Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson

Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson

di Silvana Arrighi

axelssonUn bracciale rigido in argento. Un bracciale molto largo, in filigrana d’argento a motivi intrecciati, dalle forme pulite nonostante le decorazioni, e di una bellezza infinita. […] Miriam inclina il bracciale e vede l’incisione. A Miriam nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno. E poi la data. Miriam. […] Le lacrime le salgono agli occhi costringendola a battere le palpebre per scacciarle e le parole le balenano nella testa, quelle parole che non può dire, quelle parole che non ha mai detto da quando è arrivata in Svezia. Io non sono Miriam”.

Uno splendido primo capitolo apre la narrazione, tutti i personaggi della storia – per lo più donne – vengono presentati, emergendo dal groviglio di ricordi che fluttuano nella mente senile di una signora svedese nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno. I diversi piani temporali si sovrappongono nei suoi pensieri come può capitare ad un anziano: lei è contemporaneamente una ragazza ebrea di buona famiglia, sopravvissuta al campi di concentramento di Ravensbrück, una bambina rom deportata ad Auschwitz insieme a una cugina e un fratellino, una donna che ha allevato un figlio non suo, e che le ha dato una nipote ed anche un bisnipote. Lucidamente, l’anziana donna ha custodito il suo segreto per quasi settant’anni: lei è Miriam, ed è anche Malika. I suoi ricordi accavallati – ma nitidi – riguardano avvenimenti caparbiamente celati – ma non rimossi -, sempre sul punto di riemergere, mai raccontati: è la nipote Camilla, che intravede nella frase della nonna Io non mi chiamo Miriam un passato gelosamente protetto, ad estrarli quasi a forza, durante una passeggiata intorno al lago vicino a casa, il giorno stesso del compleanno. Miriam è nata in Germania nel 1928 in una famiglia rom: suo padre, artigiano, creava gioielli lavorando l’argento, gioielli come quello che ha ricevuto in dono per i suoi ottantacinque anni. Allora si chiamava Malika. Dopo un periodo trascorso ad Auschwitz, durante il trasferimento in treno verso il campo di Ravensbrück, per il possesso di un pezzo di pane si scatena una rissa e il vestito di  Malika si lacera: per evitare di essere punita una volta arrivata a destinazione, Malika indossa l’abito di una ragazzina ebrea morta e da quel momento ne assume l’identità, diventando Miriam Goldberg.

“Potrei dire di averlo fatto solo perché desideravo tanto sopravvivere, ma non è vero. In realtà non volevo vivere […] volevo essere un cadavere intatto, non volevo morire fucilata o fustigata o uccisa a calci… Non so perché. Ma era così. Volevo essere un cadavere intatto.”

Malika si appropria di quel nome e lo mantiene per sempre, anche quando, dopo la fine della guerra, giunge in Svezia insieme ad altri rifugiati, in grandissima parte ebrei. Già all’interno del campo aveva capito, infatti, che era più facile per lei essere accettata come ebrea che come rom, tanto è il disprezzo e il disgusto che la sola parola “zingaro” era in grado di suscitare. Perfino Else, la donna norvegese che nel campo le era più vicina e le faceva un po’ da mamma, aveva un giorno commentato: “Zingari. Si sa come sono fatti, quelli…”. La verità era che “i nazisti odiavano gli ebrei più di quanto odiassero gli zingari. E però gli altri prigionieri disprezzavano gli zingari più degli ebrei. Il fatto era che nessuno, a parte le puttane e i ladri, sembrava disprezzare gli ebrei, mentre tutti si permettevano di disprezzare gli zingari. “

Majgull Axelsson descrive con delicatezza nel suo romanzo una realtà “secondaria” e assai poco nota. Molto più piccolo è, infatti, il numero dei morti fra i deportati rom, se confrontati in assoluto con quello degli ebrei (500.000 rom contro i 5-6 milioni di ebrei) ma la proporzione sulla popolazione totale è la stessa. Si trattava di polacchi, ungheresi, olandesi, tedeschi come la piccola Malika del romanzo. Axelsson, giornalista prima che scrittrice, è una dei pochissimi autori ad aver scritto un romanzo sulle persecuzioni del nazismo non basato su una storia vera né sulla loro personale esperienza nei lager (ne sono esempio scrittori come Primo Levi, Elie Wiesel, Robert Antelme, Jorge Semprum e altri, come fa notare Björn Larsson nella sua postfazione). Il suo racconto si fonda piuttosto su anni di studio e ha preso forma a partire dalla consapevolezza che i sopravvissuti rimasti in vita sono ormai pochi e qualcuno deve continuare a scrivere di questo crimine contro l’umanità. Lei lo ha fatto con una scrittura limpida e intensa, di una purezza e un equilibrio straordinari, che non lascia trasparire la grande fatica di portare a termine una storia così dolorosa. Quando l’ho incontrata presso la casa editrice Iperborea ha raccontato che il suo livello di immedesimazione con il personaggio di Miriam nei giorni più intensi della stesura del romanzo, durata due anni e costata innumerevoli letture e studio faticoso, era tale che la sera, approssimandosi per lei le ore migliori per scrivere, dava la buonanotte al marito dicendogli: “E’ ora per me di tornare al campo”. “Quando ho terminato il romanzo – ha concluso – è stato un grande sollievo”.

Majgull Axelsson, “Io non mi chiamo Miriam“ (Titolo originale: Jag heter inte Miriam – trad. Laura Cangemi), Postfazione di Björn Larsson, pp. 576, € 19,50, Iperborea, 2016.

Giudizio: 5/5


1.12.2016 Commenta Feed Stampa