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Io sono un gatto di Natsume Sōseki

di Silvana Arrighi

soseki-copertina“Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho. Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. È lì che per la prima volta ho visto un essere umano. Si trattava di uno di quegli studenti che vivono a pensione presso un professore – mi hanno poi detto – e che fra tutti gli uomini sono la specie più perversa. Si racconta che costoro ogni tanto acchiappino uno di noi, lo mettano in pentola e se lo mangino”.

Chi pensasse che questo è il solito zuccheroso libretto per gattofili in cui, a suon di miagolii e strusciate, vengono raccontate in modo melenso le vicissitudini di un cosiddetto “amico a quattro zampe” si sta sbagliano di grosso. Si tratta in realtà di un libro particolarissimo, del primo ‘900, che a ragione può essere considerato un classico della letteratura giapponese. È incontrovertibile, d’altra parte, che essere un po’ gattofili è un buon prerequisito per una lettura divertita e appagante di questo romanzo decisamente fuori dal comune. L’io narrante, come si è già capito, è un gatto capitato per caso (e mal sopportato dai più) nella famiglia di un docente di lingua inglese, il nevrotico professor Kushami, che riunisce intorno a sé una piccola folla di intellettuali ognuno a suo modo un po’ balordo, avvezzi a chiacchierare di storia e filosofia, nonché delle proprie piccole vicissitudini quotidiane. È così che il gatto viene a conoscenza dei problemi di Kangetsu, un fisico ex studente del professor Kushami, della sua stravagante storia d’amore con Tomiko, la viziata figlia degli arroganti vicini di casa, i ricchi coniugi Kaneda, e delle vicende personali di altri visitatori che si avvicendano senza sosta nella casa di Kangetsu: il buontempone Meitei, l’uomo d’affari Sanpei, il poeta Tōfū ed altri personaggi minori.

L’ambientazione è una sola, il salotto del professor Kangetsu e il suo più immediato circondario, l’atmosfera è quella di una raffinata pièce teatrale. Il gatto ascolta ogni discorso, lo filtra attraverso il suo buonsenso felino, lo commenta con ironia e arguzia. Con notazioni compassate, si permette giudizi perfidi sui visitatori della casa – “quello è uno svitato che a parte i libri non conosce nulla”  – usando un tono sempre un po’ superiore rispetto alle umane bassezze: “Il mio padrone ogni mattina, quando fa i gargarismi in bagno, ha la strana abitudine di solleticarsi la gola con lo spazzolino da denti. Quando è di cattivo umore gracchia orribilmente. E quando invece è contento gracchia con ancora maggior vigore. Insomma, di qualunque umore sia fa sempre una quantità di versacci rumorosi.” Ma altrettanto di frequente è in grado di apprezzare “l’eleganza dei loro discorsi, tanto lontana dalla volgarità della gente comune”e finalmente dichiarare: “Se avessi la disgrazia di vivere presso un’altra famiglia, alla fine di un’esistenza passata in mezzo agli esseri umani sarei probabilmente morto senza sapere che ci sono al mondo persone di tanto valore. Ma per fortuna sono stato adottato dal professor Kushami, e stando dal mattino alla sera vicino a lui, ho l’immenso privilegio di poter osservare il comportamento di questo gruppo di eroi, di cui non si trovano gli eguali.”

Attraverso le conversazioni degli umani, dunque, il gatto osserva il mondo attorno a sé, in particolare i cambiamenti in corso, allorché, con l’avvento dell’era Meiji e un lento affacciarsi all’Occidente, il Giappone è in bilico fra modernità e tradizioni. Essendo inoltre superiore alle umane meschinità, riesce a raccontare i dettagli di ciò che ascolta dopo averli passati al filtro del suo giudizio di larghe vedute. Incapace di svolgere vere funzioni da gatto – come ad esempio uscire vittorioso da una battaglia con i topi – osserva ed analizza il comportamento umano dal suo privilegiato luogo di ascolto, le ginocchia del padrone, commentando ogni cosa a suo modo con lunghi, divertentissimi monologhi; via via sempre più erudito, è in grado di argomentare di storia antica, letteratura, medicina e varia umanità. Attraverso una narrazione brillante e una modalità di pensiero filosofica e a tratti zen, il gatto senza nome fornisce elegantemente un nnatsume-sosekiitido affresco della società giapponese dell’epoca, tratteggiato con spirito e autoironia pungente. Il finale, poetico quanto malinconico, tipico di molta letteratura orientale, dopo tanti sorrisi e spontanee risate lascia un senso di agrodolce inquietudine.

Natsume Sōseki (pseudonimo di Kinnosuke Natsume, 1867-1916), giapponese di nascita, visse alcuni anni a Londra. Come Kangetsu, il protagonista del suo romanzo, Sōseki insegnò per molti anni inglese all’Università Imperiale di Tokyo, ed alcuni personaggi del suo libro sono una rappresentazione romanzesca di incontri reali.

Natsume Sōseki “Io sono un gatto”, 1ª ed. originale 1905 (吾輩は猫である Wagahai wa neko de aru), 1ª ed. italiana Neri Pozza Editore, Vicenza 2006 (traduzione di Antonietta Pastore). Biblioteca Editori Associati di Tascabili BEAT, 2010.

Giudizio: 5/5


20.09.2016 Commenta Feed Stampa