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Mi piace camminare sui tetti di Marco Franzoso

di Silvana Arrighi

mi-piace-camminare-sui-tetti-cover“Che vita assurda. Che famiglia assurda.

Che vita fantastica, che famiglia straordinaria.”

Una famiglia che si squaglia come un gelato sotto il sole. Il suo fallimento è raccontato in trecentocinquanta pagine, con parole asciutte e dialoghi spezzati, sullo sfondo del sogno imprenditoriale del Nord-Est, fra il Faro alla foce del Tagliamento e le umide strade di Padova. A narrarlo è Bruno, dapprima bambino incuriosito dai comportamenti dei grandi, successivamente adolescente smarrito e costretto dagli eventi a crescere di colpo, più avanti ancora responsabile per sé, per una sorella ribelle e poco concreta, per una madre depressa e assente. Unica grande amica la nonna che però, troppo presto, lo lascia alla mole immensa delle sue troppo precoci responsabilità.

“Com’è morta la nonna?

Lentamente.

Eliminando ogni giorno un’attività.

Prima ha smesso di fare la spesa.

Poi di andare al cimitero dal nonno.

Poi di preparare la cena.

Poi di alzarsi dal letto.

Poi di avere dei desideri.

Poi basta.”

[…] “La scomparsa della nonna è stato un segnale. La chiamano adolescenza, io l’avrei chiamata conoscenza, esperienza dei propri limiti e delle proprie potenzialità percettive personali.”

Alternando il racconto con salti temporali fra passato e presente, fra il ricordo doloroso e la realtà non meno cruda, Franzoso trasporta il lettore in un’altra delle sue storie limite, nel gelo cupo dell’angoscia, incurante della difficoltà che questa operazione comporta. Infatti, gli riesce solo a metà, il romanzo non decolla, si ferma all’impasto di infelicità senza remissione, riesce ad essere molto cupo, tormentato, straziante ma, nonostante un timido tentativo di apertura alla speranza nelle pagine finali, rimane chiuso in se stesso, aggrovigliato nell’altalena di amore e odio che Bruno fatica ad equilibrare.

“Riprende a piangere, lo sento e lo vedo attraverso la porta. Ecco un vecchio che piange, mi dico. Lo odio con tutto il mio cuore e lo perdono con la stessa intensità. Lo amo. Vorrei vederlo scomparire e allo stesso tempo dirgli che possiamo riprendere. Vorrei ucciderlo, sì, fisicamente, soffocarlo e osservare l’espressione penosa stampata in faccia. Vorrei vederlo implorarmi per tutto il male che ci ha fatto e allo stesso tempo salvarlo dalla mia violenza e dalla mia rabbia. Mi odio per questo rancore…”[…] “È troppo tardi per tutto, siamo oltre il perdono e il rancore”.

Sincero e duro come una lunga seduta di autoanalisi, ripropone ancora una volta le tematiche di un autore travagliato, non sereno, non risolto. Franzoso ritorna sul tema, già ampiamente sviscerato nel suo primo e fortunato romanzo, Il bambino indaco, del bambino cresciuto in modo strano da una madre vegetariana e new age, riproponendo la denuncia della fragilità dell’amore materno, quasi facesse parte di una sua storia personale di cui non riesce a liberarsi. E riutilizza anche, dolorosamente, il nome Pietro, già attribuito al bambino protagonista del precedente romanzo.

Lontano anni luce dalle mielosità strappalacrime del Gramellini di Fai bei sogni – che, forse, solo l’intervento chirurgico di Bellocchio-Mastandrea riuscirà a rendere più accettabile – Mi piace camminare sui tetti è un libro che induce rispetto per il dolore di cui è intriso. Suscita però nel lettore più curiosità per le vicende personali dell’autore che per la storia che sta raccontando. Ci si chiede: chi è Marco Franzoso? Qual è la sua storia personale, quali rovelli lo assillano agitandosi nella sua mente? Ma c’è qualcosa di stonato, che mi induce a chiedermi: per chi scrive uno scrittore?
Marco Franzoso, “Mi piace camminare sui tetti”, pp. 348,  € 19,00, Rizzoli, 2016

Giudizio: 3,5/5


22.11.2016 Commenta Feed Stampa