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Maestoso è l’abbandono di Sara Gamberini

di Silvana Arrighi

“Mi sono svegliata senza il dottor Lisi, dopo pochi giorni lo avevo già relegato tra le persone importanti della mia vita, detestate e amate, qualcuno di cui conservare il ricordo ma da tenere distante, le sue interpretazioni mi erano del tutto estranee, come qualcosa letto in un libro che non appassiona abbastanza. Compravo giornali che non leggevo, mangiavo cibo di pessima qualità e la notte scrivevo poesie molto tristi. Camminavo per casa prestando grande attenzione ai pensieri, ero animata da una serietà molto vicina alla delusione, severa, solenne. A dire il vero temevo di perdere la ragione.”

Maria e il dottor Lisi, il dottor Lisi e Maria. Quando si è in analisi, il punto di riferimento è uno solo: l’analista. A lui si dedicano pensieri, si donano sogni come fossero pegni d’amore, le sedute diventano un momento – il momento – certo e costante attorno a cui ruota, con orari e giorni prefissati, la vita intera. Così è per Maria, giovane libraia dalla vita comune: forse innamorata di Lorenzo, forse buona amica di Bianca, forse seriamente interessata alla vita dei genitori. Forse, solo occupata dalla propria analisi. Che un giorno però dovrà finire, portando con sé un languido, doloroso e dolcissimo senso di abbandono.

Lorenzo, il collega-fidanzato; Lucia, la madre; Franco, il padre; Bianca, l’amica; Amina, la ragazza kosovara; lo stesso dottor Lisi; entrano ed escono dal romanzo d’esordio della veronese Gamberini danzando un insinuante balletto fra l’onirico e l’ironico, con punte di vivissima sensibilità artistica. Romanzo-monologo in prima persona, praticamente privo di dialoghi, narra di Maria, l’io narrante, raccontando di lei su più piani contemporanei che abbracciano tempi diversi. Il tempo verbale più utilizzato è l’imperfetto, il tempo della fiaba, e insieme il più efficace nel sigillare i ricordi permeati della nostalgia del passato. Il racconto è, invero, una continua oscillazione fra tempi diversi, anche se i pensieri sono pensati nel presente: ed è racconto di interazioni e intersezioni di personaggi e avvenimenti che si fatica ad allineare in un senso compiuto. Maria ha un “desiderio ostinato per Lorenzo” – uno di quegli “amori altissimi”, ovvero “quelli che non servono a niente” – anche se assolutamente privo di aspettative, ha un dialogo animista con gli oggetti intorno a sé, fatto di magia, amuleti, foglie d’autunno, personaggi del bosco – come il piccolo cervo verde della copertina -, intrattiene in immaginario rapporto epistolare con la madre, eccentrica e distante ex sessantottina, quasi sempre Lucia e pochissimo mamma. Ma la copertina fa anche pensare a Bambi, indissolubile nella nostra memoria e nel nostro immaginario dalla mamma-di-Bambi. E il libro è dedicato ad una figlia – Mariam – il diverso da sé in cui ogni madre si rispecchia e si rivive, rinascendo.

Libro densissimo e quasi senza trama, i cui personaggi ondeggiano come spuma nei pensieri di Maria, utili al suo monologo interiore, alla sua analisi infinita che si snoda in un ossessivo percorso serpentino, e all’estenuante fatica del distacco dallo psicanalista. Ma c’è mai la fine in un’analisi? Come si riconosce il momento in cui va terminata? Come guarire dall’abbandono nostalgico che porta con sé, con un’altra analisi ancora più infinita, ancora più estenuante?

“Sono qui da secoli, per gli addii mi serve tempo. È l’alba, l’ora del lupo è passata da poco, mi scrollo di dosso i residui patetici, gli eccessi emotivi, sistemo il sedile e lascio via Pigna numero due. Sono stata appostata in macchina tutta la notte, ho cantato le canzoni che trasmettevano alla radio bevendo quasi per intero una confezione di campari. Ne ho bevuti sei, tutti caldi. Al quarto ho scritto «Non verrò per un po’», seguito da «Questo è un addio» e «Non ci vedremo mai più», ho lasciato un biglietto sullo zerbino e sono rimasta a guardare per molto tempo la porta chiusa per sempre, se mi riuscirà. Non ci sei più. Ho aspettato a lungo che smettessi di sbagliare, poi un giorno, verso le cinque e trentadue, me ne sono andata. La tristezza scavalca lobo frontale, polmoni, teoria del linguaggio, la Cosa, das Ding, e mi allaga la vista”

Com’è complicato questo libro, e com’è bello! Per alcuni versi è un distillato di dolore, per altri è felicità pura. In bilico fra poesia e terapia, è scritto in una lingua dolorosamente sensibile, come di lacerazione sanguinante ed esposta, nel contempo però luminosa e ricercata, con punte di sottilissima raffinatezza. Lascia una scia di sensazioni estetiche fulminanti, di frasi spezzate, di pensieri interrotti. Un romanzo che avvolge e stringe forte. Un ottimo esordio.

Sara Gamberini, “Maestoso è l’abbandono”, pp.224, euro 15, Hacca Edizioni, 2018

Giudizio: 4/5


5.06.2018 Commenta Feed Stampa