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Le cose che restano di Jenny Offill

di Danilo Cucuzzo

jenny-offill-le-cose-che-restano«L’ultima sera d’estate faceva troppo caldo per dormire. Ci riusciva soltanto mio padre. Non c’era nulla che potesse svegliarlo, sosteneva mia madre. Per dimostrarmelo, si inginocchiò vicino al letto con il kazoo e glielo avvicinò all’orecchio. “Vedi?” disse, quando finì di suonare God Bless America mentre lui russava.»

Grace, la voce narrante di Le cose che restano – romanzo d’esordio di Jenny Offill, uscito nel 1999 negli Stati Uniti e giunto in Italia solo oggi grazie alla NN Editore e alla bella traduzione di Gioia Guerzoni – è una bambina di otto anni, brillante e dolce e inevitabilmente innamorata dei propri genitori. Inevitabilmente perché, come per ogni bambino di quell’età, i genitori rappresentano l’intero universo. Le galassie dell’universo di Grace sono così lontane l’una dall’altra da attrarsi, come i più proverbiali degli opposti, pur continuando a lottare strenuamente nel tentativo di comprendersi appieno. Il padre di Grace è un professore di scienze, un uomo che crede nei fatti e non in Dio, mentre la madre ama confondere il concreto con l’immaginario, la storia con la leggenda, il sogno con la realtà.

Crescendo in mezzo a questi due opposti che si amano sempre più proprio perché sempre meno si capiscono, Grace finisce per assorbire le visioni del mondo dell’uno e dell’altra; e, impastandole insieme alla beata innocenza della sua età, ne ricava una confusione tanto affascinante quanto pericolosa.

Il personaggio più riuscito di Le cose che restano, è senza dubbio Anna, la madre: una donna in grado di suscitare nel lettore sensazioni contrastanti. Da una parte, quale bambino non avrebbe voluto avere una madre come lei, folle e sognatrice e dispensatrice di storie meravigliose abitate di magia e mistero; e dall’altra, quale adulto augurerebbe a un bambino di avere una madre scostante, perennemente con la testa tra le nuvole e con la poco materna tendenza di porsi spesso al primo posto, “scavalcando” la figlia, anche a rischio di metterla in oggettivo pericolo?

Scritto con uno stile meraviglioso, che rende credibilissimo il racconto di una bambina condizionata da due genitori così particolari, Le cose che restano, finisce per risucchiare il lettore in un vortice di incanto e terrore, di sogno e incubo, di gioia e incredulità. Sensazioni contrastanti, che fanno pensare alla spensieratezza con la quale da bambini ci si cimentava in giochi/avventure che da adulti ci fanno accapponare la pelle per la loro pericolosità. L’innocenza del bambino contrapposta alla responsabilità dell’adulto. Ciò che resta, forse, è soltanto l’impossibilità di trovare un equilibrio fra le due cose: il centro non esiste e i sobbalzi provocati dalla vita ci sballottano di qua e di là; l’unica è provare ad arrangiarsi, proprio come farà la piccola Grace crescendo.

“Le cose che restano”, Jenny Offill, trad. Gioia Guerzoni, NN Editore, pp. 235, € 17, 2016, Letteratura Americana
Giudizio: 4/5


28.07.2016 1 Commento Feed Stampa