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De senectute di Francesca Rigotti

di Lorenzo Leone

Un De senectute declinato al femminile, un saggio sulla senectus feminarum; e un appello, rivolto alle donne vecchie, alle vecchie e ai vecchi, a non lasciarsi andare – a difendersi. Ricco di riferimenti letterari, filosofici, al mito, il libro di Francesca Rigotti – filosofa sessantasettenne, saggista – impiega un approccio fenomenologico, sociologico e storico al suo tema premettendovi un argomento tutto filosofico. La vecchiaia delle donne non differisce da quella degli uomini che per ragioni culturali: nessun essenzialismo metafisico, antropologico vi è ammesso. «La ripartizione delle qualità umane – scrive l’autrice – secondo il sesso è una questione culturale […] che poggia su pregiudizi e stereotipi» (p. 9). Sono dunque i pregiudizi e gli stereotipi di genere, «vestigia di gender» (p. 10) – parola questa che abbonda nel discorso reazionario dove, com’è noto, sottintende un giudizio negativo –, a riprovare l’anilità (e cioè la vecchiezza delle donne); a riprovarla fin dagli esordi nella nostra cultura e in quelle che, fondanti, che ci hanno preceduti: quella greca, quella semitica, quella romana. Il discorso sulla vecchiaia femminile, afferma Rigotti, si è formulato abitualmente in una pletora di villanie e irrisioni; e la donna vecchia è stata giudicata innanzitutto – e lo è ancora – con un criterio estetico. E le categorie estetiche la riprovano: se il vecchio è brutto, la vecchia lo è di più (cfr. il cap. 4).* È quello che Susan Sontag, in un articolo del 1972, citato dall’autrice (p. 14), chiama «il doppio standard dell’invecchiare». Accanto agli acciacchi, al venir meno delle forze, questo giudizio sul corpo sfigurato, sessualmente sgradito. Con la parole di Sontag (che Rigotti non cita): «Per la maggior parte delle donne l’invecchiamento significa un umiliante processo di graduale squalificazione sessuale [For most women, aging means a humiliating process of gradual sexual disqualification]» (Sontag, The double stantard of aging, in «The Saturday Review of The Society», 23 settembre 1972, oggi consultabile al seguente URL: http://inspiredwomeneveryday.blogspot.com/2013/03/susan-sontag-1933-2004.html). E poiché, come sanno anche i bambini, le categorie estetiche sono suscettibili di divenire specchio di quelle morali, ecco, accanto alla bruttezza, l’avidità, l’ubriachezza, la lubricità che alla vecchia attribuisce Orazio – e cioè la cultura romana (cfr. p. 59). Il vituperium in vetulam (biasimo per la vecchia) è ovviamente contraddetto da un altro discorso che, seguendo Theodore Roszak, Rigotti battezza (p. 29) «Ipotesi della nonna» (‘ipotesi’ commentata anche da James Hillman in La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000). Secondo Roszak, ricorda l’autrice (ibid.), la menopausa avrebbe «un valore adattativo all’interno della biologia evolutiva» dacché consente alle donne non più feconde di occuparsi di figli e nipoti. L’ipotesi della nonna può sembrare stravagante. Rigotti non si perita di definirla in buona sostanza pseudoscientifica e inquinata dal vecchio pregiudizio che vuole «assegnare alle ave l’accudimento degli esseri umani» (p. 67), o il ruolo di levatrici come ai bei tempi di Socrate (cfr. p. 10). La nonna, la nonnina, la balia, la maia (levatrice), la fata (la fatina disneyana)… ecco gli stereotipi che si oppongono alla strega, alla puttana, alla donna brutta e ovviamente vecchia.**

Mi dilungo in questo resoconto sugli stereotipi di genere perché ci avviano senza meno a un affondo ‘sociologico’ critico e cruciale. Il sin qui detto ci restituisce l’immagine di una vecchiaia femminile condannata, più di quella maschile, alla marginalità e alla invisibilità. Il che, se vogliamo, procede dalla esclusione delle donne dalla storia ma pure dall’idea che la donna non abbia una storia, che le donne siano «in fondo tutte la donna, con i suoi innati caratteri di femminilità, sentimento, bellezza, maternità» (p. 71), che non siano suscettibili di formazione, di cambiamento, salvo quello traumatico della menopausa che le rende infeconde. Oggetto di critica è qui, da parte di Rigotti (cfr. p. 71 e p. 103 e sgg.), quel mito dell’eterno femminino o dell’eterno femminile (non sto qui a proporre distinzioni che pure esistono) che forse Simone de Beauvoir irrideva sarcasticamente con la seguente domanda nella prima pagina del suo Le deuxième sexe: «La femminilità è una secrezione delle ovaie o sta congelata sullo sfondo di un cielo platonico?» (Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 1961, p. 13).

All’inizio accennavo a un appello, parola che dovrei mettere fra virgolette. Quello di Rigotti non è un manifesto politico; è invece un invito a difendersi dal pregiudizio, ad alzare la voce, e un invito a progettare, a rimanere attive (e attivi). Ma è anche qualcosa di più. In un vecchio articolo, comparso nel 1976 su «CoEvolution Quartely» (oggi in The Meanings of Menopause. Historical, Medical, and Cultural Perspectives, a cura di Ruth Formanek, The Analytic Press, 1990), Ursula Le Guin, la scrittrice scomparsa quest’anno, immagina che dallo spazio giunga sulla terra un’astronave per reclutare un passeggero con cui conversare amabilmente nel viaggio di ritorno. «Quello che vorrei fare è andare giù al locale di Woolworth, o al mercato del villaggio locale e scegliere una donna anziana, sopra i sessant’anni… [What I would do is go down to the local Woolworth’s, or the local village marketplace, and pick an old woman, over sixty, from behind the costume jewelry counter or the betel-nut booth]». Certo, lei tentennerà, suggerirà di spedirvi un giovane scienziato o il dottor Kissinger, e tuttavia bisognerà spiegarle che «vogliamo farla partire perché solo una persona che ha sperimentato, accettato e percorso l’intera condizione umana – la cui qualità essenziale è il Cambiamento – può rappresentare sufficientemente l’umanità [we want her to go because only a person who has experienced, accepted, and acted the entire human condition – the essential quality of which is Change – can fairly represent humanity]». Solo la donna sarebbe maestra del (nel) cambiamento? Sarebbe un’ingenuità. Invece è – vorrebbe essere – la paradossale proposizione di un femminile universale: «Universale perché parla della condizione della vecchiaia delle donne ampliandola anche alla condizione della vecchiaia degli uomini, e non viceversa» (p. 102).

Francesca Rigotti, “De senectute”, Einaudi, Torino, 2018, pp. 111, 12,00 €.

Giudizio: 3/5

* «Tirate le somme – afferma l’autrice, p. 64 – diventa quasi comprensibile l’accanimento estetico di alcune donne su se stesse». Il giovanilismo da un lato, le promesse della chirurgia estetica dall’altro…

** E Michelet, che Rigotti non menziona, in un suo libro celebre, La strega, rimarca come ogni significato stereotipo possa rovesciarsi nel suo opposto: «Il solo medico del popolo, per mille anni, fu la strega. […] la gente di ogni condizione, e si può dire tutti, non consultava che la Saga o Saggia donna. Se non guariva, la insultavano, la dicevano strega. Ma in genere, per rispetto e timore insieme, la chiamano Buonadonna o Belladonna, dal nome che si dava alle fate» (Jules Michelet, La strega, Bur, Milano, 1977).


24.08.2018 Commenta Feed Stampa