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Il richiamo della foresta di Jack London – tradotto da Michele Mari

di Silvana Arrighi

london-mariIl richiamo della foresta è un romanzo che non ha bisogno di presentazioni. Si potrebbe pensare forse che non avesse bisogno nemmeno di una nuova traduzione in lingua italiana, dal momento che ne esistono già a decine, anche curate da traduttori molto prestigiosi, a partire da Gian Dàuli (1924), per proseguire con Gastone Rossi (1928) fino ai più recenti Gianni Celati (1986) e Davide Speranza (2011). Eppure Michele Mari ci si è voluto cimentare: lui, beniamino di tutti i traduttori italiani per via di quel meraviglioso racconto autobiografico contenuto in Tu sanguinosa infanzia, in cui il narratore bambino si trova alle prese con due diverse traduzioni de La freccia nera di Stevenson e ne scopre con gioia sorpresa la diversità (“Poiché bastava che anche una sola parola fosse diversa da una traduzione all’altra perché l’intima sostanza dei due libri non fosse più sovrapponibile”). Né, d’altra parte, Michele Mari ha bisogno di presentazioni in quanto scrittore, essendo certamente uno dei migliori autori  presenti attualmente nel panorama nazionale. E’ un grande scrittore non può che essere un grande traduttore.

Ecco allora che un romanzo di incredibile forza, quale “Il richiamo della foresta“, risulta punteggiato da finezze interpretative e arricchito da una superlativa prefazione, un capolavoro nel capolavoro: raffinata, colta, esauriente nel raccontare al lettore tutto quanto è indispensabile conoscere sul romanzo di Jack London e sul suo autore. Questa è la nuova e definitiva traduzione di Michele Mari.

Preziose note spiegano al lettore le motivazioni di tutte le scelte del prestigioso traduttore, che a volte vanno a confermare quelle fatte da altri prima di lui o a volte inseriscono delle vere e proprie novità nel testo italiano. A partire dalla scelta della traduzione del titolo, nell’originale The call of the Wild. Ecco come la spiega Mari al lettore: “nella lingua italiana non esiste, nemmeno per approssimazione, il corrispondente di Wild. C’è l’aggettivo selvaggio, naturalmente, ma nel titolo di London Wild è sostantivo […] Né ovviamente può funzionare una goffa estensione come “selvaggità” (selvaticità è meno goffo ma più infedele…) […] Se ne può uscire in diversi modi, o trasformando  Wild in aggettivo come hanno fatto i francesi (L’appel sauvage), o trattandolo alla stregua di Wilderness come hanno fatto i tedeschi (Ruf der Wildnis) o sovrapponendovi Nature/Naturalness, come hanno fatto i portoghesi o i russi (O apelo da natureza, Zov prirody) o finalmente sostituendolo con la metafora della foresta, come hanno fatto gli spagnoli e gli italiani (El llamado de la selva, Il richiamo della foresta). Combattuto fra le ragioni feticistico-regressive dell’affetto e della memoria, e considerazioni di tipo filologico, il traduttore prende la propria decisione nel rispetto delle scelte di chi prestigiosamente lo ha preceduto.

Per Mari (e certamente per noi lettori) il cane Buck è uno dei personaggi più belli della letteratura di tutti i tempi: figlio di un San Bernardo e di un pastore scozzese, trascinato a forza via dalla casa che era per lui l’Eden e indotto a trasformarsi in cane da slitta al servizio dei cercatori d’oro del Klondike, subisce trasformazioni filogenetiche tramite le quali ritrova i comportamenti dei suoi obliati antenati e diventa infine everywolf, tutti i lupi. Il libro che ne descrive la perigliosa epopea è per Mari “un miracolo […], insieme antisentimentale e commovente, improntato a una rigorosissima profilassi emotiva eppure struggente fino all’indecenza“.

 
Jack London, “Il richiamo della foresta”, (trad. Michele Mari), pp. 154, € 10, Bompiani, 2015.

Giudizio: 5/5


18.03.2016 Commenta Feed Stampa