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Le acque del Nord di Ian McGuire

di Massimo Sola

Una baleniera sta salpando dal porto inglese di Hull per raggiungere una zona di mare denominata North Water, nella baia di Baffin, una zona dove solitamente si concentra un gran numero di cetacei. Noi lettori partecipiamo fin da subito alla vita dei marinai a partire dagli odori che l’autore non risparmia di elencare ad ogni cambiamento di ambiente, dal porto al ponte della nave, dalle cuccette ai momenti caccia, odori pungenti, perlopiù sgradevoli: farina di pesce, puzzo di piscio, vernice, fumo di pipa, tanfo di carne avariata, puzzo di sigari e sudore, “tanfo di carne ed escrementi, come in un mattatoio, come in una scena infernale”. Infatti è all’inferno che ci troviamo, a metà del XIX secolo, fra uomini rudi come impone la vita di bordo, uomini segnati nel corpo e nello spirito da precedenti naufragi; la violenza è pane quotidiano; il sangue scorre in grande quantità.
Balene, orsi, foche, squali, cani: i loro corpi sono lacerati, squartati, vilipesi. Lo stesso succede agli uomini, perché il male è salito a bordo, ha preso le sembianze di un assassino, di uno stupratore:

E’ un uomo d’azione, e ogni azione rimane separata e completa in sé: scopare, uccidere, cacare, mangiare. Possono presentarsi in qualunque ordine. Non ce n’è una prioritaria…” Per lui “La morte… è come un manufatto, come una costruzione. Ciò che era una cosa, adesso è diventato qualcos’altro.”

Gli uomini sono cose, infatti, strumenti per raggiungere un obiettivo diverso dalla caccia; è una truffa il vero obiettivo, che renderà molto di più all’armatore e al comandante, l’unico a bordo ad essere a conoscenza del vero motivo per cui la “Volunteer” dovrà spingersi tanto a nord.

Ma sulla nave c’è anche il medico Patrick Sumner, lettore di Omero, in fuga da un passato che lo tormenta, e il ramponiere Otto, un seguace di Swedenborg, i quali trovano il modo di sfuggire, almeno per il tempo di una schietta discussione filosofica, all’atmosfera carica di violenza e di sospetti che avvolge la baleniera come un banco di fitta nebbia.

Otto: “Le domande più importanti sono quelle cui non possiamo sperare di rispondere con le parole. Le parole sono come giocattoli, per un po’ ci divertono e ci insegnano qualcosa, ma quando diventiamo adulti dobbiamo rinunciarci”.

Sumner: “Le parole sono tutto quello che abbiamo, se ci rinunciamo, non siamo migliori delle bestie.”

Le avventure proseguono sulla banchisa, fra tormente di neve e altra inaudita violenza fino al momento in cui Sumner si trova isolato e senza più forze per aver inseguito un orso allo scopo di ucciderlo e di cibarsi delle sue carni, per riuscire a sopravvivere in quel nulla:

Il profilo dell’animale si fa indistinto, poi si complica, infine si dissolve. Presto anche il cielo e le scogliere spariscono, e Sumner non vede che le cineree iterazioni della tormenta, tutto che si sposta e gira e vortica, niente di chiaro, indipendente o distinto. Intrappolato in questa rete sconcertante, perde il senso del tempo e dell’orientamento […] Si è spinto troppo lontano, lo sa: ha perso di vista il suo scopo, è perduto e confuso e il fallimento è completo.” Metafora della sua vita (e della nostra)? Forse sì.

Ma la fine, del romanzo e di Sumner, è ancora lontana…

Allora lasciamoci trasportare dalla scrittura di Ian McGuire che, raccontando un mondo fondato sulla violenza, una realtà da cui non ci siamo mai allontanati del tutto in quanto è ancora il fondamento della nostra, con questo romanzo si avvicina ai toni epici del grande Cormac McCarthy.

Ian McGuire, “Le acque del nord”, (trad. di Andrea Sirotti), pp. 278, € 19,50, Einaudi, 2018.

Giudizio: 5/5


20.07.2018 Commenta Feed Stampa