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Contro i bei tempi andati di Michel Serres

di Lorenzo Leone

Non troverete in questo recentissimo libretto intitolato (in italiano) “Contro i bei tempi andati” un’apologia del Progresso. Con stile discorsivo, non privo tuttavia di un pizzico di malizia, di ironia, Michel Serres ne appura invece l’ovvietà. Di più: il lettore attento non troverà in queste pagine la parola progresso che alla fine, dove non fa più effetto. «Non sono naïf, non sono uno stupido» ha dichiarato Michel Serres in una recente intervista; e avrebbe senza meno potuto proseguire con le parole del nostro Bianciardi: «Finché il mondo sarà mondo e gli uomini saranno uomini, la cuccagna starà di casa e di bottega insieme all’araba fenice, il meglio sarà sempre il meno peggio, il più gran bene sarà il meno male».

Michel Serres ci ha abituati da tempo – da molto tempo – a un filosofare che passa attraverso la messa in scena di personaggi concettuali. L’elenco è consistente: Hermès, l’Interférent, le Parasite, Atlas, l’Hominescent, le Malpropre («il mal sano» nella traduzione di E. Schianno di Pepe per il Melangolo, traduzione infelice per ragioni che non mette conto addurre qui), Petite Poucette (Pollicina in italiano, ma Bollati Boringhieri ha optato per un altro titolo, giacché bisogna aggiungere che spesso questi personaggi dànno il titolo ai libri; dunque Pollicina diviene Non è un mondo per vecchi: una scelta daccapo infelice) ecc. ecc. Anche l’ultimo volumetto (o pamphlet) dell’ottantasettenne Serres, pubblicato in Francia l’anno passato da Le Pommier e in Italia quest’anno, per la traduzione di Chiara Tartarini, di nuovo da Bollati Boringhieri, mette in scena dei personaggi: Pollicina e Vecchio Brontolone (Grand-papa Ronchon). Il titolo è anche questa volta modificato: Contro i bei tempi andati; l’originale è infatti un ironico e antifrastico e canzonatorio C’était mieux avant!

Indugio sui personaggi e smorzo la polemica sulle scelte traduttive. In un recente volume di entretiens intitolato Pantopie ou le monde de Michel Serres (Legros & Ortoli, 2016), non tradotto in italiano, Serres ne ha detto qualcosa. Innanzitutto di ignorarne l’eziologia e di essersi sempre sentito a disagio con i concetti: «L’idea astratta mi è sempre parsa, nella sua formalità, una maniera di pensare completamente obsoleta» (p. 70, trad. mia). Ho utilizzato, qui sopra, l’espressione personaggi concettuali. Il riferimento, ovvio, è a Deleuze e Guattari che la impiegano in Che cos’è la filosofia. La rispondenza non sfugge agli intervistatori di Serres (Legors & Ortoli, 2016) che non a caso chiamano in causa Deleuze (dimenticandosi di Guattari). Ciò che v’è di veramente interessante nei personaggi concettuali di Deleuze e Guattari (1996), e di paradossale, sta in questo: «[Essi] sono gli eteronimi del filosofo, mentre il nomi del filosofo è il semplice pseudonimo dei suoi personaggi. Io non sono più io, ma un’attitudine del pensiero a vedersi e a svilupparsi attraverso un piano che mi traversa in numerosi punti»; detto più brevemente: «Intervengono nella creazione stessa dei suoi concetti [del filosofo]» (p. 53). Serres respinge tutto e con ragioni che debbono apparirgli buone. «I miei personaggi – dice – sono come dei nomi in codice. Sono volta a volta individuali, specifici e generici»; ancora: sono i miei contemporanei. Degli individui contemporanei; sono degli individui generici degli spécimens» (Legros & Ortoli, 2016, p. 71, trad. mia). Eppure il fatto che siano i suoi (e nostri) contemporanei afferrati nella loro esemplarità non gli impedisce in nessun modo di svolgere il ruolo di personaggi concettuali: e cioè, p.e., a Michel Serres di pensare attraverso Pollicina, che è personaggio simpatico, o attraverso Vecchio Brontolone, antipaticissimo. «Potenze di concetti», dicono Deleuze e Guattari (1996, p. 55).

Rieccoci ai due personaggi che animano Contro i bei tempi andati. (Ve n’è un terzo, a dire il vero, ed è il medesimo Michel Serres che indulge qui, più che mai, all’autobiografismo). Pollicina, che aveva già fatto la sua comparsa nel libro eponimo, è, per così dire, il nativo digitale, il/la giovane con lo smartphone sempre tra le mani e i pollici sullo schermo; è social ed è anche sociable; coscienza ecologista e multi-culti; sempre politically correct (ma non in senso deteriore). Vecchio Brontolone è il locutore della locuzione c’était mieux avant, era meglio prima; è benestante, prospero, tradizionalista e nostalgico, numericamente prevalente, elettoralmente decisivo. Pollicina e Vecchio Brontolone abitano questo nostro mondo, stanno dentro l’attualità, l’una di fronte all’altro: il sorriso di Pollicina e la mutria di Vecchio Brontolone. Forse l’autobiografismo ha una specie di giustificazione: se Vecchio Brontolone ha l’età di Serres, Serres può testimoniarne l’impostura; e, in effetti: «Io a quei tempi c’ero. Posso stilare un bilancio da esperto. Eccolo» (Serres, 2018, p. 10). Il bilancio appunto è il ‘contenuto’ del libretto; ed è un bilancio, nella sua disarmante prevedibilità, affatto persuasivo. È sufficiente scorrerne il sommario dove già fanno la loro comparsa caudilli, duci, grandi timonieri, la guerra e la pace, le ideologie, le malattie, la pulizia e l’igiene, la schiena contadina, l’obsolescenza degli attrezzi ecc. ecc.* Meglio dopo, dunque.

Ottimismo del wishful thinking (per dirla con un Arbasino d’annata)? O come pretende Carlo Formenti, che però, medita su un altro pamphlet di Serres, e cioè su Tempi di crisi, un concentrato di quel «grande racconto che il fulmineo diffondersi delle tecnologie di rete ha alimentato negli ultimi trent’anni» (Formenti, 2011, p. 6)? Non è questo il luogo in cui ripercorrere la genealogia di questo grande racconto contraddittoriamente postmoderno che affonda le sue radici nel positivismo e «nell’utopia anarchica delle reti tecnologiche» (Formenti, 2011, p. 10); e che Serres, nel nostro testo, compendia così: «Tanti emittenti quanti riceventi: finalmente i molti hanno conquistato anche l’emissione. Così si disegna un nuovo spazio di comunicazione, a forma di rete e di intrecci, che realizza l’utopia preliminare alla democrazia» (Serres, 2018, p. 66). Ma Serres non ignora l’astroturfing dei social media (del Web 2.0) che consiste in una nuova forma di «fascismo emozionale» (Barile, 2011), nella diffusione di fake news e nell’accumulazione «di capitale sociale e relazionale» (Formenti, 2011, p. 19); semplicemente, si fa per dire, ne sottovaluta «il potenziale populista autoritario» (Formenti, 2011, p. 19); e si accontenta, si fa per dire, di sfumare l’onniscienza elettronica di Pollicina dal momento che, scrive, «parlo di informazione, non sempre di conoscenza» (Serres, 2018, p. 49; cfr. anche Legros & Ortoli, 2016, cap. 10), di additare il «gioco stupido e pericoloso» (Serres, 2018, p. 15) dei social network dove ci si oppone ideologicamente. Sennonché sono proprio i Trump, i Putin, la Brexit, l’economia, i conservatori, i populisti – gli esempi sono di Serres! (2018, p. 72) – ad aver saputo approfittare della fluidità, della dolcezza dei segni, dei simboli e, insomma, delle scienze della comunicazione, delle piattaforme Web 2.0.

Eppure Serres conosce l’ambiguità di ciò che ha definito doux.** Per esempio in un libretto come Le Mal Propre ha parlato di una pollution douce, di un inquinamento dolce fatto di segni e di loghi, di réclame, di suoni strillati da altoparlanti (Serres, 2008, p. 44). E nel nostro pamphlet troviamo Pollicina immersa «nel dolce del virtuale» (Serres, 2018, p. 14) un po’ come Don Chisciotte lo è nelle sue «stramberie libresche».***

Michel Serres, “Contro i bei tempi andati, (trad. Chiara Tartarini), Bollati Boringhieri, Torino, 2018, pp. 73, 8,00 €.

Giudizio: 4/5

NOTE

* E sui templi della cultura, ciò che indurrà al riso: «All’epoca, il marxismo regnava sovrano in quelle auguste aule [dell’École normale supérieure], e lo studente citava i geni d’obbligo; Stalin, Mičurin, Mao… Al momento del dibattito dissi una cosetta che fece infuriare il divo in erba, ovvero che il lavoratore manuale si lavava le mani prima di pisciare mentre quello intellettuale lo faceva dopo». E contro Althusser e compagnia: «Non solo non sapevano un bel niente di scienze, neppur di economia […] ma, essendo di buona estrazione borghese, raramente avevano messo le mani nella morchia o nel fango» (Serres, 2018, p. 32).

** Dolce in italiano, ma va detto che doux, come soft d’altra parte, ricopre un’area semantica più ampia del nostro dolce.

*** «Con un fiume di parole, se non di azioni, i Vecchi Brontoloni creano una atmosfera di melanconia sui tempi attuali. Influenzano il morale delle Pollicine e ostacolano le innovazioni, conquistando il potere un po’ dappertutto. Una volta i padri uccidevano davvero i figli; ormai li uccidono nel virtuale» (Serres, 2018, p. 71).

BIBLIOGRAFIA

Arbasino, A. (1978) In questo Stato. Milano: Garzanti.

Deleuze, G. & Guattari, F. (1996). Che cos’è la filosofia. Torino: Einaudi.

Formenti, C. (2011). Il gran récit della rete. aut aut, 347, 6-22.

Legros, M. & Ortoli, S. (2016). Pantopie ou le monde de Michel Serres. De Hermès à Petite Poucette. Paris: Le Pommier.

Serres, M. (2008). Le Mal Propre. Paris: Le Pommier.

Serres, M. (2009). Il mal sano. Genova: il melangolo.

Serres, M. (2010). Tempi di crisi. Torino: Bollati Boringhieri.

Serres, M. (2012). Petite Poucette. Paris: Le Pommier

Serres, M. (2013). Non è un mondo per vecchi, Torino: Bollati Boringhieri.

Serres, M. (2017). C’était mieux avant! Paris: Le Pommier

Serres, M. (2018). Contro i bei tempi andati. Torino: Bollati Boringhieri.


12.09.2018 Commenta Feed Stampa