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Citizen. Una lirica americana di Claudia Rankine

di Lorenzo Leone

Ai più, immagino, il nome di Claudia Rankine sarà ignoto. L’unico suo libro pubblicato in italiano, dall’editore 66thand2nd nel 2017, è Citizen, Una lirica americana. Citizen invero è un libro pluripremiato e, leggo su Wikipedia, «the only poetry book to be a New York Times bestseller in the nonfiction category». Nel 2016, proprio grazie a Citizen, Claudia Rankine consegue il MacArthur Fellowship, il premio istituito dalla John D. and Catherine T. MacArthur Foundation, che la incoraggia a fondare il The Racial Imaginary Institute (TRII).* Rankine è una poetessa, una saggista, una drammaturga e, fatto non trascurabile, una donna afroamericana. Così Ben Lerner nel suo stimolante volumetto intitolato Odiare la poesia, (Sellerio, Palermo, 2017, p. 65): «Claudia Rankine affronta – da donna afroamericana – l’impossibilità (e l’impossibile complessità) del tentativo di riconciliarsi con la società razzista in cui essere neri significa essere invisibili (esclusi dall’universale) o fin troppo visibili (in quanto vittima di sorveglianza e aggressioni razziste)». Uno ‘sfondo’ sociologico o psicologico-sociale, quello compendiato qui da Lerner, che diviene per Rankine una ‘poetica’ – e una poetica che ovviamente stabilisce le regole della sua scrittura.

Quando pensiamo alla lirica americana il primo nome che ci affiora alla mente è quello di Walt Whitman. Whitman è il cantore della democrazia americana che trascina (o vorrebbe trascinare) il suo lettore nel processo di democratizzazione della società. (Non dico niente di nuovo, non ha alcuna importanza). In ogni modo il programma di Whitman, annota Lerner (Op. cit. p. 51), non ha trovato la sua attuazione storica. (Nemmeno questa affermazione suonerà nuova). Ancora Lerner cita, senza però offrire riferimenti bibliografici, un passaggio che cava da un saggio di Claudia Rankine e Beth Loffreda. Si tratta in verità della prefazione a The Racial Imaginary: Writers on Race in the Life of the Mind (Fence Books, 2015). Il passaggio è interessante e preferisco tradurlo dalla fonte originale. Eccolo: «Quello che vogliamo evitare a tutti i costi è qualcosa che sembra quasi impossibile eludere nel discorso quotidiano: e cioè un’opposizione tra la scrittura che tiene conto della razza (e qui potremmo parlare anche di genere, sessualità, altri coinvolgimenti del corpo nella storia) e una scrittura ‘universale’. Se continuiamo a pensare all’‘universale’ come il modo migliore, come l’apice, rifiuteremo sempre la scrittura che non sembra universale perché tiene conto della razza o di qualche altra categoria umiliata. L’universale è una fantasia».** Qui chiaramente è l’universalità cui tende il programma whitmaniano a essere ‘confutata’. Si comprende forse così il paradosso dei due ultimi libri di Rankine: Don’t Let Me Be Lonely: An American Lyric (2004) e Citizen: An American Lyric (2014); testi dove la lirica è assente, dove la prosodia è assente, dove prevale la prosa, giacché la ‘faccenda’ non può essere afferrata da una ‘sommità’ lirica o epica.

In Citizen – lo rileva anche Lerner (Op. cit., p. 69) – l’utilizzo dei pronomi svia. Un esempio: «Alcuni momenti pompano adrenalina nel cuore, prosciugano la lingua e intasano i polmoni […]. Quando è accaduto, sono rimasta senza parole. Non lo hai detto tu stessa? Non lo hai detto a un’amica intima che agli inizi della vostra amicizia, sovrappensiero, ti chiamava col nome della sua cameriera nera?». Quel tu che Rankine indirizza a se stessa e che introduce un diaframma interpella in qualche modo anche il lettore; ma il ‘contenuto semantico’ non è per nulla ‘universale’ e non consente l’immedesimazione del lettore o di ogni lettore. Infatti: «Ti senti offesa perché è il momento del ‘tutti i neri si somigliano’ o perché ti ha confusa con un’altra persona dopo che siete state intime?» (p. 7). Un secondo esempio: «[…] a dire il vero non puoi dominare i sospiri più di quanto non domini ciò che li suscita» (p. 59). Qui il tu potrebbe passare per un tu generico; sennonché, nelle pagine seguenti, a questo sospirare si sovrappone il ricordo delle amarezze e delle mortificazioni (personali?): «Il mondo sbaglia. Non puoi lasciarti il passato alle spalle» (p. 63); ed anche, nella chiusa del capitolo (il quarto): «Nessuno può lasciarsi alle spalle lo stato d’animo che ha causato un’interruzione della partita» (p. 65). La partita interrotta cui allude Rankine è quella in cui appare sullo schermo della TV una Serena Williams adirata (forse agli US Open del 2004 o forse agli US Open del 2009). E il lettore giunto sin qui sa che, a Serena Williams e alla sua collera, Rankine ha dedicato il secondo capitolo del suo libro. Un passaggio: «Che aspetto assume il corpo di una donna nera, vittoriosa o sconfitta, in un contesto storicamente bianco? Serena e sua sorella maggiore Venus Williams fanno tornare alla mente l’affermazione di Zora Neale Hurston: ‘Mi sento più nera quando vengo spinta contro un fondale di un bianco assoluto’» (p. 25).*** Un terzo esempio (nel sesto capitolo). Un uomo al volante della propria auto viene fermato dalla polizia, trascinato fuori dall’abitacolo, ammanettato e portato via; più tardi viene fatto spogliare; infine viene rilasciato. La storia è raccontata da un io narrante ma spesso questo io scivola nel tu. Nessuna allusione al colore della sua pelle ma una frase che ritorna come un refrain chiarisce tutto: «E non sei tu la persona e tuttavia corrispondi alla descrizione perché c’è un’unica persona che è sempre la persona che corrisponde alla descrizione» (pp. 105, 108, 109).

Forse le scelte ‘poetiche’ di Rankine trovano una delucidazione nelle parole di Judith Butler richiamate in un passo di Citizen. Eccolo: «Di recente ti trovi in una stanza dove qualcuno domanda alla filosofa Judith Butler cosa rende il linguaggio fonte di dolore […] Il fatto stesso di esistere ci espone al discorso dell’altro, risponde. Noi soffriamo la condizione di esseri cui gli altri si possono rivolgere. La nostra esposizione emotiva coincide con il nostro essere a disposizione della parola dell’altro» (p. 49). Rankine ne trae una argomentazione ‘ruvida’: il discorso razzista non mira a negarti come persona, ad annientarti, ma a ferirti in tutti i modi in cui puoi essere presente; non vuole renderti invisibile ma ipervisibile; e contro questo discorso che reca dolore non c’è lamento dell’io lirico (o fatico) che regga. Il tu di Rankine allora, quel tu che in qualche modo interpella il lettore impedendogli però ogni immedesimazione – impedendola all’io bianco («[…] un qualsiasi Uomo-bianco-maschio-adulto-cittadino-parlante una lingua standard-europeo-eterosessuale», per dirla con Deleuze e Guattari) – fa emergere ineluttabilmente l’inconciliabilità, l’estraneità, l’ostilità.

Claudia Rankine, “Citizen. Una lirica americana”, p. 169, 16,00 €, 66thand2nd, 2017

Giudizio: 5/5

(www.lorenzoleone.it)

NOTE

* Sul TRII rimando a un intervento di Rankine apparso su «The Guardian» consultabile al seguente URL: https://www.theguardian.com/artanddesign/2018/aug/10/bleached-racists-lynching-trees-the-show-thats-targeting-white-supremacy-on-whiteness-claudia-rankine. Il TRII ha un sito online al seguente URL: https://theracialimaginary.org/.

** Un adattamento della prefazione è reperibile al seguente URL: https://lithub.com/on-whiteness-and-the-racial-imaginary/.

*** Vale la pena di riportare le parole di Zora Neale Hurston nella sua lingua originale: «I feel most colored when I am thrown against a sharp white background» (Zora Neale Hurston, How It Feels To Be Colored Me, «The World Tomorrow», 11 May 1928, p. 215. L’articolo è facilmente rintracciabile in rete. Fornisco in ogni caso il seguente URL: https://www.thoughtco.com/how-it-feels-to-be-colored-me-by-zora-neale-hurston-1688772).


29.11.2018 Commenta Feed Stampa