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Addio. Il romanzo della fine del lavoro di Angelo Ferracuti

di Danilo Cucuzzo

addioSpinto dalla necessità di raccontare la crisi economica che attanaglia l’Italia da anni, Angelo Ferracuti decide per un approccio opposto a quello più in voga; anziché dare la parola a quei pochi che, resistendo e reinventandosi, ce l’hanno o ce la stanno facendo, l’ha data agli sconfitti, a chi è ancora a terra, al tappeto. Per fare ciò, l’autore marchigiano si è concentrato sulla provincia del Sulcis-Iglesiente, vi si è recato svariate volte nell’arco di un paio di anni e ne ha tirato fuori “Addio. Il romanzo della fine del lavoro”.

Sulcis-Iglesiente come paradigma del fallimento di un certo capitalismo, di un certo modo di intendere lo sviluppo economico e il perseguimento del benessere; prova lampante di un fallimento disastroso cui pare impossibile porre rimedio. Percorrendo avanti e indietro le strade della provincia più povera d’Europa (30000 disoccupati e 40000 pensionati su una popolazione di 130000 abitanti), Ferracuti visita i vecchi siti minerari abbandonati e le fabbriche ferme in attesa di chissà cosa, e lungo questo peregrinare incontra numerosissime persone – ex minatori, operai dell’alluminio in cassa integrazione, sindacalisti, tecnici, medici, preti, operatori della Caritas, attivisti ambientalisti – le cui singole voci, fondendosi, finiscono per intonare il canto – alternativamente lamentoso e speranzoso – di un territorio più volte ferito dall’inettitudine di una classe politica che ha venduto l’anima alle multinazionali tritatutto e alle loro promesse mirabolanti.

La mancanza di lavoro e la povertà crescente stanno modificando i luoghi e chi li abita. La miseria percepibile agli angoli delle strade e visibile sui muri scrostati delle case e dai tavoli vuoti dentro i ristoranti, è diventata vera e propria malattia sociale. La disperazione di chi non ha più niente e non riesce a scorgere neanche la più flebile fiammella di speranza per il futuro, conduce molti a cadere nell’abbraccio dell’alcol, primo passo verso il baratro fatto di depressione e difficoltà relazionali spesso insanabili, oltre che autostrada verso gravi patologie; come se non bastassero già quelle provocate dall’inquinamento causato dall’industria estrattiva prima,  e da quella della lavorazione dell’alluminio poi. «La crescita di tumori in questa zona (Portovesme) è stata esponenziale, dal 2006 al 2013 sono quasi raddoppiati, salendo dai 1825 iniziali ai 3044 accertati, secondo i dati ufficiali della ASL locale. A Carbonia sono cresciuti da 467 a 750, a Iglesias da 418 a 644, mentre a Carloforte da 107 a 164.»

“Addio. Il romanzo della fine del lavoro”, è un reportage onesto – e anche sofferto – dal quale emerge lapalissianamente come le mire delle multinazionali si scontrino con il benessere dei territori e delle genti che li abitano, e come, di conseguenza, sia quantomeno masochistico continuare a portare avanti politiche economiche dimostratesi largamente fallimentari. Purtroppo, però, «la parola “ambientalista” dall’altra parte di questo mare, da Portovesme a Carbonia, Iglesias e tutto il Sulcis, è sinonimo di disfattismo, qualunquismo piccolo borghese.»

… e intanto l’Alcoa, dopo aver causato danni gravissimi alla meravigliosa Sardegna, si è trasferita in Islanda, dove, gli abitanti del luogo se ne sono già accorti, farà altrettanto.

“Addio. Il romanzo della fine del lavoro”, Angelo Ferracuti, Chiarelettere, pp. 242, €16.60, Reportage, 2016
Giudizio: 4/5


5.10.2016 Commenta Feed Stampa