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Cucinare un orso di Mikael Niemi

di Silvana Arrighi

“Ero un animale. Vivevo come un animale, alla costante ricerca di qualcosa da mangiare. Colei che si definiva mia madre vedeva la mia fame, mi vedeva leccare il manico del suo coltellino, dove rimaneva sempre un vago sentore di grasso di pesce. Eppure si limitava a sogghignare, stesa sulla pelle di renna, con lo sguardo annacquato e la fiaschetta dell’acquavite stretta al seno come un neonato.”

Nella Svezia di metà Ottocento, il pastore Læstadius, padre di tanti figli ma con il grande dolore di averne perso uno ancora bambino, accoglie nella sua casa Jussi, un ragazzino dal passato infelice, un vagabondo che “tutto quel che possiedo me lo porto addosso. Gli abiti intorno al corpo, il coltello alla cintura. L’acciarino, la kåsa, il cucchiaio d’osso, il sacchetto con il sale”. Durante le giornate che condividono momento su momento, il pastore istruisce Jussi insegnandogli a leggere e parlare una lingua meno ruvida di quella, sola, che ha finora conosciuto, e a scriverla incidendo le parole in una vaschetta di sabbia per poi cancellarle con una spatola e tornare a scriverne altre. L’ambiente in cui vivono è quello di una cittadina del nord scandinavo, Kengis, al confine fra Svezia e Finlandia e non lontana dalle inospitali terre lapponi.

Botanico, antropologo e fine osservatore, Læstadius diventa per Jussi quello che Guglielmo da Baskerville è per il novizio Adso da Melk [Il nome della rosa, Umberto Eco]. La sua intelligenza e le sue doti di perspicace investigatore gli consentono di avere acute intuizioni circa alcuni accadimenti delittuosi che hanno luogo nella cittadina, e che si succedono a cascata dopo che, una notte d’estate, una serva di nome Hilda scompare. Di lì a poco, un’altra ragazza del paese, Jolina, viene aggredita: il pastore, poco convinto delle ipotesi investigative del tracotante giudice distrettuale Brahe e del suo assistente Michelsson, prosegue nella sua personale indagine.

Come si costruisce un colpevole? Che caratteristiche ha – o deve avere – il tipico capro espiatorio? Per il primo degli omicidi è un’orsa ad essere indicata come responsabile, e la trucida macellazione sua e dei suoi cuccioli mette momentaneamente a tacere la gente del luogo riuscendo a mitigarne le paure. In seguito, mentre il pastore somma uno sull’altro alcuni indizi fra i più classici del noir – i trucioli fini di una matita che per comprarla bisogna andare fino a Haparanda, l’evidente mancinismo del colpevole, un grasso per scarpe costoso e non alla portata di qualunque tasca, le inequivocabili impronte digitali rilevate grazie al nuovissimo metodo arrivato da Uppsala con le ricerche del dottor Sundberg…– la “scelta” di chi possa essere indicato e perseguito cade su Jussi, che proprio in concomitanza con gli eventi criminosi si era allontanato da casa e che ha tutte le caratteristiche per essere eletto a responsabile di colpe altrui: estraneo al gruppo, derelitto, ignorante, indifeso…non a caso chiamato dalla comunità tutta noaidi, lo sciamano.

A lato di una trama avvincente, in questo libro pieno di forti sapori e degli odori pungenti di grasso rancido, di zolfo, di torba umida e resina, si snodano riflessioni sul tempo, sull’esistenza, sui libri, sull’arte oratoria, sulla parola e la scrittura e la loro forza salvifica.

“Quando scrivono il tuo nome esisti per sempre” * […] “La parola scritta si conserva in eterno. Tanto è prodigiosa la forza della scrittura”.

Strana miscellanea di giallo e romanzo storico in cui finzione a realtà sono fra loro intrecciate, Cucinare un orso trova nella narrazione condotta in prima persona – principalmente da Jussi, solo verso la fine dal pastore – la propria cifra distintiva. La forza di tutto l’impianto narrativo sta nella fine tessitura di un ordito storico che prende spunto dal personaggio realmente esistito del reverendo Læstadius e dai fatti legati alla sua esistenza quale il movimento religioso denominato il Risveglio, che fa da supporto ad una trama in cui scienza, religione, soprannaturale, sopruso si mescolano alla geografia dei luoghi ed alla descrizione di un popolo, i Sami, e della difficile convivenza di questa etnia nella Svezia del XIX secolo. Indubbiamente, Mikael Niemi ha saputo riprodurre il mondo lappone del XIX secolo con incredibile maestria.

A lato, si intravede un lavoro raffinato da parte delle due traduttrici che, nello sforzo di rendere al meglio le intenzioni dell’autore, hanno fatto riaffiorare un linguaggio fatto di vocaboli locali e sfumature dettagliate, ricche di competenza linguistica. Splendida, come sempre nei libri editi da Iperborea, la copertina, a firma Alexandra Dvornikova per XxYstudio.

*[perché questa frase mi ha richiamato quell’altra, letta in Storia di Ásta di Stefánnson: “Dammi un nome, e la morte mi troverà meno facilmente” ?]

Mikael NiemiCucinare un orso, (trad. Alessandra Albertari, Alessandra Scali, titolo originale “Koka biörn”), pp. 480, € 19,00, Iperborea, 2018

Giudizio: 5/5


27.02.2019 Commenta Feed Stampa