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Il tamburo di latta di Günter Grass

di Silvana Arrighi

grass gunter copertina“Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso; mi scruta anche attraverso lo spioncino della porta, ma il suo sguardo non può penetrarmi poiché egli ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti […] Bruno Münsterberg – intendo il mio infermiere, lasciamo perdere il gioco di parole – ha comperato per mio conto cinquecento fogli di carta da scrivere. Se la provvista non basterà, Bruno, che è celibe, senza figli, e originario del Sauerland, tornerà nella cartoleria dove si vendono anche giocattoli e mi procurerà il necessario spazio vuoto per l’esercizio della mia facoltà mnemonica, che spero precisa […]Prenderò le mosse da molto prima di me; poiché nessuno dovrebbe descrivere la propria vita se non ha la pazienza, prima di datare la propria esistenza, di commemorare almeno metà dei suoi avi. A tutti voi che fuori dalla mia casa di cura dovete condurre un’esistenza confusa, a voi amici e visitatori settimanali che non sospettate nulla della mia riserva di carta, voglio presentare la nonna materna di Oskar.”

Ho intuito di trovarmi di fronte ad un capolavoro già dalle prime pagine, in cui il trentenne paranoico Oskar Matzerath presenta se stesso come paziente di un manicomio, introduce il proprio interlocutore privilegiato Bruno Münsterberg e subito coinvolge il lettore in una trovata geniale e terribilmente suggestiva, una delle scene più surreali e memorabili della letteratura, la descrizione del concepimento della propria madre sotto le quattro incredibili gonne sovrapposte di nonna Anna Bronski. Poco più avanti il già stregato lettore si imbatterà nella sorprendente scelta del neotenico Oskar che, nel giorno del suo terzo compleanno, deliberatamente decide di smettere di crescere per manifestare il suo disprezzo verso il mondo degli adulti e, in particolare, di suo padre Alfred e del suo “presunto padre” Jan Bronski. Continuerà nella sua decisione fino a ventun anni, proprio il giorno del funerale del padre. Un’altra particolarità di Oskar è la voce che, stridula e acutissima, ha la capacità di spaccare i vetri: questa sua caratteristica gli sarà utile per terrorizzare la maestra e chiudere quindi precocemente ogni possibile esperienza scolastica, e più avanti a distruggere vetrine durante la presa del potere a Danzica da parte dei nazisti.

Deforme e dotato di un’intelligenza superiore, il paranoico Oskar parla di sè in terza persona o, alternativamente, in prima: un po’ si vede da fuori un po’ ci racconta di sè, cambiando continuamente prospettiva anche all’interno di una medesima frase. Scorrono così nel fiume della sua narrazione, fatta attraverso il suono dei suoi innumerevoli tamburi di latta smaltata in rosso e bianco, immagini surreali (memorabile la scena delle anguille pescate utilizzando come esca la testa di un cavallo morto), che il lettore osserva attonito con lo stesso stupore ammirato che può suscitare un quadro di Dalì.

Le vicende di Oskar Matzerath si intrecciano con gli eventi storici accaduti nella Polonia del primo Novecento fino alla fine della seconda guerra mondiale – l’assedio nazista di Danzica, l’invasione dell’Armata Rossa e l’arrivo delle truppe alleate. Le peculiarità fisiche di Oskar ne sono in certo senso la rappresentazione: la gobba che gli cresce dopo la morte del presunto padre è stata interpretata come il peso che la Germania sarebbe stata destinata a portare sulle sue spalle, insieme al giudizio del mondo intero sul popolo tedesco, macchiatosi di un così mostruoso crimine.

Nonostante i suoi difetti fisici, Oskar non si dà mai per vinto, anzi, in definitiva risulta un vincente: avendo superato vari ostacoli che incontra nella sua strana vita, nano e gobbo – eppure affascinante e impunito tombeur de femmes – raggiunge infine anche una certa tranquillità economica.

Non è solo Oskar ad essere deforme (grottesco, bizzarro, stravagante…intellettualmente superiore), l’intero romanzo lo è. Un romanzo deforme, che nella sua pazzia violenta la forma tradizionale. Sebbene Il tamburo di latta sia il suo romanzo di esordio, il futuro premio Nobel (1999) Günter Grass, mostra consumata perizia e la capacità di sostenere un ritmo insolito e una scrittura abbagliante, fitta di immagini veramente potenti.

Günter Grass,  “Il tamburo di latta”. 1ª ed. originale 1959,  1ª ed. italiana  1962, Feltrinelli (traduzione di Lia Secci), pp 591 – Edizione più recente: Universale Economica Feltrinelli, 2009 (traduzione di Bruna Bianchi), pp 608.

Giudizio: 5/5


19.04.2016 Commenta Feed Stampa