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Fiorirà l’aspidistra di George Orwell

di Silvana Arrighi

orwell“Ultimo membro della famiglia Comstok, ventinovenne e già piuttosto muffito”, Gordon vive a Londra in un in piccolo locale il cui affitto drena una buona parte del misero stipendio settimanale di commesso di libreria, ha per vicini di casa altri uomini soli come lui e per padrona di casa una signora dai “bei capelli grigi e un rancore inestinguibile”. Ha impegnato il cappotto al Monte, dorme nudo perché “il suo ultimo pigiama aveva tirato le cuoia più di un anno prima” e all’inizio della storia si ritrova, di mercoledì, con la prospettiva di dover arrivare al venerdì sera con solo cinque pence e mezzo e quattro sigarette. Il denaro è il suo problema e il suo incubo: disprezza coloro che ne posseggono (il “cittadinuzzo docile”, il “vermiciattolo in bombetta”) ma ne soffre la cronica carenza, a cui attribuisce ogni sua incapacità o inadeguatezza esistenziale. Poeta mancato e frustrato (“promessa eccezionale”, lo aveva definito il Times Lit. Suppl. alla pubblicazione della silloge poetica “Topi”, destinata a rimanere l’unica sua prova letteraria), riversa il suo livore su una pianta di aspidistra che, “malaticcia in un vaso verniciato d’un verde vetroso” sta sul davanzale della finestra dello squallido abbaino dove Gordon abita. “Un esemplare particolarmente patito. Aveva soltanto sette foglie e non sembrava mai capace di metterne di nuove. Gordon […] più di una volta aveva tentato di ucciderla; lasciandola morire di sete, schiacciando mozziconi di sigaretta accesa contro il fusto, mescolando perfino del sale alla terra del vaso. Ma le tremende creature sono praticamente immortali.”

La pianta nazionale inglese, dunque, frugale e bisognosa di poche cure, onnipresente in ogni androne di ogni palazzo, diventa per il protagonista l’emblema dell’opaca rispettabilità e del conformismo borghese: l’odio di Gordon per la insulsa pianta riverbera la repulsione verso gli schemi sociali codificati.

Nella sua velleitaria battaglia, Gordon “voleva affondare, sprofondare in quel fango abissale dove il denaro non domina”: si ritrova quindi a sommare errori su errori, guadagnando sempre meno e raggiungendo in breve tempo i levelli più bassi della scala sociale. Ma è possibile vivere al di fuori della logica del guadagno, fare a meno del denaro, restare lontani dai riti della borghesia, nel malinteso di salvaguardare la propria dignità e dover alfine rinunciare alla propria vita? Gordon sta proprio cadendo nel gorgo delle sue proprie contraddizioni quando un evento inatteso, ma non del tutto improbabile, lo fa desistere dalla sua autocompiaciuta rinuncia al dio quattrino, portandolo ad accettare quel “buon posto” sempre aborrito e consentendogli così di rientrare, suo malgrado, in quello stile di vita borghese dal quale era fuggito per tanto tempo.Orwell Gerge

“Si sarebbe sposato, avrebbe messo su casa, prosperando moderatamente, spingendo una carrozzella per neonati, con villa, radio e aspidistra.”

Pur ricco di accenni a inaspettate modernità – fanno capolino qua e là la pillola anticoncezionale, mutandine di seta artificiale, lo svago del week-end giunto a noi diversi decenni dopo, il lusso della carta igienica o del riscaldamento centralizzato – il romanzo ha tutti gli ingredienti del grande classico dagli echi dickensiani: in una Londra fumosa e greve dei fumi di birrerie di basso livello, si muovono il poeta squattrinato che abita in soffitta, il socialista di ricche origini che si vergogna dei propri soldi, l’arcigna padrona di casa, il libraio gobbo. La traduzione di Giorgio Monicelli, pur un po’ datata (impreziosita da parole desuete come “serqua”o “gorguzzule”), aggiunge ulteriore fascino di stampo antico ad una narrazione agile e fluida.

Lontano dai grandi racconti distopici della maturità, il romanzo – contenente numerosi riferimenti autobiografici al periodo in cui Orwell lavorava come insegnante e intanto scriveva “Senza un soldo a Parigi e Londra” – suggerisce però ottimi spunti di riflessione. Abbiamo una effettiva  possibilità di compiere libere scelte? Non volendoci uniformare e sottomettere agli schemi dettati dalla società, possiamo, pur mantenendo salda la nostra capacità di giudizio, dignitosamente accettare una vita usuale e comune, ben diversa da quella che avremmo voluto? E’ così riprovevole coltivare con amore la nostra pianta di aspidistra come tutti i borghesi che si rispettino, aspettando magari che un giorno o l’altro ci regali uno dei suoi improbabili fiori?

George Orwell “Fiorirà l’aspidistra”, 1936 (Keep the Aspidistra Flying), 1ª ed. italiana 1960, La Medusa, Mondadori (traduzione di  Giorgio Monicelli).

Giudizio: 5/5


23.05.2016 Commenta Feed Stampa