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Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig

di Silvana Arrighi

“Scrivere e curare manuali tecnici è quello che faccio per guadagnarmi da vivere undici mesi su dodici e so che sono pieni di errori, di ambiguità, di lacune e di informazioni talmente contorte che per capirci qualcosa bisogna leggerli e rileggerli. […] E mi venne in mente che non esiste nessun manuale che parli del problema essenziale della manutenzione della motocicletta: tenere a quello che si fa. Questo è considerato di scarsa importanza, o viene dato per scontato. Durante questo viaggio credo che dovremmo pensarci un po’ sopra, per vedere se questa strana separazione tra quello che l’uomo fa e quello che l’uomo è non potrebbe aiutarci a capire che cosa diavolo è andato storto in questo ventesimo secolo.”

Siamo solo all’inizio del romanzo (ma è un romanzo, questo?) e già il lettore si trova di fronte a strane elucubrazioni. Che cosa avrà da dirci un curatore di manuali tecnici, che da un lato abbia attinenza con i complessi meccanismi di un veicolo a due ruote provvisto di motore a scoppio, dall’altro con la “strana separazione tra quello che l’uomo fa e quello che l’uomo è” (un problema esistenziale non da poco!) e con gli eventi del ventesimo secolo? Non è forse un caso che molti lettori si siano sconfortati ed abbiano gettato la spugna dopo poche pagine. La tentazione viene, va detto. Perché questo libro straordinario – nel senso vero della parola, fuori dall’ordinario – non è per nulla facile da “sopportare”, sebbene fra i moltissimi e tenaci che, viceversa, non ne hanno interrotta la lettura sia in breve tempo diventato un cult. Ed è solo quando si è giunti alla fine di questo mescolone di meccanica, di biochimica, di filosofia, di didattica e appunti di viaggio – forse addirittura solo dopo aver letto anche la postfazione dell’autore – che si riesce a intravedere tutto ciò che l’autore, spesso confusamente, voleva dirci.

Eppure la trama è semplice: nei primi anni ’60, Robert si mette in viaggio con il figlio Chris e, inizialmente, con una coppia di amici, John e Sylvia. Un viaggio di centinaia e centinaia di chilometri “nella zona delle Pianure Centrali, piena di platani, ideali per la caccia alle anitre”, percorrendo montagne sempre più impervie e disabitate ai confini con il Canada, attraverso il Minnesota, i due Dakota e il Montana e poi giù a rotta di collo per terminare in California, campeggiando al freddo, scottandosi il viso al sole, smarrendosi nel vento. Consultando di tanto in tanto la mappa ma senza una precisa idea di quanto tempo ci vorrà per giungere ad una qualsivoglia destinazione, sempre che la si voglia davvero raggiungere. “Perché andiamo sempre in giro?”, gli chiede sconfortato il figlio Chris. “A volte è quasi meglio viaggiare che arrivare”.

Un percorso che è fisico, ma soprattutto spirituale. Infatti, accanto al reportage di viaggio, vi è un secondo e più complesso piano narrativo, certamente quello che sta più a cuore all’autore.

“In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c’è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente.”

Insomma, andare in moto è ben diverso dal viaggiare in automobile, e viene meglio sapendo come la moto funziona. Innanzitutto, comporta un notevole impegno fisico: non è un caso che il motociclismo sia considerato uno sport. È necessario sostenere la moto e mantenersi ben saldi in sella per lunghe ore tentando di bilanciare la forza del vento; bisogna usare accorgimenti per evitare fastidiosi dolori alla schiena; serve concentrazione per guidare un mezzo che, in più rispetto all’automobile, mette continuamente alla prova la capacità di equilibrio per vincere le numerose forze in gioco. “Una motocicletta funziona in totale accordo con le leggi della ragione, e uno studio dell’arte della manutenzione della motocicletta è veramente uno studio in miniatura dell’arte della razionalità stessa”. Ultimo ma non ultimo, viaggiare in moto significa anche isolarsi per un po’ dal mondo esterno, dimenticare il trascorrere del tempo, consentire alla sfera delle parole di ritrarsi dalla coscienza e assaporare lunghi momenti di silenzio, quando il rumore del vento e il casco integrale impediscono il dialogo fra guidatore e passeggero. Il pensiero è favorito, ed anche la capacità di analisi è acuita: ecco che Pirsig può riattraversare, come in una sorta di stato ipnotico (durante il quale pare trascurare totalmente lo sgomento del suo giovane compagno di viaggio), periodi precedenti della propria vita, rincontrare il suo alter ego – cui dà il nome di Fedro – che anni addietro lo aveva portato sull’orlo della pazzia, e può consentire il riemergere della vera natura del suo Io; e, più di tutto, di filosofie codificate ed altre assolutamente inedite a cui si era dedicato.

“Fedro era morto. Cancellato da una sentenza del tribunale che ordinava il passaggio di corrente alternata ad alta tensione attraverso i lobi del suo cervello. Circa 800 milliampère, per una durata variabile da 0,5 a 1,5 secondi, gli erano stati applicati in ventotto occasioni consecutive secondo un processo chiamato tecnicamente «ESK di annientamento».”

Nel silenzio della corsa in motocicletta, nell’isolamento da tutto ciò che lo circonda Robert ritrova parti dimenticate del proprio sé, parti perdute e parti mancanti, ripercorrendo momenti topici della propria vita e ritrovando pensieri già pensati, in particolare la Metafisica della Qualità, una complessa riflessione sull’Essere e sul Vivere che gli era costata il posto di professore di Retorica all’Università di Bozeman e la stima dei colleghi, portandolo alla pazzia.

“Quel che ho in mente è una specie di Chautauqua – non riesco a definirlo altrimenti -, come i Chautauqua ambulanti che si rappresentavano sotto un tendone e si spostavano da un capo all’altro dell’America”

Questo il progetto del libro e, forse, del viaggio: lasciar scorrere i propri pensieri mentre in moto macina chilometri con il figlio undicenne dietro la schiena, lasciando che le digressioni filosofiche, i ricordi della sua vita precedente (della quale parla come se raccontasse di un’altra persona), le sensazioni epidermiche, tattili, visive, sonore di fronte ai paesaggi attraversati e le riflessioni che sorgono spontanee – e che coinvolgono il pensiero di Socrate, Platone, Hume, Kant, Hegel, Einstein e Lao Tzu – fluiscano libere e interconnesse in un flusso continuo, proprio come nei cosiddetti chautauqua, sorta di spettacoli itineranti e assemblee locali che fiorirono negli Stati Uniti tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, che fornivano educazione popolare combinata con l’intrattenimento sotto forma di conferenze, concerti e spettacoli teatrali, e che erano modellati sulle attività dell’istituto Chautauqua di New York.

Pirsig ci fa entrare perciò nel ronzio ossessivo dei suoi pensieri e, mentre ci lascia a cercare affannosamente di orientarci almeno a grandi linee nei mille accavallamenti delle sue elucubrazioni, percorre le vie d’America a cavallo della propria motocicletta, a ogni chilometro più bisognosa di cure e attenzioni.

Per molte pagine del libro mi sono detta che avrei preferito leggere un approfondimento maggiore del rapporto fra l’autore e il giovane figlio – fra trasportante e trasportato. Mi sono detta che avrei preferito trovare in questo libro una trama più definita. Senza sapermi rendere conto che dietro alla manutenzione della motocicletta e alle sue mille sfaccettature si celava la grande complessità della “manutenzione dell’animo umano”. Molto viene chiarito nell’ottima postfazione dell’autore medesimo, un altro buon motivo per portare a termine la lettura: attenzione però, assolutamente proibito leggerla prima, vi fareste del male!

Robert M. Pirsig, “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta“,1ª ed. originale 1974 (Zen and the Art of Motorcycle Maintenance), USA: William Morrow and Company; 1ª ed. italiana Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, traduzione di Delfina Vezzoli, Milano, Adelphi, 1981.

Giudizio: 5/5


22.01.2019 Commenta Feed Stampa