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Una donna spezzata di Simone de Beauvoir.

di Silvana Arrighi

beauvoirLa mia prima lettura di questa raccolta di racconti risale al 1976, avevo poco più che 20 anni ed è probabile che non ci avessi capito nulla: troppo giovane e troppo presa dalle battaglie femministe “pubbliche” per comprendere a fondo la privatezza delle delusioni e il crollo delle certezze delle tre donne descritte. Per me Simone de Beauvoir (Simone Lucie Ernestine Marie Bertrand de Beauvoir, 1908 – 1986) era essenzialmente la portavoce dei diritti delle donne: con il ponderoso saggio Le deuxième sexe, del 1949, aveva aperto la strada alla discussione radicale sulla condizione femminile  in termini non queruli o rancorosamente rivendicativi, ma storico-filosofici, antropologici, psicanalitici e culturali assolutamente incontrovertibili. Una donna spezzata è invece un libro in cui l’ideologia, se esiste (ed esiste), va trovata, nascosta fra le pieghe dei racconti.

“Perché non mi ama più? Bisognerebbe sapere perché mi ha amata. È una domanda che non ci si pone nemmeno. Anche se non si è né orgogliosi né narcisisti, è talmente straordinario essere chi siamo, è una cosa talmente unica, che ci sembra naturale essere unici anche per un altro.”

La protagonista del primo racconto (Una donna spezzata), Monique, casalinga poco più che quarantenne vede sfaldarsi ogni sua certezza basata sul matrimonio e sul suo ruolo di moglie. Il marito le rivela che non è più lei il fulcro assoluto della sua vita. “C’è una donna”, e il loro rapporto è ora in discussione. Incapace di fare chiarezza in se stessa e nei suoi sentimenti, Monique riesamina ossessivamente il proprio passato, persa nel groviglio della propria delusione e della propria paura; si fa insistente con le amiche, parla con una ginecologa, con uno psichiatra, due grafologi, le figlie. “Tu come ti vedi? – Come una palude. Tutto è affondato nella melma”, confida alla ventenne figlia Lucienne. Persa nella sua angoscia,  non riesce a tenere le redini della propria vita ed è sopraffatta da una disperata depressione. Privata dell’unicità del rapporto con Maurice, Monique ha perso ogni riferimento, ogni certezza. Sprofonda in una totale insicurezza, si colpevolizza per ogni suo atto presente e passato, ha il terrore del futuro: è spezzata.

La seconda storia (L’età della discrezione) ha per protagonista una sessantenne, neopensionata, intellettuale e, insieme al marito, politicamente impegnata a sinistra. Improvvisamente si trova a fronteggiare la delusione di un figlio che aveva cresciuto fra elevati ideali e ambizioni accademiche e che, viceversa, influenzato dalla giovane moglie e dalla sua famiglia, si porta su posizioni politiche e umane assai distanti. I sentimenti, gli affetti e gli avvenimenti di un’intera vita – specialmente nei suoi aspetti di coppia – sono passati al setaccio di una sensibilità ferita e descritti con minuzioso puntiglio. La donna deve rimettere in discussione ogni sua certezza, anche alla luce dell’età che avanza e che la mette di fronte alla propria fragilità.

L’ultimo racconto accarezza da vicino la paranoia: una madre disperata, Murielle, trascorre in solitudine la notte di capodanno consegnando al lettore – ma principalmente a se stessa – un lungo Monologo joyciano, un fiume ininterrotto di parole, senza virgole perché senza respiro, sboccato, eccessivo. Uno splendido esercizio di stile – molto distante da quello diaristico del primo racconto e quello più classicamente narrativo del secondo, a prescindere dai contenuti.una-donna-spezzata-di-simone-de-beauvoir-3

Nella sua confezione semplice, ottenuta riunendo tre diversi racconti con una tematica affine, quasi cinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione in Francia, Una donna spezzata è e rimane un’opera moderna, di amara attualità, di grande potenza narrativa ed efficacia psicologica e sociale. Il mondo affettivo femminile è analizzato da ogni possibile angolazione, con un avvolgente, tangibile abbraccio empatico. Le protagoniste delle tre storie, colte in un momento di crisi rivelatore e decisivo per la propria vita, hanno un comune denominatore: con dolore e fatica prendono le distanze dall’universo maschile per il quale sono vissute e iniziano la loro ricostruzione affrancandosi dalla dipendenza. Al fondo di ogni storia c’è un flebile barlume di speranza, quella che in quegli anni si definiva “presa di coscienza”. Un piccolo gioiello della letteratura femminile, in bilico tra narrativa e saggistica, tra racconto e ideologia.

Cosa avrebbe potuto aggiungere De Beauvoir se avesse scritto questo libro ai giorni nostri? Forse una storia di stalking, forse una di violenza, tristemente attuali. Sarebbe forse cambiato lo sfondo sociale o culturale delle trame narrate ma nulla avrebbe potuto aggiungere alla finezza psicologica con cui l’animo e la psiche femminile sono stati da lei scandagliati.

Simone de Beauvoir, Una donna spezzata, 1ª ed. originale 1967 (La femme rompue. Monologue. L’âge de discrétion) Gallimard, Paris;  1ª ed. italiana editore Einaudi, Torino 1969 (traduzione di Bruno Fonzi), ET Scrittori 2014.

Giudizio: 5/5


7.10.2016 Commenta Feed Stampa