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Diario di un condannato a morte di Alessandro Piana

di Silvana Arrighi

Immaginate una cella di due metri per tre, immaginate di viverci con una luce che non si spegne mai neppure di notte, di poterne uscire solo poche ore alla settimana per andare in una sorta di “gabbia recintata” di pochi metri quadrati, di avere un rubinetto dell’acqua calda da cui esce acqua fredda ed uno dell’acqua fredda da cui esce ancora più fredda, di non aver alternativa al dover utilizzare quest’acqua per bere e cucinare anche se dichiaratamente cancerogena, di mangiare solo carne di soia e verdura regolarmente marcia, di non poter contare su alcuna cura medica nel caso sfortunato vi capitasse di ammalarvi; immaginate di veder andare a morte i vostri compagni di detenzione uno dopo l’altro per anni e anni e di avere a meno di cinquanta metri dalla vostra “casa” il luogo dove vengono giustiziati. E, se ci riuscite, immaginate di sapere che quella stessa sorte toccherà a voi in un giorno che non si sa quale potrà essere, vicino o lontano, mentre cercate di riempire le vostre giornate con cose il più possibile “normali” – come vedere dei vecchi film in una televisione da 11 pollici o sfogliare riviste già opportunamente vagliate dalla censura carceraria – e possibilmente utili a voi stessi e agli altri.

Bene, per quanti sforzi possiate fare, credo sia quasi impossibile immedesimarsi nei ventisei anni trascorsi da William (“Bill”) Van Poyck in “questo oscuro angolo del mondo”, il braccio della morte, consapevole di quella che sarà la sua fine e consapevole pure che sarà una fine arbitraria e iniqua: non solo perché non ha commesso il reato di cui lo si accusa ma perché la pena di morte lo è.

“Il fatto che un assassino riceva una condanna a morte è davvero una questione di fortuna, di geografia e/o di chi sia il procuratore di Stato… […] Conosco la storia di un giovane ragazzo in Florida che ha ucciso cinque persone a sangue freddo e non è nel braccio; un altro tizio qui in Virginia ha ucciso sei persone e non è nemmeno stato condannato all’ergastolo. Quando si fa parte del sistema, e io lo sono da anni, si fa presto a cogliere le incongruenze e si vede quanto la scelta di chi condannare a morte sia del tutto arbitraria. Chi pensa che giustizia sia stata fatta sta prendendo in giro se stesso. La si può chiamare in molti modi ma ‘giustizia’ non è uno di questi.”

Anche ammettendo per un momento che la pena di morte sia accettabile in uno stato civile, la realtà negli Stati Uniti è spesso veramente inconcepibile: molti detenuti condannati a morte – e fra questi Van Poyck – non hanno commesso reati tali da “meritare” questa condanna; e, viceversa, ci sono detenuti “liberi”, cioè non nel braccio della morte, colpevoli di reati orrendi, pluriomicidi, stupratori, che mai verranno puniti con tanta irreversibile durezza.

“Omicidio legale”, è l’ossimoro che viene indicato nel certificato di decesso: la morte inflitta dal sistema giudiziario statunitense, così caro ad un gran numero di cittadini – ed elettori, cosa che rende le esecuzioni di pene capitali oggetto di propaganda elettorale anche da parte di insospettabili leader politici: “gli anni elettorali, storicamente, sono i peggiori per i condannati a morte”. Nelle oltre 250 lettere spedite alla sorella Lisa fra il 2005 e il 2013 – selezionate, tradotte e curate da Alessandro Piana – Bill usa raramente il termine “giustiziato” riferendosi ai suoi compagni di detenzione ma piuttosto ammazzato o ucciso. La scelta dell’autore-curatore del libro è anche quella di lasciare nel testo l’evidente calco dalla lingua inglese “è stato eseguito”, una forma passiva che forse l’italiano moderno dovrebbe adottare per la sua forza ed efficacia nel trasmettere l’inermitá dell’individuo di fronte alla micidiale macchina di orrore che è la pena di morte.

“L’esecuzione di Rob è ancora prevista per l’11 luglio, tra appena diciannove giorni. Nel momento in cui inalerà l’ultimo respiro e il suo spirito volerà via, non un solo cittadino dello Stato della Virginia sarà migliore di prima: nulla sarà guadagnato, niente migliorerà in seguito a questa deliberata eliminazione di una vita umana. Piuttosto, a mio parere, ognuno sarà peggiore; ogni esecuzione rappresenta la negazione del potenziale di cambiamento e della bontà di ogni anima, e diventa un’altra nota negativa della nostra nazione”.

Questo libro è il grido di dolore di un uomo ma è anche un j’accuse gridato al mondo e a quell’America che imperativamente e superbamente si autoproclama leader del mondo democratico e civilizzato.

Raramente ho impiegato così tanto tempo a leggere un libro…la lentezza delle giornate tutte uguali, la certezza agghiacciante di quello che ci sarà alla fine, sono riversate nelle 464 pagine di cui si compone: la giusta lunghezza per non cedere alla tentazione di un facile oblio. Doloroso e necessario, questo libro imprime un solco profondo nella coscienza di ognuno. Dopo averlo letto non si può più essere gli stessi di prima.

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Amnesty International ha concesso il patrocinio a quest’opera perché “pone il tema della pena di morte con una operazione appassionata e partecipe, mostrandone la disumanità e l’impossibilità di una applicazione giusta.”

A lato, due parole sulla casa editrice Bookabook e sul suo innovativo progetto editoriale. Bookabook utilizza la strategia di crowdfunding, cioè una raccolta fondi via web fatta coinvolgendo direttamente i destinatari del prodotto, che quindi diventano dei veri e propri committenti e rendono possibile la produzione di ciò che acquistano in anticipo: i lettori pre-ordinando il libro ne diventano perciò gli “editori morali”.

Alessandro Piana, “Diario di un condannato a morte”, pp.464, euro 18, Bookabook, 2018

Giudizio: 5/5


29.05.2018 Commenta Feed Stampa