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Uomini e topi di John Steinbeck

di Silvana Arrighi

steinbeck miceBut, Mousie, thou art no thy lane,

In proving foresight may be vain;

The best-laid schemes o’ mice an ‘men

Gang aft agley,

An’lea’e us nought but grief an’ pain,

For promis’d joy!

 

I versi di Robert Burns, celebrato poeta romantico scozzese, regalano il titolo al lungo racconto di Steinbeck. La traduzione italiana suona pressappoco così: «Ma topolino, non sei il solo, / A comprovar che la previdenza può esser vana: / I migliori piani dei topi e degli uomini, / Van spesso di traverso, / E non ci lascian che dolore e pena, / Invece della gioia promessa!». Il titolo del romanzo allude quindi ad una supposta similitudine tra uomini e topi, accennando ai piani architettati e dagli uni e dagli altri, che spesso sortiscono cattivo esito recando, invece della gioia promessa, null’altro che dolore e sofferenza. Uomini e topi di fatto tratta della sconfitta dell’umanità.

La storia narrata è molto semplice, la si legge di un fiato ma c’è qualcosa che la rende straordinaria e fa sì che lasci il segno nel lettore, attraverso una lunga scia di sensazioni empatiche, talora strane, che non si fanno dimenticare. La trama evolve rapida nell’arco di ventiquattr’ore. I personaggi principali sono Lennie, un uomo grosso e fragile, affetto da ritardo mentale, e George, l’inseparabile amico che lo accompagna e lo protegge fino alla fine: è la storia di un affetto quasi paterno, generoso, intenso, poetico, che in alcuni punti fa sorridere, che apre alla speranza ma lascia anche un senso di impotenza, che inneggia alla semplicità dell’amicizia più pura. L’ingiustizia sociale, che non viene mai espressamente richiamata e non è mai dominante rispetto alla pura e semplice narrazione, permea tuttavia ogni singola pagina del romanzo.OfMiceAndMen

Come tutti i braccianti stagionali che negli anni Trenta percorrono gli Stati Uniti alla ricerca di lavoro e che, privi di qualsivoglia proprietà e di diritti, hanno solo una squallida baracca pulciosa dove dormire, in uno sfondo pervaso da un’estrema solitudine Lennie e George sognano una casa dove poter allevare conigli e coltivare la terra. Lennie ama con grande tenerezza gli animali, che tuttavia cadono spesso vittime della sua incontrollabile forza fisica. Due delitti sono al centro del romanzo, nessuno dei due causato da cattiveria, avidità, invidia o altra motivazione di per sé esecrabile; al contrario i due crimini sono causati da eccesso di tenerezza. Nel primo caso, il bisogno d’amore che Lennie si porta dietro fin da piccolo lo porta a carezzare ossessivamente qualunque oggetto morbido che capiti sotto le sue mani, che sia topo, velluto, cane, coniglio o capelli di donna; involontariamente pericoloso perché incapace di dosare la sua forza, arriva ad uccidere. Il tragico finale, alla base del quale vi è un gesto di carità e il secondo, doloroso, delitto, è l’unico degli epiloghi possibili per una storia nella quale tutti i deboli soccombono. Il lettore, che dentro di sé si augurerebbe ad ogni pagina un bell’epilogo felice, coglie in realtà la tensione crescente che magistralmente l’autore inserisce fra le righe, prosegue nella lettura ma ne ha paura. Nemmeno l’amore, comunque lo si intenda, può dunque portare sollievo all’uomo, può mitigare l’ineluttabilità della sua condizione. Solo l’incanto della natura, con i suoi scorci tranquillizzanti e perenni, è unico rifugio che accoglie la sofferenza, l’assenza di prospettive e la sconfitta.

Il romanzo, pubblicato nel 1937, nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto essere in seguito adattato per il teatro e per il cinema, come infatti avvenne. Già nel novembre 1937 andò in scena a Broadway la prima versione teatrale, prodotta da Sam H. Harris e diretta da George S. Kaufman. Seguì di lì a poco, nel 1939, la prima trasposizione cinematografica. In Uomini e topi sono già presenti i grandi temi cari a John Steinbeck e sviluppati pochi anni dopo in Furore: la vita degli umili e dei diseredati, la loro lotta contro un’esistenza dura, il loro riscatto in un forte sentimento di libertà. “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta” venne insignito nel 1962 del Premio Nobel per la letteratura.

La traduzione di Pavese – la medesima proposta dall’editore Bompiani nel ’38 – risulta forse un po’ datata ma non tanto da indebolire la forza del racconto e il piacere della lettura.

John SteinbeckUomini e topi”, 1ª ed. originale 1937 (Of Mice and Men), 1ª ed. italiana  1938, Bompiani (traduzione di Cesare Pavese), Edizione più recente: Collana I Grandi Tascabili, Bompiani 2012, pp. 132 (a cura di Luigi Sampietro, traduzione C. Pavese)

Giudizio: 5/5


2.05.2016 Commenta Feed Stampa