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Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli

di Lorenzo Leone

Che ci va a fare Manganelli in Africa? Escursionista in erba, Manganelli scese al primo albergo africano (scrive Viola Papetti nella postfazione) in abbigliamento coloniale di maniera: completo kaki, cappello con visiera e ombrello. Una mise ricercata a segnalare un ruolo incongruo? Ma la prima redazione della sua relazione, quella pubblicata ora da Adelphi, annuncia subito una scelta di campo: quella del testimone, dell’osservatore, del Kulturkritiker – ciò che obbliga il Nostro ad assumere una posizione globale.

Siamo nel 1970 e Giorgio Manganelli si appresta ad abbandonare il suo status di scrittore sedentario, ad assumere, almeno occasionalmente, quello di écrivain-voyageur: esistenza sociologica moderna che ricomprende giornalisti in missione, esploratori (magari inclinanti alla difesa della civilizzazione e degli interessi coloniali ecc.). Viola Papetti, che fu intima nel Nostro, consegna a una sapida postfazione le sue osservazioni su quel viaggio allotrio e, per certi versi, paradossale: lo volle tale Carlo Castaldi, progettista, per la multinazionale Bonifica (una denominazione che pare ironica), di una strada che avrebbe dovuto connettere Dar es Salaam al Cairo chiamata Transafricana1 e che non venne mai realizzata. Castaldi immaginò una specie di delegazione di studiosi, di cui Manganelli avrebbe dovuto costituire il cervello, a sorreggere ‘ideologicamente’ l’impresa. (Ma la scelta dello scrittore scaturiva anche dal responso che Silvana Radogna, moglie di Castaldi, paziente eletta del dott. Ernst Benhard, donna amata da Bobi Bazlen, aveva tratto dai tarocchi: ciò che, secondo Viola Papetti, irritò profondamente Manganelli).

Escursionista in erba, Manganelli scese al primo albergo africano (sempre Papetti) in abbigliamento coloniale di maniera: completo kaki, cappello con visiera e ombrello (cfr. p. 64). Una mise ricercata a segnalare un ruolo incongruo? Ma la prima redazione della sua relazione, quella pubblicata ora da Adelphi, annuncia subito una scelta di campo: quella del testimone, dell’osservatore, del Kulturkritiker – ciò che obbliga il Nostro ad assumere una ‘posizione globale’ («des positions globales» diceva Fanon nei suoi Damnés ‹p. 15 della tr. it.›*). Soprattutto la terra, sorvolata o percorsa, colpisce il nostro osservatore. Intanto perché è davvero terra: terra gialla, ocra, raramente verdeggiante: «L’Africa appare morta – qualcosa che non è mai stato vivo […] Costole, ossame geologico: montagne di ciottoli lavorate da un’acqua furibonda ed effimera» (p. 17).

E alla sterminata crosta africana gli appare subito ovvio contrappore la città europea che «tenacemente si stende a obliterare ogni traccia di ‘terra’»: «arcaica vergogna dell’Europa» (p. 12) la terra, se incolta, se scoperchiata. L’Africa e la città: dure realtà inconciliabili, giacché la seconda partecipa del tempo storico o cronologico e si progetta, si ‘futurizza’ (skopós vs télos, se col secondo indichiamo il tempo ciclico, ‘naturale’). Il tempo e la città; il tempo e la civiltà: non è un caso che l’Africa appaia a Manganelli fuori della storia, astorica o preistorica: «L’europeo, unico animale antico e moderno, celebra la propria dignità nello splendore dei ruderi […] Si adorna di colossei, templi, acropoli»; invece «i simboli della dignità africana [subsahariana] sono senza tempo, ma intensamente araldici» (p. 34);** sono gli animali anzitutto.

Trapianto (impianto) esogeno, la città gli appare scissa; scissa nei tempi e negli spazi che immette: i commuters (il proletariato) che occupano autobus sovraffollati tornano alla periferia, al villaggio, o al suo simulacro, e al suo tempo. A Nairobi, scrive, «l’illusione è impossibile. Dall’alto è un tuorlo di edifici bassi e candidi, circondato da un rado albume di capanne. Ma queste capanne sono già la versione africana della bidonville, così come il centro ha un sapore asettico, una clinica per uomini dalla pelle innaturalmente chiara e per africani che ne hanno preso i gesti» (pp. 20-21). Città coloniale, ovviamente, «monde compartimenté», diceva Fanon: «Sans doute est-il superflu, sur le plan de la description, de rappeler l’existence de villes indigènes et de villes européennes, d’écoles pour indigènes et d’écoles pour Européens, comme il est superflu de rappeler l’apartheid en Afrique du Sud». La città del colono, proseguiva, è in pietra e ferro, illuminata, asfaltata, percorsa da piedi calzati, giacché i piedi del colono non sono mai nudi, salvo forse al mare (cfr. pp. 5-6 della tr. it.). Gli fa eco Manganelli con una catena di interrogativi corrosivi: «La bidonville di Nairobi, la pubblicità delle compagnie aeree dedicata a uomini che vanno a piedi scalzi?*** L’invito a passare la Pasqua a Roma o a Madrid, rivolto agli abitanti di paesi che hanno settanta dollari annui di reddito medio? È una gigantesca insolente frode? O appare piuttosto a costoro come un’immagine, che sappiamo quanto sia deforme e grottesca, di una speranza?» (p. 37).

Solo ridicola (gli) appare invece la ‘frode’ (tra virgolette) giocata al viaggiatore europeo per il quale l’Africa è un immenso zoo, un parco, uno scenario cinematografico, un regno favoloso e selvaggio, tenebroso, una Wilde Life da eternare con la macchina fotografica. Mito infantile («Dall’infanzia, una oscura memoria di esploratori… ‹p. 27›) che finisce sui dépliant degli operatori turistici, sulle riviste di viaggi, al Cinema.**** Manganelli immagina di dischiudere il senso di colpa del viaggiatore bianco, europeo e americano: «Ma si ricorderà di se stesso in mezzo a quella gente […] come una cosa estranea, un errore, una prepotenza» (p. 29); un becero turista itinerante motorizzato, soccorso da un involucro di latta; l’unico essere umano in movimento in un paesaggio quasi immoto, nel tragitto da un albergo a un altro albergo. Un mordente sarcasmo, quello manganelliano, che conclude o si fa conclusivo sull’ordinata realtà della strada di cui, non lo si dimentichi, dovrebbe plàudere l’utilità, l’efficienza; e invece: «La strada, sebbene non percorribile, off-limits, per il negro è pur sempre un bizzarro luogo longilineo»; certo anche un luogo curioso e non del tutto superfluo; e tuttavia la strada congiunge i lontani e non i vicini. Al passo fiaccabile dell’uomo su quel continente «accidentalmente umano» si confà di più la pista sinuosa, effimera, esposta al rischio di essere raschiata dalle piogge. La ‘viabilità’ africana non è costruita – è delicatamente «tatuata» (p. 15).

L’indigenza dell’africano, l’indigenza prodotta dal sistema, dalla condizione coloniale, è la causa della sua immobilità, della sua inerzia; immobilità e inerzia che divengono un ‘problema’, in un continente intransitabile, solo quando la colonizzazione impone il movimento: il movimento degli uomini e delle merci, la ferrovia, la strada, l’aeroporto, la città metropolitana. I figli dell’africano, vaticina Manganelli, «cresceranno con la cognizione naturale che muoversi è possibile ma che ciò è loro negato per sempre» (p. 36). È una previsione azzeccata solo a metà.

Perché allora Manganelli parla di speranza? Speranza grottesca, certo, ma anche una «proposta» e un «regalo» (dell’Occidente?) – un regalo «ambiguo, euforico e rischioso» consegnato a una vita sfregiata, ferita anche solo simbolicamente dalla tecnica, dal contatto con la tecnica occidentale (cfr. p. 37). E allora il secondo vaticinio manganelliano è azzeccato: «La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro» (p. 40).

Giorgio Manganelli, “Viaggio in Africa”, Adelphi, Milano, 2018, pp. 71, 7,00 €.

Giudizio: 5/5

* Frantz Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino, 1962.

** Con l’eccezione, annota, della «regione che va dal lago Tana ad Axum e Lalibela [che] racchiude i resti di diverse civiltà» (p. 50).

*** Più avanti, p. 39: «Si rammentano gli innumerevoli lustrascarpe in una terra senza scarpe».

**** E così, «La ‘bellezza’ dell’Africa è stata inventata ed elaborata da bianchi; in tal modo si è conservata e protetta l’annessione culturale dell’Africa» (p. 32). Fanon va oltre: «Toutes les valeurs méditerranéennes, triomphe de la personne humaine, de la clarté et du Beau, deviennent des bibelots sans vie et sans couleur. Tous ces discours apparaissent comme des assemblages de mots morts. Ces valeurs qui semblaient ennoblir l’âme se révèlent inutilisables parce qu’elles ne concernent pas le combat concret dans lequel le peuple s’est engagé» (pp. 12-13 della tr. it).


18.07.2018 Commenta Feed Stampa