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Zero K di Don DeLillo

di Danilo Cucuzzo

de-lillo«Le cose che la gente fa, di solito, cose dimenticabili, cose che respirano appena al di sotto della superficie di ciò che riconosciamo di avere in comune. Voglio che questi gesti, questi momenti abbiano un significato, controllare il portafoglio, controllare le chiavi, qualcosa che ci tenga uniti, implicitamente, chiudere e richiudere a chiave la porta di casa, ispezionare i fornelli della cucina per controllare la potenza della fiamma azzurra o eventuali perdite di gas.
Questi sono gli effetti soporiferi della normalità, le mie giornate di ordinaria deriva

A parlare è Jeffrey Lockhart, un uomo alla ricerca di un posto nel mondo, un uomo la cui vita è stata segnata dall’abbandono del padre e dalla morte per malattia della madre. Un uomo che sin da ragazzino non sapeva resistere alla tentazione di definire le cose e i concetti; quello era il suo gioco preferito: trovare una definizione chiara e il più precisa possibile delle parole che incrociava quotidianamente. Un vezzo che, con ogni probabilità, nascondeva l’arduo tentativo di mettere ordine, di classificare, di comprendere la propria vita e quella delle persone con le quali entrava in contatto.

Incomprensibile, sin da subito, gli è parsa Convergence, una specie di clinica-tempio costruita in mezzo al deserto Kazako anche, se non soprattutto, grazie ai lauti finanziamenti del padre Ross, magnate della finanza. Jeff si reca in quel luogo inquietante su richiesta paterna, è lì che Artis, la matrigna malata, la causa dell’abbandono del tetto coniugale da parte del padre tanti anni prima, ha deciso di riposare-aspettare. Aspettare, sì, giacché ciò che fanno a Convergence è “congelare” i corpi delle persone nella speranza – che per loro è una certezza – che grazie ai continui progressi della scienza potranno tornare a vivere in futuro, contribuendo così alla “costruzione” di mondo nuovo, senza più guerre, senza più le follie che caratterizzano quello attuale; non a caso, li chiamano messaggeri. Anche Ross, qualche anno dopo, decidendo di non avere più nulla da fare in questo mondo e proclamando la sua totale incapacità di continuare a vivere senza l’amata Artis, deciderà di farsi “congelare”. In tale circostanza Jeff torna a Convergenze per accompagnare il padre nel suo ultimo viaggio e torna a ragionare sulla morte, sul senso di quel posto assurdo, sulla voglia da parte di quelle persone di autosospendersi, di escludersi dal giogo del tempo, di concedersi volontariamente alla morte per tornare a vivere fra chissà quanti anni. «Tutti vogliono possedere la fine del mondo» gli disse il padre nel soggiogante incipit di Zero K.

Sebbene il tema del congelamento dei corpi per tornare a vivere in un imprecisato futuro manchi di originalità, la lettura di Zero K risulta estremamente interessante. In relativamente così poche pagine, Don DeLillo ha saputo presentare una grande e compatta massa di concetti e sensazioni tali da generare una miriade di domande nella testa del lettore. La critica internazionale si è ampiamente divisa su questo romanzo, forse proprio per la sua vastità, per questo suo nascondere tante e variegate sottotrame sotto quella più evidente della conservazione dei corpi dentro delle capsule criogenizzate. In Zero K ci sono le ferite causate dalla separazione, dall’abbandono; i disagi prodotti da una realtà sempre più estraniante; il fallimento insito nella supposizione che sia obbligatorio trovare/dare un senso alle cose, a tutte le cose; e c’è la paura di morire, non meno terrorizzante di quella di vivere. E poi c’è la solita scrittura di uno dei giganti della letteratura contemporanea, che sa di rifinito, levigato, pulito. Leggere DeLillo è un po’ come accarezzare una statua di marmo, e avvertirne al contempo la freddezza e un qualcosa di molto simile al pulsare della vita.

Don DeLillo, “Zero K”, trad. Federica Aceto, Einaudi, pp. 248, €19, 2016.

Giudizio: 4/5


2.11.2016 Commenta Feed Stampa