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La mite di Fëdor Dostoevskij

di Lorenzo Leone

Benché tradotto e ritradotto, Adelphi fa uscire nella «Piccola Biblioteca» la sua traduzione di Krotkaja (breve racconto fantastico che Fëdor Dostoevskij pubblicò nel novembre del 1876 nel suo noto Diario) affidandone la traduzione e la curatela a Serena Vitale. La quale, aggiungo subito, ci restituisce una scrittura suggestiva e una nota al testo assai interessante.

Il titolo innanzitutto. Krotkaja, ci ricorda Vitale, è il nominativo singolare dell’aggettivo krotkij; un aggettivo che ha molte «sfumature di significato»: «dolce, mansueto, mite, remissivo, pacifico, umile, paziente, rassegnato» (pp. 93-94). Seguendo gli esempi di molti traduttori, Vitale traduce il titolo con La mite.

Una piccola ‘illazione’: leggo in una rivista («Quaderni di semantica», vol. 10, Il Mulino, 1987) che krotkij «nei dialetti del Vjatka significa ‘crudele’, ‘severo’». Solo uno slavista e un conoscitore di Dostoevskij saprebbe dirci se nel racconto krotkij ha (anche) questa sfumatura di significato; e d’altra parte l’avesse avuta Serena Vitale lo avrebbe segnalato nelle sue puntuali note.* Vorrei però concludere il mio ragionamento tutto congetturale. La parola severità è utilizzata spesso dal protagonista monologante del racconto, giacché questo protagonista una buona dose di severità se la attribuisce e se la rimprovera; perché allora non vedervela riflessa o irradiata anche dalla compagna, dalla giovane moglie, cui l’autore non ha attribuito un nome segnalandone invece un tratto caratteriale: la mitezza, la mansuetudine ecc.? Il lettore pare trovare una conferma a p. 37: «Guardandola mi passa improvvisamente per la testa che durante tutto quell’ultimo mese […] non aveva affatto mostrato il suo solito carattere, ma addirittura, se così ci si può esprimere, un carattere completamente opposto: si era rivelata una creatura violenta, aggressiva».

Ho già accennato al processo (logos) monologante. Michail Bachtin, proprio a proposito di La mite (Michail Bachtin, Dostoevskij, Poetica e stilistica, Einaudi, Torino, 1968), introduce il concetto di ignoranza cosciente: «Il racconto […] è costruito direttamente sul motivo della ignoranza cosciente. L’eroe nasconde a se stesso ed elimina accuratamente dalla sua propria parola qualcosa che sta continuamente davanti ai suoi occhi» e che alla fine scopre. Scopre o scoprirebbe. Si direbbe, infatti, che egli fallisca l’accesso alla verità di questo suo discorso così come fallisce l’accesso alla consistenza fenomenale della salma della giovane sposa deposta sul tavolo. Questo cadavere, con il suo non esserci più, fattiziamente (faktisch) direbbe Heidegger, suscita nel monologante una forma di cura che non è lutto o sollecitudine, bensì un discorso discinetico, per così dire, dove il diaframma della memoria interviene continuamente ma senza delucidare troppo, giacché la verità, l’unica, almeno in apparenza, almeno per il momento e fin quasi alla fine, giace sul tavolo o in un paio di scarpine vuote. E quell’inizio («finché lei è qui va ancora tutto bene» ‹p. 11›), preceduto da tre puntini di sospensione, come del resto quella chiusa («No, sul serio, che sarà di me quando domani la porteranno via» ‹p. 73›) appaiono affatto perturbanti. Solo alla fine, p. 71: «Come è esile nella bara, come si è fatto aguzzo il suo nasino! Le ciglia sembrano piccole frecce»; «[…] e se fosse possibile non seppellirla?». Sono pensieri che erompono nella ‘confessione’ della verità.

Quella del protagonista è una parola «profondamente dialogica», come scrive Bachtin, che però allude all’uomo del sottosuolo (Michail Bachtin, Problemi dell’opera di Dostoevskij, in Michail Bachtin e il suo circolo: Opere 1919-1930, Bompiani, Milano, p. 1337). In qualche modo essa parola interpella: è «allocuzione personale di un uomo in carne e ossa» (p. 1339), è supplica, requisitoria, ricordo; è anche anfibolia, un dire che non è mai definitivo (e che, si badi, rispecchia il quotidiano dialogo-non-dialogo tra il marito e la moglie), un monologare accessibile e inaccessibile, una sfida continua. Di tutto ciò, della ‘novità’ del procedimento, Dostoevskij è perfettamente consapevole; tant’è che sente il bisogno di scrivere una prefazione dove, fra le altre cose, giustifica la natura ‘fantastica’ del racconto.

Da leggere – da leggere perché Robert Bresson ne trasse un film e Thomas Bernhard ispirazione per “A colpi d’Ascia“, quando il nome di Dostoevskij non dovesse parere ragione bastante.

Fëdor Dostoevskij, “La mite”, Adelphi, Milano, 2018, pp. 103, 11,00 €.

Giudizio: 5/5

(Lorenzo Leone, www.lorenzoleone.it)

* Mi scrive lo slavista E.R., che ringrazio sentitamente: «È un caso di omonimia. Krotkij nell’accezione dialettale di crudele deriva da un’altra parola che significa appunto crudele (in ceco ad es. suona krutý), mentre il krotkij del russo standard viene da una parola antico slava che attiene a un diverso campo semantico, nel quale rientra appunto l’accezione evangelica».


17.08.2018 Commenta Feed Stampa