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Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen

di Silvana Arrighi

“Il bosco artificiale è in alto, lontano da tutto.

I pini sono giovani e rachitici. Battuti dal vento.

Sente il rumore.

Da lassù il villaggio sembra piccolo. Le case dormono rivolte verso il fiordo. I tetti mandano un lieve riflesso nell’azzurro antelucano, lucidi come testine di neonati”.

Una sola lettera, “Ø”, una O spaccata da una linea diagonale, indica in danese la parola isola e, nell’originale, fa da titolo a questo romanzo. Sorta di geroglifico, questa forma par quasi legarsi al concetto di divisione: isola divisa dalla terraferma, con il mare a separare e, d’altra parte, ad unire due terre, imparentate tra loro ma distanti. Le isole di cui si parla sono le Faroe (Fær Øer), in realtà un arcipelago a nord ovest della Danimarca, a metà strada tra Islanda e Norvegia: una mappa posta prima dell’esergo – la frase da una canzone di Björk Come on girl! Let’s sneak out of this party, It’s getting boring – desta immediata curiosità. Il lettore inizia subito ad immaginare una natura pungente, le coste frastagliate da fiordi, i boschi e le montagne, “le pecore, simili a pietre nell’erba mossa dal vento.”

La separazione della “Ø” del titolo impregna di sé in tutto il romanzo: è quella di Marita, che riparte per mare dalla più meridionale delle isole, Suðuroy, verso la Danimarca, dopo essersi liberata dell’ingombro che porta in grembo e che sarebbe ignominioso portare al futuro sposo, Fritz. È la separazione di Fritz stesso, che, secondogenito, non può usufruire del denaro che la sorella Ingrun distribuisce ai fratelli in ordine di nascita, decidendo precedenze e segnando destini. E così, non potendo diventare ingegnere elettronico e lavorare alla centrale elettrica di Botni come avrebbe desiderato (era quella la sua meta, la sua Itaca), diventerà maestro a Vordingborg in Danimarca e lì rimarrà a lavorare e a vivere con la sua famiglia. Erano gli anni ’30, la famiglia iniziava la sua migrazione.

Fritz e Marita sono abbi e omma, il nonno e la nonna della narratrice: una giovane che non ha mai vissuto nelle Faroe ma che – separata da sempre dalla sua “Ø” –  intraprende un viaggio da Copenhagen, dove vive, verso le proprie radici. Un viaggio già fatto anni prima, dopo che omma era morta e abbi era solo, smarrito, fragile.

“Quell’estate aveva piovuto senza interruzioni. Io avevo preso il mio bel 13 in geologia, onestamente anche l’unico. […] Mia madre è nata a Vordingborg, io nel più grande ospedale di Copenaghen. Si fanno tanti discorsi, su cosa sia a casa. Uno stato d’animo, le persone che si incontrano, roba del genere”.

Un viaggio in un territorio geografico e nella memoria, quindi. Fra partenze, addii, nostalgie e ritorni a quella “casa” che è luogo fisico ma anche famiglia e affetti, la narrazione è condotta dalla nipote-io narrante (l’autrice stessa? così simile nell’aspetto alla ragazza-isola che emerge dal mare nella splendida copertina) attraverso tre generazioni: la grande famiglia è protagonista collettiva della piccola saga, frammentariamente narrata con continui salti temporali fino a disvelarne progressivamente personaggi e accadimenti che, come d’uso nelle piccole comunità isolane, erano ricoperti da tabù e silenzi, noti ma non del tutto, disciolti nel tempo dell’estraneità. Nel narrare con la sua trama saltellante questo microcosmo famigliare, il romanzo di Siri Jacobsen porta con sé in ogni pagina una grande ricchezza di spunti ed argomenti, fra i quali spiccano l’appartenenza e l’urgenza di risalire alle proprie origini, di recuperare il ricordo di chi ci ha preceduto e trovare, nella patria resa fluttuante dall’emigrazione, le radici della propria identità: bisogni ineludibili dell’uomo, tanto più forti quanto più avanza la piattezza della globalizzazione, e raccontare storie di famiglia vuol dire raccontare la Storia di un popolo. In Isola, Siri Ranva Hjelm Jacobsen offre uno spaccato sulla storia delle Isole Faroe, dagli anni di guerra con l’occupazione britannica fino ai giorni nostri, fra le esigenze unioniste o, al contrario, le istanze indipendentiste del suo popolo, che potrebbero dar loro una diversificazione economica.

Una meravigliosa scrittura, quella della Jacobsen, che ha “cadute” continue verso la poesia e che tanto somiglia a quella del realismo magico di J.K. Stefánsson, ricca di personaggi che intrecciano trame complesse, e che risente – secondo quanto asserisce l’autrice medesima – della lettura degli scritti di Einar Már Guðmundsson; che spesso scandisce le frasi come fossero versi, e tanto attinge dalla musicalità delle canzoni delle feste locali e dalle saghe che esse raccontano. Ogni capitolo è chiuso da una lieve nota poetica, un respiro del cuore, una sorta di regalo della scrittrice/poetessa al suo lettore.

“In cielo i gabbiani veleggiano nel flusso dell’aria.

La sera, una sera di maggio, intreccia un po’ di luce nell’azzurro declinante. È calato il silenzio, Beate si alza. Piega la coperta, si libera con un brivido della vestaglia. Nuda e chiazzata di grigio attraversa la stanza, apre la finestra, sale sulla cornice bassa. L’aria scuote le piume lanuginose del petto. Con la testa piegata all’indietro, il becco spalancato, lancia un ultimo richiamo stridente verso la valle. Da Skúvanes, mi piace tanto credere, riecheggia una risposta “.

Siri Ranva Hjelm Jacobsen, “Isola”, (trad. Maria Valeria D’Avino), pp. 256, € 17,00, Iperborea, 2018.

Giudizio: 5/5


16.03.2018 Commenta Feed Stampa