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Salvare le ossa di Jesmyn Ward

di Silvana Arrighi

“Sono anni che un uragano non ci colpisce in pieno, abbastanza da aver dimenticato quante bottiglie d’acqua bisogna riempire, quante scatolette di sardine e di carne bisogna mettere da parte. Oggi però ho sentito che ne parlavano alla radio, quella che papà tiene sempre accesa sul furgone parcheggiato davanti a casa. Al meteo dicevano che la depressione tropicale dieci si era appena dispersa nel golfo, ma sembra che se ne stia formando un’altra nella zona di Portorico.”

Agosto 2005, l’uragano Katrina sta per abbattersi sul Mississippi. A Bois Sauvage, nell’avvallamento boscoso che chiamano la Fossa, ribassata a causa dell’estrazione di argilla – qualcosa di simile ad una discarica, fra auto abbandonate, galline, pneumatici e rottami di elettrodomestici -, papà Claude, vedovo con quattro figli, è concentrato sulla sicurezza della sua casa e della sua famiglia. Il più piccolo, Junior, ha sette anni, ed è “l’ultimo fiore di mamma Rose”, morta dandolo alla luce; poi ci sono, tutti vicini per età e molto maggiori di Junior, gli altri tre. Randall, di diciassette, è il maggiore, consapevolmente responsabile per sé e per i fratelli ma speranzoso di raggranellare dollari a sufficienza per il prossimo campo estivo di basket; seguono il sedicenne Skeetah e la quindicenne Esch, l’unica donna di casa, labbra silenziose e un corpo spigoloso, sottile, fertile come la terra e umido come il bayou, e un fiume di ricci neri e pesanti, “folti come manciate di corda filante”. È lei che ci racconta della sua vita e della sua famiglia, in dodici capitoli che equivalgono ad altrettanti giorni di avvicinamento dell’uragano. Sebbene di uragani in quella zona ce ne sia almeno uno all’anno, i ragazzi sono troppo piccoli per ricordarne di molto violenti; il padre, invece, sa quale può essere la forza di un uragano, ha vissuto Camille nel ’69, una tempesta leggendaria che spesso ricorreva anche nei racconti della mamma.

Della famiglia fa parte anche China, una cagnolina pittbull addestrata al combattimento fra cani, ma è solo Skeetah ad occuparsene con smisurato affetto – attaccato a lei “come un’unghia alla carne” – : il romanzo inizia con il suo primo parto, una scena cruenta e sanguigna che impronta il tono del romanzo con una materialità pervadente.

Esch, la protagonista e voce narrante, è una ragazzina cresciuta in mezzo ai maschi, che condivide con loro magliette e calzoncini corti e fa sesso con gli amici dei suoi fratelli da quando aveva dodici anni perché, con il primo di loro come con gli altri, “è stato più facile lasciarlo continuare a toccarmi piuttosto che chiedergli di smettere“. Uno di loro la metterà incinta: un figlio con nessun padre e tanti padri, che gonfia la pancia di Esch come, da sempre, la solitudine e la durezza della vita senza madre le gonfiano il cuore. Un dolore e una mancanza di cui nessuno parla ma che tutti portano dentro, manifestandolo diversamente: Skeetah con il prepotente attaccamento a China, Randall con il forte istinto di protezione verso Junior, il papà con la tendenza ad affogare la solitudine nell’alcol. Abbandonati a se stessi, i ragazzi conducono una vita vaga, fatta di incursioni nel bosco e nuotate  nelle acque nere della Fossa, di piccole violenze e litigi, specularmente riflessi nel combattimento fra cani a cui assistono con non celato sadismo in una radura in mezzo al bosco. Non si parla mai di scuola, nessuno dei ragazzi ne sente la necessità però Esch coltiva un interesse per la mitologia, e la storia di Medea la attrae in particolare, guidando gli accadimenti di ogni giorno. Medea, Giasone e le gesta degli Argonauti sono intrecciati al presente del bayou in maniera cruenta e carnale, Esch attorciglia nei suoi pensieri mito e realtà mentre cerca di scoprire cosa accade al suo corpo e di dar forma ai suoi sentimenti.

“Stamattina ho provato a leggere, ma arrivata alla conquista del vello d’oro mi sono bloccata, distratta ancora una volta da Medea che non riesce a pensare ad altro che a Giasone, con la faccia arrossata e il cuore in fiamme, travolta da una dolorosa dolcezza. Il dardo d’amore della dea l’ha colpita, non ha scelta. Non riuscivo a concentrarmi. La mia pancia era un animale indipendente e nel mio cervello, come tanti nuotatori, continuavano ad affiorare pensieri…[…] Mangio, ed è come se quello che mangio nemmeno mi sfiorasse la pancia: niente mi dice che è piena, di cibo o altro”.

La maternità, in tutte le sue accezioni, è prepotentemente presente nel romanzo, filo conduttore della trama. Da quella di China, che fatica a partorire la sua prima cucciolata; alla figura della madre dei quattro fratelli rimasti orfani quando perde la vita partorendo l’ultimo; al corpo di Esch che muta con il passare dei giorni e la induce a farsi domande su cosa sia l’amore; alle galline che “si sono organizzate per far fronte all’uragano, mettendo al sicuro le uova, nascondendole bene”. E la madre senza istinto materno, Medea, continuamente si insinua nella prosa dell’autrice e nella testa di Esch: Medea che uccide i suoi figli per punire Giasone di averla tradita e abbandonata. Fino a Katrina, “la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte e tuttavia ci ha lasciato vivi, nudi, stupefatti e raggrinziti come bimbi appena nati, come cuccioli ciechi, come serpentelli appena usciti dal guscio, affamati di sole. […] Katrina è la madre che ricorderemo finchè non arriverà un’altra madre dalle grandi mani spietate, sanguinaria”.

Salvare le ossa potrebbe essere solo la storia di una famiglia di neri poveri ma in modo straordinario la Ward raccorda le vicende dei suoi personaggi, le loro passioni e i loro sentimenti al vigore della grande minaccia che si sta avvicinando. Quando descrive il colore e la consistenza della pelle di un uomo, o la pressione acquosa di una nuova gravidanza, o il terrore di scoprire l’acqua che sale attraverso le assi del pavimento del proprio salotto, Jesmyn Ward ha catturato e fissato sulla pagina quella cosa come se fosse viva. La narrazione, sostenuta dalla splendida traduzione di Monica Pareschi che sa dare il giusto taglio ad una prosa incalzante e tesa, evolve in un crescendo di tensione mano a mano che ci si avvicina l’arrivo dell’uragano; le parole scolpiscono le emozioni dei quattro fratelli, accompagnano le loro paure al cospetto di una natura aspra e devastante. E c’è un lungo momento verso la fine del romanzo (un romanzo che non si vorrebbe mai lasciare) in cui non si riesce più a togliere gli occhi dalla pagina, ci si sente avvolti dalla crudezza degli eventi e ci si rende conto di aver letto qualcosa di straordinario. Katrina colpisce, e il lettore sperimenta la tempesta. Salvare le ossa è un romanzo viscerale ed emotivamente potente, di portata epica, a volte brutale e provocatorio ma che lascia nel lettore un senso infinito di gratitudine.

Jesmyn Ward, “Salvare le ossa”, (trad. Monica Pareschi), pp. 320, € 19,00; NN editore, 2018

Giudizio: 5/5


27.11.2018 Commenta Feed Stampa