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Il buon vino del signor Weston di Theodore F. Powys

di Silvana Arrighi

“Il 20 novembre 1923, alle tre e mezzo del pomeriggio, un furgone Ford di quelli comunemente usati in Inghilterra per consegnare merci nei distretti rurali, sostava davanti al Rod and Lion Hotel di Maidenbridge” […] “…le fiancate del furgone, come spesso accade, erano state usate per pubblicizzare le merci che il furgone stesso, senza dubbio, trasportava. […] «Il buon vino del signor Weston».

A Maidenbridge, villaggio della campagna inglese, giunge quindi un giorno il signor Weston sul suo furgone Ford. Ad accompagnarlo è l’aiutante Michael, la loro destinazione è Folly Down ed hanno già in mano un nutrito elenco di abitanti del luogo, possibili acquirenti della loro merce preziosa. Ciò che si cela sotto il telone del furgone, però, si annuncia subito come inquietante e orribile alla vista. La vita della piccola cittadina ruota attorno alla locanda di padron Bunce – denominata Taverna dell’Angelo -, alla canonica del reverendo Nicholas Grobe, alla proprietà dell’allevatore di bestiame cavalier Mumby.  Nel paese la dissolutezza delle donne è pari almeno ai maneggi meschini degli uomini. La signora Vosper, una vecchia perfida e volgare, organizza incontri lubrichi su un giaciglio improvvisato sotto una frondosa quercia al limitare del paese: qui conduce le giovani in età da marito e le consegna ai desideri osceni dei fratelli Mumby ma, stranamente, è Grunter, sagrestano e becchino del paese, ad essere additato come colpevole di tutti gli stupri. Il pastore Grobe, uomo buono e malinconico, ha smesso di credere in Dio dopo che un evento terribile lo ha privato della briosa e ammiccante Alice; la bella Tamar, loro figlia, è innamorata dell’angelo dipinto sull’insegna della taverna e attende di incontrarlo in carne ed ossa e poterlo sposare. Luke Bird, un giovane semplice e non poco bacchettone, cerca di convertire alla fede in Dio gli animali, dai tori ai pettirossi, nella convinzione che essi soli, insieme alle fanciulle illibate, siano dotati di anima.

L’arrivo del signor Weston è annunciato da un evento che ha del prodigioso, un cono di luce proiettato nel cielo che pubblicizza “Il buon vino del signor Weston” (enunciazione – pare – presa a prestito da una frase di Jane Austen in Emma): quando l’uomo e il suo aiutante si presentano alla Taverna dell’Angelo tutti pretendono di riconoscere in lui qualche parente perduto. Ed a questo punto la pendola appesa al muro smette di segnare il tempo e si ferma sulle sette. “Il signor Bunce fissò la pendola. Voleva essere sicuro. Tutto continuava a tacere. «Il tempo si è fermato» annunciò allarmato il signor Bunce. «Ed è cominciata l’eternità” aggiunse il signor Grunter».”

Novella dal ritmo ossessionante, pervasa da una religiosità esasperata e da un misticismo estremo (un sentimento religioso, quello di Powys, che aveva radici in profondissime influenze letterarie e filosofiche), impregnata di paganesimo, di dubbio, di domande e di certezze dove non è difficile ravvisare riferimenti biblici ed evangelici: non è forse l’Arcangelo Michele a celarsi dietro alle fattezze di Michael, aiutante di Weston? non vi è forse un riferimento alle nozze di Cana dietro alla trasformazione dell’acqua del pozzo di Luke Bird in vino e poi nuovamente in acqua? Quello stesso “vino” che rappresenta con certezza un’allegoria: il lettore intuisce abbastanza presto che vi è del sovrannaturale nel signor Weston, e il vino che vende è quel qualcosa di cui ciascun abitante di Folly Down ha bisogno. Di qualunque cosa si tratti, fosse anche la morte. Un “vino” che sa evidenziare esattamente le caratteristiche più autentiche, buone o malvage di chi accetta il rischio di berlo. E che dire degli orologi che si fermano nel tempo dilatato di una eternità che è assenza di tempo, in cui le varie storie si confondono in un viscido miscuglio, amplificate e intrecciate fra loro al cospetto delle presenze salvifiche di Weston e Michael.

T. F. Powys (1875 – 1953), nato, con altri dieci fratelli, nella famiglia religiosissima del Reverendo Charles Francis Powys, fa del mondo rurale di Folly Down (dietro al quale si dice celarsi il piccolo villaggio del Dorset Chaldon Herrin, che, tra le due guerre mondiali, divenne meta privilegiata di artisti e scrittori, proprio grazie al fatto che il famoso scrittore vi soggiornava) un microcosmo di dissolutezza, birbanterie e perbenismo che gli consente di esplorare temi universali della natura umana. Attraverso l’uso continuo dell’allegorico e del grottesco, il suo personaggio Weston è chiamato a giudicare di chi sia la responsabilità di tutte le negatività del villaggio “perché tutti i rappresentati di commercio sanno bene chi è il cattivo”. Il suo vino è “forte come la morte e dolce come l’amore”.

Non è lettura facile benché espressa con la leggerezza della creatività letteraria: mischiate all’atmosfera da parabola evangelica, alla frequente affettazione di pudicizia e ad ondate di misoginia, vi si trovano però numerose pagine di grande humor e una scrittura ironica di sapore gotico.

“Qualsiasi tentativo – ebbe a scrivere Giovanni Raboni – di inserire T.F. Powys tra gli epigoni del realismo è destinato a risultare vano o addirittura ridicolo non appena ci si renda conto che tutte le sue “storie” sono, in effetti, altrettante trasposizioni, in chiave di (apparente) verosimiglianza psicologica e sociale, di violenti schemi allegorici: che quel che conta, per lui, è soltanto o soprattutto il medioevale, insanabile dissidio tra Anima e Corpo, tra Bene e Male, e i suoi mercanti, preti, contadini, allevatori eccetera non sono tipi romanzeschi, ma prototipi o maschere di una sacra rappresentazione passata attraverso il setaccio laico della satira swiftiana”.

Theodore F. Powys, “Il buon vino del signor Weston” (Trad. Gianni Pannofino), pp. 286, € 22, Adelphi.

Giudizio: 5/5


29.03.2018 Commenta Feed Stampa