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Grande come l’universo di Jón Kalman Stefánsson

di Silvana Arrighi

stefanson coverGemello monovulare di I pesci non hanno gambe ( –qui la recensione-), pubblicato in Italia giusto un anno fa, Grande come l’universo ne riprende le ambientazioni di freddo e nera lava, di lungo buio invernale e “mattini di primavera così fermi che senti i pesci aprire bocca nel mare, che si estende a perdita d’occhio”. Uguali le situazioni, la scansione, i personaggi: Ari è nuovamente il protagonista della storia, raccontata – con una vicinanza da fratello siamese – da un io narrante di cui solo nelle ultime righe si svela (confusamente) l’identità. A partire dal suo ritorno a Keflavík dopo un’assenza di molti anni per rivedere il padre morente, l’intera sua grande famiglia diventa oggetto del racconto, organizzato in capitoli e sottocapitoli che portano nel titolo il nome di un luogo e un momento nel tempo. Con una narrazione ellittica, dal ritmo sincopato, alternata tra passato e presente, tra est e ovest d’Irlanda, Stefánsson compone un ordito danzante di rimandi e flashback tra i quali si intreccia il filo sottile della trama, ottenendo un tessuto narrativo compatto e, al contempo, un memorabile e nitido affresco della società islandese. Il ritmo è scandito da pause nelle quali lo sguardo è rivolto all’universo dove “Dio era una gallina cieca che starnazzava per la volta celeste” e, in un magico momento di fine anni ’60, l’uomo raggiunse la luna: universo immenso per Ari che sta perdendo una mamma dolce, infelice di non averlo potuto crescere, cambiare, formare e che lo chiama Plutone. Plutone ha solo cinque anni, la mamma gli ha detto “adesso il cosmo ci passa attraverso, e per questo saremo sempre uniti”. […] ” Le uniche sue parole che rammenti senza ombra di dubbio […], che per quarantacinque anni Ari ha conservato nella cassaforte della memoria, estraendole innumerevoli volte come inestimabili rubini o un vecchio orsacchiotto con cui addormentarsi”.

Ciò che maggiormente colpisce in questo romanzo complicato, che obbliga il lettore ad appuntarsi nomi islandesi complicatissimi e a disegnarsi ipotetici alberi genealogici in cui si diramano i tentacoli della grande famiglia, é lo stile narrativo sognante, misto di prosa e poesia, sua grande inquilina, e l’affezione profonda dell’Autore ai suoi numerosi personaggi per delineare i quali un romanzo non è stato sufficiente e che paiono rimbombargli ancora e ancora in testa man mano che li distende fra le righe con sofferto ed intenso flusso di coscienza. Conoscevamo già il padre di Ari, Jakob, i numerosi fratelli e sorelle, la madre e la matrigna – mai nominate col proprio nome- , e i numerosi scrittori e innumerevoli poeti che rimbalzano da una generazione all’altra accomunando zii, nipoti, nonni in un unico grande destino; avevamo già incontrato il nonno Oddur e la stupenda figura di nonna Margrèt ma anche comprimari incantevoli come Tryggvi, che “si era buttato in mare, voleva nuotare fino alla luna” e legge la “voluminosa raccolta di versi […] composta da un poeta italiano di nome Dante”, o il pescatore-poeta Kristján che a memoria scandisce antiche strofe. Non immaginavamo che il racconto potesse allargarsi ancora oltre, a macchia d’olio fra le generazioni di zii, cugini, cognati fra gli amori appassionati di donne che amano dello stesso trasporto mariti e amanti. Donne che sognano durante le feste dove “tutta la sala canta quelle canzoni strappacuore, quelle sfacciate affermazioni di amore eterno, come se la vita fosse un lungo bacio, come se l’amore non si spaccasse o riducesse mai, risolvendo sempre ogni difficoltà”. Donne che portano il peso di grandi famiglie e sopportano vite di stenti, nelle quali “attendono i grigi eserciti della quotidianità con le loro armi, le mutande sporche, la zuppa d’avena strinata, i dissensi su come e quando fare le pulizie, i problemi economici, le bevute eccessive, il sesso scarso, l’insonnia – tutto ciò che sembra non avere alcuna difficoltà a mettere in ginocchio l’amore e screditarlo”.

Ma la trama, sia pure così complessa da mettere a dura prova il lettore, ha assai poca importanza in questo romanzo che si pone in realtà fuori dal tempo e dallo spazio, a collocarsi – quale catartico, musicale amalgama – fra incanto e tormento, in quel territorio universale, eterno e assoluto, che è il cuore dell’uomo e la sua sensibilità. Scrittore sensazionale, Stefánsson si respira, si interiorizza e si gode: molto arduo, se non impossibile, interpretarlo con una banale recensione.

Una nota di merito a Silvia Cosimini, abile traduttrice e profonda conoscitrice della cultura e società islandese.

 

Jón Kalman Stefánsson (Autore),  Silvia Cosimini (Traduttrice), “Grande come l’universo”,  pp. 448, € 19,00, Iperborea, Collana: Narrativa, 3 giugno 2016

Giudizio: 5/5


6.07.2016 Commenta Feed Stampa