Jean-Jacques non avrebbe rinunciato volentieri alle sue passeggiate; item e concludendo se non avrebbe preferito un’automobile anche solo per sfuggire alle canzonature di un Voltaire.

Georges Simenon,”Il Mediterraneo in barca“, tr. it. di Giuseppe G. Greco e Maria L. Vanorio, Adelphi, Milano, 2019, pp. 189, ill., 16,00 €.

Giudizio: 5/5

 


3.09.2019 Commenta Feed Stampa