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Eclissi di Ezio Sinigaglia

di Lorenzo Leone

sinigaglia-copertinaLe metafore della scrittura – dove la scrittura è già metafora – sono spesso legate all’attività dell’amanuense, del calligrafo. Quante volte, per esempio, ci è capitato di leggere di un romanzo, di un racconto, di una lirica, a segnalare una certa ricercatezza, magari anche mendace, del linguaggio, della lingua, di leggere dunque che sono scritti in punta di penna? Queste metafore sono, come si suole dire, pregne di significato. Ma io vorrei ricorrere a metafora un po’ diversa o, per meglio dire, a una similitudine (campata in aria finché si vuole) e dire che Ezio Sinigaglia ha ottimi piedi.

Ottimi piedi come un pianista: un pianista, va da sé, che abbia ottimi piedi e alle prese, per esempio, con un notturno di Chopin: quello in do diesis minore op. 27, n. 1. (In quel notturno Jan Kleczynski intravedeva una placida notte veneziana, la luna nel cielo, un assassinio e il mare che si richiude sul cadavere dell’assassinato. Sciocchezze romantiche, eccessi di una ricezione letteraria della musica. Ebbene, quella pagina chopiniana, per il suo tono elegiaco e a tratti ironico, ben si adatta ad “accompagnare” Eclissi, il romanzo di Sinigaglia ambientato in una sperduta isola norvegese, dove nessun delitto viene consumato). Torno ai piedi del pianista – e quindi di Sinigaglia. Credo si sappia che i pedali del pianoforte, quelli più importanti, sono due: il destro, detto pedale di risonanza, libera le corde dagli smorzatori e prolunga il suono; il secondo, detto una corda, lo attenua. Il pianista aziona ora l’uno ora l’altro pedale e anche contemporaneamente. E così vorrei dire che Sinigaglia, in questo breve romanzo, aziona, e con grande maestria, il pedale che fa risuonare l’elegia e il pedale che la smorza, il pedale dell’elegia e il pedale dell’ironia; e che li aziona anche contemporaneamente o che li fa vibrare. Subito un esempio, p. 35 (si noterà la comicità della trascrizione fonetica dell’italiano parlato dall’attempata Mrs Clara Wilson, un’americana bizzarra e loquacissima): «Vedi quella brillante stèla giala […] Quèla è Dubhe, la rota postiriorje destrja di Grande Carrjo. Siubito a ist di Dhube, ecco Merak, molto più pàlido. Adessou ritorni da Merak a Dhube e vai straight on, per circa cinqui volti quanto è lungo quel trjatto. E qui è Polaris, sulla punta del tjimone di Piccolou Carrjo»; e p. 43 (questa volta è il giovane Ben a parlare, guidando la mano di Eugenio Akron, il protagonista del romanzo): «La vedi quella luminosa stella gialla, gialla come il nostro sole? Quella è Dhube, la ruota posteriore destra del carro. Pochi centimetri più a est – ecco qui – c’è Merak, ‘ssai meno fulgida. Ora basta ritornare da Merak a Dhube e proseguire in linea retta per un tratto che è di circa cinque volte la loro distanza. Ed ecco la Stella Polare». Due registri: il primo umoristico e ironico; il secondo elegiaco (il lettore se ne accorge situando le citazioni nei rispettivi contesti). Ma non si tratta di una semplice – o pura – opposizione: da una parte la riflessione e dall’altra l’immediatezza.

Tutto il romanzo di Sinigaglia è teso a smussare i contrasti, a restituire le nuances che separano i poli di una opposizione netta e astratta: ironia e sentiment, luce e buio, inverno e primavera (e, infatti, una primavera anticipata sboccia sull’isola), giovinezza e vecchiaia. Da qui la potenza dell’immagine dell’eclissi: notte in pieno giorno ma anche, se solo si pone mente al suo divenire, trapasso dalla luce al buio e viceversa, e «un capovolgimento dell’intuito naturale»: «Una Luna crescente, che cresceva però nella sua parte di tenebra, e una Luna calante, che calava nella sua parte di luce, e che tuttavia non era la Luna ma il Sole» (p. 98). Finché, in un istante e per un solo istante, la sovrapposizione dei due astri, non produce «una scintilla abbagliante sulla spalla del Sole, quasi per un attrito violento tra i due dischi celesti […] come se la forza creatrice avesse voluto rivelare al mondo, per un fuggevole attimo, l’uovo dal quale era nato» (p. 98): momento della Verità o che inaugura, più dimessamente, la possibilità di porsi delle domande (alla ricerca di una domanda, e non di una risposta, parte appunto il settuagenario Akron). Di un altro capovolgimento eccezionale Akron è testimone da ragazzino allorché, in compagnia di Ben, si diverte a «giocare alla previsione del passato». Si accorge allora che le probabilità di azzeccare una cinquina nelle estrazioni del lotto riportate dai vecchi quotidiani sono «identiche a quelle di prevedere una cinquina da estrarre nel futuro, cioè zero». Soprattutto si accorge di come la «freccia del tempo, puntata solo e inesorabilmente nella stessa direzione [sia] un’illusone o una delusione umana» (p. 48). Il capovolgimento dell’intuito naturale e del senso comune, del luogo comune, nell’eccezionalità dell’eclissi e nel gioco fantastico ideato dai due ragazzi («un gioco davvero fantastico, in senso proprio e figurato») è, mi azzardo a dire, un momento importante nella poetica di Sinigaglia. Quel capovolgimento è, infatti, il “capovolgimento” operato dal racconto. Ogni racconto è, in certa misura, un riepilogo, un bilancio, un commento. Dunque un momento “eccezionale” in cui l’imprevedibilità del passato e del futuro, non importa se reali o immaginari, può essere avvicinata, riconosciuta, letta e, infine, raccontata (mundus est fabula). Anzi, tutte queste operazioni avvengono assieme nell’opera di scrittura (Dum scribo, intelligo…). La quale, ovviamente, per non tradire e non tradirsi, per tradursi in una “offerta” (di senso), deve conoscere bene i propri strumenti “retorici”, i propri “segni”, i propri “pedali”, quelli più importanti: la distanza ironica ma benevola (non c’è sarcasmo nell’ironia di Sinigaglia, ma benevolenza: è quella ironia des Herzens, di cui parlava Thomas Mann; un ridere di ciò che si predilige, come diceva Jankélévitch) e il sentimento elegiaco (che ha a che fare con la nostalgia e la memoria). Curioso, ma non troppo, che gli scrittori autentici finiscano per parlarci di ciò che fanno con le loro mani – e con i loro piedi. Akron, l’uomo senza tempo secondo un’etimologia probabilmente fantasiosa, sta per lo scrittore sprofondato nella sua opera di scrittura. Ma per chiudere vorrei citare e chiosare brevemente un passaggio shakespeariano che mi pare avere una qualche attinenza con ciò che ho detto sin qui. «Reverend sirs, / For you there’s rosemary and rue; the keep / Seeming and savour all the winter long [Reverendi signori, per voi / Ecco il rosmarino e la ruta. Conservano / Il loro aspetto e il profumo l’intero / Inverno]» (The Winter’s Tale, IV, 4). La ruta, erba della grazia impiegata nella crocifissione, e il rosmarino, pianta cefalica e simbolo del ricordo, testimoniano, nella calamità delle nostre esperienze quotidiane, della possibilità di una conciliazione devant le fait accompli – l’attento consenso, il benevolo e ironico sguardo retrospettivo del racconto, l’accoglimento dello svelamento del tempo.

Ezio Sinigaglia,  “Eclissi“, pp. 112, 15 €, Nutrimenti, 2016.

Giudizio: 5/5


15.02.2016 Commenta Feed Stampa