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Il pantarèi di Ezio Sinigaglia

di Lorenzo Leone

Parliamo de Il Pantarèi, il romanzo di Ezio Sinigaglia, novità editoriale di TerraRossa Edizioni nella collana ‘Fondanti’ diretta da Giovanni Turi (veste grafica accattivante e curatissima; in copertina una Olivetti su fondo seppia; prefazione dell’autore).

Un paio di avvertenze. La prima: Il Pantarèi è bensì una novità editoriale ma ebbe una prima e (ahimè!) sfortunata edizione negli Ottanta. La seconda: quello di Sinigaglia è bensì un romanzo, ma riservandomi l’uso di un espediente grafico (non so quanto apprezzabile) potrei barrare la parola romanzo. Roger Caillois scrisse una volta che il romanzo, di questo stiamo parlando, «il croît comme une herbe folle dans un terrain vague», «cresce come un’erba matta in un terreno incolto» (Caillois, Puissances du roman, Sagittaire, 1942, p. 33). Le nuove tecniche narrative da un lato, lo scavo paziente dell’accademico dall’altro, e poi le ideologie o le fedi romanzesche – tutto ciò trasforma e sfigura e imbolsisce e impingua il romanzo. Quindi ecco il romanzo/non-romanzo o un black hole o il πάντα ῥεῖ. Immagino di non scontentare nessuno saltando qui a piè pari tutto quel ragionamento, nemmeno tanto troppo recente, sul post-, neo-, sul romanzo-saggio, sul metaromanzo ecc. Oltrepassa i limiti di una recensione peraltro ordinaria come la mia. Infine non ci sentiamo in umore di avventurarci (è il plurale editoriale)… Beninteso, svariate osservazioni si possono fare in aggiunta. Ezio Sinigaglia non teme affatto di compromettersi, e sul romanzo, sulla sua metamorfosi, intende dire la sua senza infingimenti. La sua di giovane écrivain che si affaccia sulla scena letteraria. Sinigaglia tratta il romanzo directe et oblique. Un istante di pazienza…

Sinigaglia scrive un romanzo per parlare del romanzo – dei romanzi. Daniele Stern, ne è il protagonista. Aspirante romanziere, compilatore di voci di enciclopedia – ciò che ne sminuisce il credito, ciò che ne svilisce le attitudini («[…] quegli anni alla macchina da scrivere gli avevano come graffiato lo stile» ‹p. 73›), Daniele Stern «non [ha] ambizioni» (p. 74) e c’è «qualcosa di senile in lui […] sfibrata stanchezza […] accidiosa indolenza» (op. 75); rivendica il diritto a «restare incompiuti» (p. 49) e un’immunità adattativa («Il mio non-senso della realtà può resistere a qualsiasi catastrofe» ‹p. 143›). Atteso antieroe, uomo senza qualità privo, almeno apparentemente, di un ubi consistam, forse, anzi quasi certamente un black hole (vedi la prefazione dell’autore), sulla scia della tradizione letteraria e romanzesca novecentesca, può stare degnamente per il punctum fictum (e quante volte immaginato!) da cui guardare al romanzo o ai romanzi.

Guardare al romanzo. Che significa? Non ci sono che due vie per guardare al romanzo e verificarne così la sussistenza – la sopravvivenza o la supervivenza. La via diretta: scriverne uno che accolga la lezione più ‘recente’ (quella di Proust, di Joyce, di Musil, di Svevo, di Kafka, di Céline, di Robbe-Grillet), scriverlo fino a ritrovare la pagina bianca o la lavagna nera (per dirla con Gilbert-Lecomte). Quella indiretta: atteggiarsi, ma sabiamente e senza disperare e semmai con un pizzico di ironia, a critico. Sinigaglia e il suo doppio Stern, non scordiamo peraltro gli effetti di embrayage di taluni enunciati – Sinigaglia e il suo ‘doppio’ imboccano entrambe le strade. Ma la successione di sezioni narrative e di sezioni saggistiche è solo la soprafaccia di un corpo, il corpo del testo, che non cessa di (s)velare le proprie ambiguità: la propria natura ambigua o la propria natura androgina, la propria natura apolide. Il Pantarèi è un mostrum: coesistenza di intenzioni pluridiscorsive (socioletti, idioletti à la manière de… stilizzazioni parodiche e umoristiche sottilmente parricide) la cui norma generativa alberga proprio, nessuna sorpresa!, nel romanzo, nel romanzo dato per morto, dato così spesso per morto.

Perché darsi pena e pensiero per la sopravvivenza del romanzo? «Le più squisite e ‘intellettuali’ costruzioni romanzesche del novecento – scriveva Arbasino in quegli anni lì – al di là delle operazioni formali che ‘ci dicono tante cose’ sull’originalità creatrice e ‘fantastica’ di Proust e Mann e Musil e Hesse e Joyce e Gadda e Fitzgerald e Forster e Faulkner… ecco quante informazioni, proprio informazioni a proposito di epoche intere, e intere società» (Arbasino, In questo Stato, Milano, Garzanti, 1978, p. 100). Informazioni, proprio informazioni, che non ci dànno i romanzi realisti, o psicologici; informazioni che sfidano la sociologia e la psicologia ecc. (Alcuni degli autori citati da Arbasino sono gli autori di Ezio Sinigaglia, e anche qui nessuna sorpresa).

Stern – affidiamoci a Stern per il momento per la ragione espressa sopra, anzi, per le ragioni espresse sopra – è equivoco: da un lato «trova miracoloso che un uomo come Fabio, un ingegnere, scienziato e al tempo stesso manager, [consideri] la letteratura una cosa seria» (p. 73) – e dunque seria lo sarebbe in qualche modo; dall’altro, ma facciamo solo un passo di lato, «se non avesse ritenuto [Stern] lo scrivere un’attività troppo seria per le sue abitudini, avrebbe certamente scritto, pima o poi, un Elogio della frivolezza [poiché] la frivolezza [è] il prodotto più genuino dell’intelligenza. Le jeu pour le jeu» (p. 83). Equivoco Daniele Stern, conteur, autore di un torso di romanzo, compilatore di lettere e di racconti non scritti e nemmanco oralizzati (p. 218: «Anna mia, benché da alcune ore il mio cuore […] mi spinge di nuovo a parlarti, o per meglio dire a scriverti, senza foglio né penna»; p. 220: «[…] oppure posso, ecco sta’ a sentire, riattaccare il romanzetto che avevo cominciato [e tutto immaginato] proprio dal punto in cui l’ho interrotto»).

Perché darsi pena e pensiero eccetera? Čechov al fratello Aleksandr: «Mi compiaccio per il tuo esordio su ‘Tempo Nuovo’. Ma perché non hai scelto un tema serio? La forma è ottima, ma i personaggi sono legnosi, il soggetto poi, è insulso […] Prendi qualcosa dalla vita reale, d’ogni giorno, senza trama e senza fine» (Čechov, Né per fama, né per denaro, Beat, 2015, p. 31). Che cosa significa un tema serio? Il segmento di una vita reale è forse un tema serio? E perché Daniele Stern archivia il suo abbozzo di romanzo dentro una cartelletta su cui traccia la parola eventualità? (Pavento in queste domande certo allegro malabarismo…). «Infine il suo malumore approdò a questa frase: ‘Vorrei scriverlo io un romanzo, ma non so proprio da dove cominciare’» (p. 199).  Stern per ora non completa il suo romanzo. Non sa davvero che scrivere? È sprovvisto di un argomento serio (e cioè di un frammento di vita senza capo né coda e tuttavia reale)? Prudente Stern che lascia maturare gli eventi, le eventualità. Chissà che le parole di Gottfried Benn non illuminino il percorso: «Misura con i passi il tuo circolo, cerca le tue parole, disegna la tua morfologia» (Benn, Replica a Alexander Lernet-Holenia, in Arte monologica, Milano, Adelphi, 2018, pp. 27-28). Così Sax, il protagonista del romanzo di Daniele Stern: «Avanti professore su venga al proscenio […] ci parli delle mani lungamente[,] dei polpastrelli[,] dei ghirigori oblunghi […] lo dica a cosa serve la sapienza […] se lo dicesse lei a tutti quanti che la sapienza è accarezzare a lungo[,] che i corpi sono pagine fruscianti» (p. 306).  Nelle anamnesi, nelle paramnesie, nei rimescolamenti del sangue, nel sesso, nell’amore, nell’allusione alla morbilità comune… nell’assunzione di tutto nella scrittura ecco quell’umano che permane nel romanzo, nel πάντα ῥεῖ.

Beninteso, non si casca qui nella fallacia del biografismo… Stern è l’autore del Pantarèi in un tempo antecedente o forse in un tempo parallelo. L’autore del Pantarèi è uno Stern in un tempo successivo. Potrei anche affermare che è all’autore del Pantarèi che riesce di prelevare quel frammento di vita o di mondo, frammento senza capo né coda, e di raccontarlo, e cioè renderne conto, cercando le parole, l’eloquenza, in un miscuglio di fedeltà postuma e di infedeltà postuma (di infidélité posthume come diceva Proust).

Ezio Sinigaglia, “Il Pantarèi”, pp. 312, 15,50 €, TerraRossa, 2019.

Giudizio: 5/5

www.lorenzoleone.it


5.03.2019 Commenta Feed Stampa