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Verso il bianco di Paolo Miorandi

di Lorenzo Leone

Delicato e malinconico questo librino di Paolo Miorandi su Robert Walser. Più che saggetto o biografia, diario di viaggio o di pellegrinaggio nei luoghi walseriani, dove Walser impresse le sue memorande impronte. Arricchito di nove fotografie (inevitabile quella del corpo di Walser riverso nella neve); composto di sette capitoli titolati che compaiono in ordine inverso, dal settimo al primo, come in un conto alla rovescia; centoventi le pagine (comprensive di uno scarno apparato bibliografico). Titolo: Verso il bianco. E poi racchiude la ‘topografia’ walseriana, un ritaglio: Herisau (in Svizzera ovviamente), il manicomio dove trascorse gli ultimi ventitré anni della sua vita e tutto quel percorso che oggi si chiama Robert Walser Pfad; il lago di Bienne che gli diede i natali e al cui centro affiora la riante isola di Saint-Pierre, l’isola-asile di Rousseau, e in cui Rousseau avrebbe desiderato autoconfinarsi tutta la vita; la clinica psichiatrica Waldau, nelle vicinanze di Berna; Berlino, menzionata di sfuggita, giacché Walser, che vi soggiornò, vi pubblicò I fratelli Tanner (e altro e come dimenticare le Bedenkliche Geschichten che parimenti appartengono al periodo berlinese?). — Ma poiché, come s’è accennato sopra, quello Miorandi è un diario, un taccuino di appunti, ecco anche l’isola di Patmos, l’isola di Giovanni l’evangelista, dove Miorandi compone alcuni versi «al termine di una lunga notte di espiazione» (p. 21). (Ma su Patmos, e sulla sua cupola, alla mente dello ‘scrivente’ affiora d’emblée, e vorrà scusarlo il ‘leggente’, una ilare pagina arbasiniana). Ecco ancora altri luoghi della memoria (conoscete espressione più ‘vessata’?) e senza nome, luoghi biografici. Infine, i nomi dei lettori rispettabili, dei lettori-chiosatori: Agamben, Canetti, Jaeggy, Kafka, Sebald, Seelig (ovviamente).

Ma la malinconia (che finisce per comporre una specie di endiadi con la delicatezza)? Del libretto di Miorandi, sicuramente, come s’è detto; e pure di Walser, verrebbe da aggiungere, giacché lo si legge spesso a proposito di Walser: Melancholie, malinconia; e però si legge anche ironia (Ironie); ed anche: «Walser spricht oft über Gefühle mit großer Innigkeit und zweifelt sie tief an, geradezu besessen davon, in ihnen ihr Gegenteil bloßzulegen» (enunciato di Brigitte Kronauer che trascrivo qui solo perché mi pare particolarmente fantasioso). Il lettore dello Jakob ricorderà poi una bella frase del medesimo Walser, una frase a cui crederà e non crederà nel medesimo tempo: «Del resto anche la malinconia mi è tanto cara, tanto preziosa: perché educa» (Jacob von Gunten, Adelphi, Milano, 1970, p. 137-138). — Infine, l’angoscia: «In Walser […] un assoluto pudore nei confronti del linguaggio impedisce all’angoscia di esprimersi» (questo è Cacciari, ma Canetti diceva un po’ la stessa cosa); «[…] l’essenza dell’opera [sua, però] non è l’angoscia» (Cacciari, Dallo Steinhof, Milano, Adelphi, 1980, pp. 185-186).

Dunque ripeto: perché soprattutto la malinconia nel librino di Miorandi? Perché, per impiegare un’espressione medica, perché questo «fenomeno di rebound»? (Chi era più questo? Arbasino?). — Ma prima ancora: perché il funambolo? Certo qualcuno lo vide un giorno, Walser, camminare sulla spalletta di un ponte (p. 47), ma fu mai Walser un ‘funambolo’ nella vita e nella letteratura? C’è per di più nei Fritz Kochers Aufsätze un frammento dove il Nostro menziona il funambolo (Seiltänzer): «Sarebbe bello fare il saltimbanco. Un famoso funambolo, con i fuochi artificiali sul dorso» (Adelphi, Milano, 1978, p. 44). Seelig (Carl) gli attribuisce le seguenti parole il 27 giugno 1937 nel corso di una passeggiata tra il Buchberg e il Rorschachberg: «La felicità non è un buon materiale per gli scrittori» ecc., «la sofferenza, la tragedia e la commedia» invece… «bisogna solo sapergli dar fuoco al momento giusto [e] allora salgono come razzi fino al cielo e illuminano tutto il paesaggio» (Passeggiate con Walser, Adelphi, Milano, 1981, p. 21-22). Eppure prendere sul serio Fritz/Robert e immaginarlo come un «vero funambolo» e cioè come un Robledillo (o un Colleano o un Petit) che si rifiuta «di eseguire esercizi che non prevedano la possibilità di cadere [per] non fare un torto alla propria arte» (p. 48), di cadere e di accopparsi, non significa vedere dell’enfasi e magari le airs penchés laddove c’è dell’ironia, del comico, dello humour?

E dopo comunque l’evidenza che Walser, accantonate le ambizioni ‘pubbliche’, si ritira a vita ‘privata’ in manicomio. «Lavora alla propria invisibilità» (p. 66), chiosa Miorandi, nel «reparto degli uomini silenziosi» (che è poi il titolo del quarto capitolo dell’opuscolo). Ecco via via invisibilità e silenzio, la sua maniera – mathesis singularis, ma anche caso unico (direbbe Cacciari); progressiva rimozione delle tracce: «Penso ai microgrammi e vedo la scrittura che rimpicciolisce mentre le voci si zittiscono» (p. 67). Ma i microgrammi, scarabocchiati con un mozzicone di matita su foglietti volanti e con una grafia minutissima e indecifrabile, sono ancora tracce, benché da occultare un po’ ovunque. È a Herisau che Walser non scrive più. In fondo senza mostrarsi e senza nascondersi, perché questo significa non scrivere più.

Si incappa tuttavia in una seconda evidenza, e qui il ‘fallo’ non è imputabile a nessuno (non a Walser, non a Miorandi…): nonostante gli sforzi Walser, com’è noto, non riuscì scomparire. Il tragitto verso il bianco non cancellò l’opera, e i microgrammi sono oggi, da un po’, oggetto di ‘acribica’ (acribico non esiste, attesta Bartezzaghi) decrittazione. Gradito agli scrittori, ai critici, ai filosofi… ne è sortita dall’opera sua e dalla sua personale vicenda, dal suo caso, una messe di studi. E qualcosina anche sulla sua storia clinica e infine sulla sua morte, documentata dalle notissime fotografie. Fra le cose più belle che ha scritto Beppe Sebaste nel suo Panchine (un libro peraltro quasi modesto) questa: «Una foto [invero sono più d’una] lo ritrae, il suo corpo sembra un segno di matita tracciato nella neve» (Beppe Sebaste, Panchine, Laterza, Bari, 2008, p. 57). Riecco l’allegoria più volte percorsa della pagina bianca e dei segni della matita: un’immagine cui sembra difficile sottrarsi benché o forse proprio perché la leggibilità del mondo è sempre già data. E cui corrisponde la speculare allegoria della passeggiata o del camminare, del flâner, come gesto della scrittura.

Già, ma dove s’incontrano (il libretto di) Miorandi e Walser? Nessun dubbio sul fatto che il nostro autore gli voglia bene, sul fatto che sia toccato, candidamente toccato, dalla sua umana vicenda. Il Walser di Miorandi però è il Walser di Miorandi (ah, la forza della tautologia!); e forse qualcuno, magari più d’uno, questo Walser non lo riconoscerà interamente. (Sulla potenza della tautologia, abbiate pazienza se infilo qui una chioserella, Edward W. Said, in un bel libro pubblicato da Feltrinelli nel 2008 ‹Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi›, menziona i signori Peter Stansky e William Abrahams, autori di un libro intitolato The Unknown Orwell in cui compare la seguente frase: «Orwell apparteneva alla categoria di scrittori che scrivono»). Di qui la malinconia e le meditazioni cimiteriali. Dicendo di sé (Miorandi): «Chiedevo alle parole di arginare la paura che provavo di fronte allo scomparire di ciò che mi era caro» (p. 48). E però rovesciare un ‘pensieretto’ produce un altro ‘pensieretto’: «Ci sono parole di polvere e di fumo. Si bruciano lettere senza destinatario, assieme ai resti di ogni vita. Il vento ne disperderà la cenere, Ognuno lo farà per l’altro. Sarà il nostro perfetto gesto di compassione» (p. 108). Giustissimo. Ma non è così o, per meglio dire, non è sempre così; ed è così forse solo nel commiato funebre, dove talvolta si finisce per far festa, come sanno tutti. Non c’è bisogno di attendere questo momento per ricominciare a raccontare o per cessare una volta per tutte di farlo. Un riferimento a Thomas Mann, ma non troppo gentile: «Fortunati gli alberi che ogni anni possono fruttificare» (Seelig, op. cit., p. 117). Impressione che per Miorandi in primis valgano le seguenti parole di Rosny senior: «Per quanto mi riguarda, da molti anni la morte deteriora ogni gioia» (cit. in E. Morin, L’uomo e la morte, Erickson, Trento, 2014, p. 274).

Paolo Miorandi, “Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser”, pp. 120, 13,50 €, Exorma, 2019.

Giudizio: 4/5

www.lorenzoleone.it


13.03.2019 Commenta Feed Stampa