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L’ora di Agathe di Anne Cathrine Bomann

di Silvana Arrighi

“Matematica

Se fossi andato in pensione a settantadue anni, avrei avuto davanti i miei ultimi cinque mesi di lavoro. Il che corrispondeva a ventidue settimane e voleva dire che, se tutti i pazienti si fossero presentati, mi restavano esattamente ottocento incontri. Tenendo conto di cancellazioni e malattie, il numero era di certo destinato a scendere. Era piuttosto confortante, dopotutto.”

Francia, anni ’40. Un anziano psicanalista si avvicina a concludere la sua carriera professionale. Appare stanco, quasi sfibrato da una vita trascorsa dietro al lettino, avendo come unici interlocutori i pazienti e la fida madame Surrugue, segretaria che lo affianca da tanti anni. In realtà, rapporti senza scambio: ascolta ogni giorno otto-dieci persone, vive con loro rapporti estremamente privati ma nessuno ascolta lui. Impegnato nel conto alla rovescia che lo condurrà a liberarsi dal lavoro in un tempo che ora gli appare interminabile, durante le sempre più faticose sedute ascolta distrattamente, interviene poco e con degli mmh e uhm, bofonchi atti a far comprendere al paziente che è vigile e attento: intanto però disegna uccelli deformati in caricature. Eppure, nonostante affermi con risolutezza di non volere nuovi pazienti, la signora Surrugue lo convince che c’è una persona assolutamente bisognosa di essere aiutata, sia pure per il breve tempo rimanente prima della chiusura dello studio: poco persuaso di questa novità, inizia comunque una psicoterapia con madame Agathe Zimmermann, giovane signora di origine tedesca, convinto che presto le consiglierà di continuare con un collega.

“ «Bene. Per cominciare vorrei tornare a proporle di rivolgersi altrove», esordii. «Come sa, mi ritirerò dalla professione tra meno di sei mesi, e onestamente dubito molto di poterla curare in così poco tempo. Sarebbe più proficuo per lei trovare qualcuno in grado di seguirla per tutto il percorso, un medico di Parigi, magari.»”

Caparbia, Agathe insiste e la psicoterapia ha inizio. Agathe è una donna bruna di un pallore spettrale e di una sconcertante magrezza, occhi grandi su un viso scavato; depressa da sempre, ha tentato il suicidio diverse volte. Ma dal lettino di quello studio anonimo, in poche ore di interazione quasi a senso unico Agathe riesce ad insinuare il dubbio nella mente del terapeuta, quasi a ribaltare i ruoli: quale senso ha la sua vita, fino a quel momento imperniata sul suo conto alla rovescia, senza gioia né speranza né, quel che è peggio, progettualità rispetto al futuro finalmente libero dalle quotidiane occupazioni lavorative? Quale prospettiva per un uomo che è sempre vissuto come un sonnambulo che cammina a lato della sua vita senza entrarci, in una routine fatta del solito ristorante, dei soliti pazienti, della solita segretaria, dei soliti vicini di casa di cui ignora le vite, del solito consunto pigiama azzurro, e che mai ha pensato di prepararsi qualche opportunità per gli anni ancora da vivere? Paradossalmente Agathe, una donna senza futuro, dalla realtà vuota e priva di relazioni umane valide, a sorpresa riesce sondare la sua solitudine, ad insinuare dubbi ed infine ad imprimere una svolta alla vita dell’anziano medico. Anche la malattia improvvisa del marito di Madame Surrugue e la conseguente assenza dallo studio dell’efficiente segretaria avranno un ruolo fondamentale nella sia pur tardiva presa di coscienza dell’anziano psicanalista e nel modificarne in modo imprevisto la vita.

L’ora di Agathe è un romanzo in cui mi sono sentita a mio agio, dolce e morbido, senza spigoli, dotato di sorprendente leggerezza. Eppure intenso e importante nei suoi contenuti: una storia breve, forse “piccola”, che affronta però temi grandi, da cui scaturiscono portati umani profondi, come il labile confine fra solitudine sofferta, desiderio e paura degli altri, o il confronto con la morte e con l’amore.

Sul piano della costruzione della storia e delle scelte narrative dell’autrice, mi sono chiesta come avviene che una donna arrivi ad immedesimarsi in un uomo: la letteratura è ricca di esempi di autori maschi che conducono la narrazione al femminile – le varie Anna Karenina, Emma Bovary – ma è ben raro il contrario. Come avviene che una giovane autrice – Anne Cathrine Bomann ha trentasei anni – narri di un uomo così anziano, e scelga di entrare così a fondo nel suo personaggio da utilizzarlo come io narrante. Come mai alla sua opera prima lei, svedese, abbia scelto di ambientare il suo romanzo in Francia, in un momento temporale così distante dalla sua giovane età. L’autrice – intervenuta al recente Festival I Boreali a Milano e briosamente intervistata da Massimo Cirri – risponde con semplicità a queste domande raccontando come un certo giorno abbia immaginato un anziano dalle ginocchia doloranti camminare sulle rive di un lago e come avesse avvertito l’estrema solitudine di questo personaggio, al quale si è ritrovata poi a trovare un “contorno” in modo da renderlo protagonista di una storia. Il resto ha in sé molto di autobiografico: la professione di psicologa, l’ambiente sofisticato della Francia in cui ha vissuto da ragazzina, la lingua “antica”, dolce, un po’ poetica.

Anche dal pingpong, disciplina in cui ha conseguito una quantità incredibile di successi, ha tratto insegnamenti per la sua nuova professione di scrittrice: la concentrazione, il rigore, l’abitudine ad allenarsi concentrandosi sui dettagli, come ad esempio la ricerca della parola perfetta per esprimere esattamente ciò che si desidera dire. La perseveranza.

Anne Cathrine Bomann, L’ora di Agathe, (Trad. Maria Valeria D’Avino) pp. 160, € 15,00, Iperborea, 2019.

Giudizio: 5/5


15.03.2019 Commenta Feed Stampa