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Scrivere. Autoritratto con figure di Franco Rella

di Lorenzo Leone

Scrivere di Franco Rella, novità Jaca Book, è un libro insolito. È probabile che la locuzione «libro insolito» sia abusata; dirò allora che Scrivere di Franco Rella scaturisce da una fondamentale sterilità. Non è insolito che la sterilità produca? Asserisce Rella nel suo preambolo: «In un periodo di grande distretta, in cui sembrava – e sempre più spesso è così – che la lettura mi fosse preclusa, mi sono portato giorno dopo giorno su questa sedia, davanti allo schermo di questo computer. E ho scritto» (p. 10). L’accenno alla difficoltà o impossibilità di leggere non è estemporaneo: lettura e scrittura sono per Rella (ma per chi non è così? Ed anche: non dovrebbe essere così?) inscindibili; p. 85: «Mi pare di capire l’esigenza dialogica di Platone in quanto io non riesco a pensare se non confrontandomi con altri pensieri». La lettura – o il dialogo – mette in moto il pensiero e, con esso, la scrittura. Quale scrittura senza lettura? Non rifletterà essa un pensiero sospeso o inibito o concluso? La «scrittura – confessa Rella – non mi porta più come in passato, a lande e a paesaggi nuovi»; detto altrimenti si ripete, ripete i testi già scritti, riproduce «le parole dei miei autori» citati tante volte (p. 10). Ecco la sterilità; sterilità che è assenza di un’idea, di un’idea guida, di un focus: «Per un oscuro eliotropismo quando un’idea o una direzione si delineavano tutto ciò che leggevo si raccoglieva in un punto, e cominciavo a scrivere» (p. 14, cfr. anche p. 49 e pp. 100-101). Ora non più. Ma una scrittura senza pensiero o senza idea non rifletterà problematicamente anche e soprattutto se stessa? Questa ‘riflessione’ si chiama diagrammatismo e non vorrei indugiarvi oltre giacché il libro di Rella non v’indugia troppo. Ciò che fa Rella, invece, è un’altra cosa: e cioè eleggere lo scrivere – la scrittura – a tema, ad argomento, benché poi dichiari di non voler «trasformare questa riflessione sulla scrittura in un saggio» (p. 11).

C’è poi un’altra sterilità subito confessata: «La mia scrittura è destinata […] a rimanere inesorabilmente intransitiva»; detto altrimenti: «Mi mantengo in vita scrivendo […] senza scrivere storie» (p. 11). La storia – il racconto, la poesia –, eterna tentazione del filosofo (e del professore di filosofia). Platone, accenna di sfuggita Rella, diceva che poeti e filosofi parlano delle medesime cose (del bene, del male, della città…) ma che i secondi lo fanno meglio. A dirla tutta, Platone condanna la poesia; lo fa nel libro X della Repubblica, come sanno tutti, e con parole che non ammettono replica: «Lontana tre gradi dalla realtà» (Rep., X, 598d-599a): e cioè dalla verità. La poesia è decettiva. Eppure Platone è un poeta, alla sua maniera, e non solo perché nasce poeta, ma anche perché lo resta nel mito, che è racconto filosofico e sua messa in scena, nelle drammatizzazioni dei dialoghi. Forse non ha torto Ben Lerner che in un suo libretto, Odiare la Poesia (Sellerio, Palermo, 2017, p. 23), arrischia una congettura: «Il celebre attacco di Platone […] si può leggere come una difesa della Poesia dalle poesie». Una parentesi. Girard (La voce inascoltata della realtà, Adelphi, Milano, p. 309) chiosando Lévi-Strauss (Le cru et le cuit) scrive: «per Lévi-Strauss, il dramma mitico si riduce a una drammatizzazione allegorica del processo stesso del pensiero, che è la produzione di differenze». Facciamo conto che sia così e domandiamoci se non sia quasi lo stesso per il mito di Platone: e cioè, con le parole di Sini, se la funzione del mito in Platone non sia «l’anticipazione fantastica della risoluzione razionale». Per Sini questa formula fraintende Platone: il racconto filosofico platonico è dramma interiorizzato, psichico, capace di ricostruire «l’ordine del cosmo e della città» (Sini, Raccontare il mondo. Filosofia e cosmologia, Jaca Book, Milano, 2004, p. 124). Con ciò, direbbe – dice – Rella abbiamo toccato «la potenza cosmogonica della narrazione» (p. 67, cfr. anche p. 50); finanche della narrazione filosofica.

Il nostro autore si fa tentare dalla fiction, per impiegare una parola cara a Manganelli, dal racconto. (E d’altra parte «la verità si muove dentro finzioni» ‹p. 45›) In Scrivere include due storie o due frammenti narrativi di cui qui non dirò nulla (o quasi): la vicenda di Morris e la vicenda di C. (C., un codice onomastico). Infatti, dirò soltanto che si tratta di due allegorie della scrittura. Al termine del secondo frammento (p. 65) Rella menziona Bataille e quel suo racconto, L’impossibile, che in un primo momento doveva intitolarsi Haine de la poésie (come l’opuscolo di Ben Lerner, quello che cita Platone, il cui titolo originale è The Hatred of Poetry). Ed ecco un secondo motivo che attraversa Scrivere: la diffidenza per la scrittura, per la parola, ma anche la consapevolezza che è impossibile uscire dalla storia e dal linguaggio («è necessario reagire al disavverarsi della parola» ‹p. 24›); ed anche che la scrittura che si oppone alla vita, come per Mann, Proust, Kafka, Kertész: Kertész che fu ad Auschwitz e che nondimeno scrive: «Tutto il mondo mi chiede di Auschwitz, mentre dovrei parlare loro dei piaceri infami della scrittura» (p. 74). (E Sebald su Walser: scriveva come se si trattasse di «un atto illecito o addirittura vergognoso» ‹cit. in Rella, p. 76›, e poi, ancora, l’egoismo di Musil ‹p. 89›). Una figura attraversa tutto il libro: il vecchio dell’Antelami, come lo chiama Rella; una statua conservata nel Battistero di Parma che rappresenta allegoricamente l’inverno. L’inverno dell’Antelami è un vecchio barbuto e vestito solo a metà; alle spalle della metà mantellata un ramo secco, di quella nuda un ramo fiorito. Perspicua la concezione: il passaggio, il letargo e il risveglio. Rella è colpito dal rotolo che il vecchio tiene aderente al corpo con le due mani: il rotolo e cioè il libro o la scrittura. «Gli occhi del vecchio – annota – guardano non ciò che nel rotolo è scritto, ma altrove. Sono spalancati, come se si fosse accorto all’improvviso in un attimo di terrore che la sua vita è quasi finita e che lui ha visto solo parole» (p. 15).

L’interpretazione di Rella, su cui insiste tornandovi di frequente, è arbitraria ma ciò non ha nessun interesse. Il vecchio dell’Antelami è per lui solo un’occasione (occasione di mondo direbbe Sini e incontro…). Da un lato questo vecchio potrebbe divenire il protagonista di una storia (ed è faccenda banale), dall’altro questo medesimo vecchio autorizza una ovvia identificazione con lo scrittore – e con l’autore di Scrivere, ma «io non sono il vecchio dell’Antelami» (p. 17). Non si tratta dell’autobiografismo asfittico contro cui si scagliava Ceronetti (un «ergastolo famelico» ‹La lanterna del filosofo, Adelphi, Milano, 2005, p. 57), ma della provvisorietà di una scrittura/lettura che rende (in)accostabile l’autentico («Scrivere è farsi specchio di sé per poter dire, come Cioran, davanti a questo specchio: ‘Non sono io’» ‹p. 33›); letteralmente (e con Sini) una auto-bio-grafia. Contro Blanchot scrive: «Moi, j’écris» (p. 93), e concorda con il Valery che consegna ai Cahiers la seguente nota: «Quand j’écris […] je m’écris» (p. 81); con Octavio Paz: «También soy escritura [Sono anche scrittura]» (p. 67). D’altra parte, «io sono tutti i racconti che incontro e che magari scrivo, e al contempo sono io stesso» (p. 107).

C’è qualcosa di malinconico in queste pagine di Rella, il cui sottotitolo che ho sin qui taciuto è Autoritratto con figure; in questa sua identificazione con il vecchio dell’Antelami, in questa sterilità e in questa «distretta», che è angustia ma forse anche ananche, necessità, fato: «La sua vecchiaia, la sua sofferenza, la sua follia si tendono verso di me, come un’ombra che si allunga, come un destrino che si approssima» (p. 68). Un ultimo tema (argomento): la scrittura e la morte, la scrittura come nèkyia e come rito funebre.

Franco Rella, “Scrivere. Autoritratto con figure”, pp. 107, 18,00 €., Jaca Book, Milano, 2018,.

Giudizio: 4/5

(Lorenzo Leone, www.lorenzoleone.it)


12.11.2018 Commenta Feed Stampa