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Nella colonia penale di Franz Kafka

di Massimo Sola

In un non ben precisato paese dei tropici, un viaggiatore è invitato da un ufficiale della colonia penale ad assistere alla condanna di un soldato che ha disobbedito a un ordine alquanto assurdo, fare il saluto alla porta del suo capitano ad ogni battito dell’ora. Il soldato non solo non ha subito un regolare processo, non è neppure consapevole di essere stato condannato.
In questa breve descrizione c’è già tutto Kafka. Aggiungete che la condanna consiste nell’essere torturato a morte da una macchina che scriverà sul corpo del colpevole, incidendola nelle sue carni, il comandamento (il comandamento!) che non ha rispettato. E qui sembra di precipitare in un incubo dei più assurdi…ma siamo proprio sicuri che sia solo un incubo?
Non aggiungo altro per non privare, a chi non ha ancora letto questo straordinario e terribile racconto, la sorpresa di un finale sconcertante. Pubblicato nel 1919, ma concepito qualche anno prima, “Nella colonia penale” si trova, nell’edizione Einaudi, assieme a “La condanna” e a “La metamorfosi” nella raccolta intitolata “Punizioni”, titolo che lo stesso autore aveva indicato per una eventuale pubblicazione, progetto che poi sfumò.
Se la letteratura è esplorazione di mondi contigui, non coincidenti con quello in cui viviamo, Kafka si inoltrò in territori dove mai nessuno prima di lui aveva messo piede. Con questo racconto si fa perfino profeta della macchinazione infernale che molti subirono, nei decenni successivi, vittime delle dittature del XX secolo, presentendola con le sue sensibilissime antenne.
Ciò che mi ha sempre fortemente colpito in Kafka è la sua straordinaria abilità nell’introdurre elementi surreali nelle sue opere e nel farceli accettare come del tutto necessari ai fini della storia narrata. E’ come se ci mettesse in guardia: l’assurdo è entrato a far parte della nostra vita, dobbiamo esserne consapevoli e trovare la forza di reagire, come ad esempio fanno i due protagonisti dei suoi romanzi più noti (Il processo e Il castello).
Nel racconto non mancano momenti di comicità; i due personaggi minori, la guardia e il condannato, scherzano e litigano come due attori del cinema muto, contendendosi il cibo e i fazzolettini che l’ufficiale getta loro. Il racconto sembra terminare con una nota positiva. Il viaggiatore, che forse in realtà era un osservatore inviato a controllare le attività della colonia, parte dopo aver portato a termine la sua missione, ma ciò che legge poco prima della sua partenza, sulla tomba del vecchio comandante, l’inventore della macchina della tortura, deve metterci in guardia sulle reali intenzioni dell’autore:
“Qui riposa il vecchio comandante. I suoi seguaci, che ora non possono portare nessun nome, gli hanno scavato questa fossa e posto questa lapide. Dice una profezia che dopo un certo numero di anni egli risorgerà e da questa casa guiderà i suoi seguaci alla riconquista della colonia. Abbiate fede e attendete!”
Purtroppo da allora il comandante torturatore si è incarnato più volte nel corso del tempo…

Per apprezzare, e infine per amare Kafka occorre abbandonarsi totalmente alla sua scrittura. Durante e dopo la lettura avviene un cambiamento, inevitabilmente il mondo lo si osserva con occhi diversi.

Franz Kafka (1883 – 1924) è considerato uno dei maggiori scrittori del XX secolo. Oltre ai racconti e ai romanzi, fra cui i conosciutissimi “La metamorfosi” e “Il processo”, ci ha lasciato aforismi, diari e un voluminoso epistolario; le sue opere, con poche eccezioni, sono state pubblicate dopo la sua morte.

 


10.04.2018 Commenta Feed Stampa