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Notturno cileno di Roberto Bolaño

di Danilo Cucuzzo

Notturno cilenoSebastián Urrutia Lacroix, prete, membro dell’Opus Dei, poeta e apprezzato critico letterario con lo pseudonimo di H. Ibacache è ormai un uomo anziano quando, una notte, si trova a ripercorrere le fasi salienti della propria esistenza come in delirio. Spinto dal «giovane invecchiato» – che non si sa bene chi sia, tranne che incarni una vera e propria spina nel fianco morale, dell’anziano padre – Urrutia/Ibacache, dal suo letto che sembra vorticare come una barca in mezzo alla rapida corrente di un fiume in piena, racconta, a tratti con rabbia, a momenti con rassegnazione, e talvolta con sarcasmo, gli incontri e le vicende che più hanno caratterizzato la sua vita in Cile. Nel Cile di Pinochet, del coprifuoco, della paura, dei silenzi volontari o imposti. Lui, padre Urrutia/Ibacache fu microscopico granello in quella storia, ebbe modo di parlare qualche volta con il generale e con i massimi esponenti della giunta al potere, ebbe modo di conoscere – a sua insaputa – un boia e la sua bella e affabile moglie appassionata di arte e di artisti e con ambizioni letterarie; ebbe modo di sperimentare la logica del “meglio non parlare”, il vantaggio vigliacco di un’ipocrisia di sopravvivenza. Adesso, punzecchiato – perfino insultato – dal giovane invecchiato, padre Urrutia/Ibacache tira fuori tutto, dice la sua, si auto analizza e, facendolo, finisce inevitabilmente per analizzare l’intera intellighenzia cilena di quegli anni. «Può un uomo sapere, sempre, quello che è bene e quello che è male?» – si domanda disperatamente a un certo punto del suo delirio. Ognuno di noi, credo, vorrebbe poter rispondere: sì, certo; ma la realtà della vita è che no, proprio non si può.

Nel suo ultimo romanzo pubblicato in vita, Roberto Bolaño torna nel suo amato/odiato Cile, e lo fa per mezzo di un uomo meschino ed enigmatico, con un personaggio che è facile prendere in antipatia ma che, forse, alla fine della sua vaneggiante confessione notturna, finisce per aprirsi un varco di pietà nei nostri cuori. La Storia è troppo grande per un uomo solo. Padre Urrutia/Ibacache non si è opposto, è vero, i suoi silenzi furono vigliacchi e colpevoli, il suo camaleontismo troppo comodo ma, in fondo, egli non era altro che un piccolo uomo di fronte a un gigante; se anche avesse fatto scelte più radicali e coraggiose – probabilmente suicide – nulla, nella storia del Cile, sarebbe cambiato. Il giovane invecchiato ha ragione, ma è giovane, assoluto, avventato, puro come tutti giovani.

«Ma quindi lei sapeva tutto quello che faceva Jimmy? Sì, padre. E si è pentita? Come tutti, padre. Sentii che mi mancava l’aria.» – e manca anche al lettore, l’aria. Notturno cileno, squarcia il velo delle nostre certezze troppo semplicistiche su cosa sia bene e cosa male, su chi sia buono e chi cattivo, su chi sia nel giusto e chi no. Per quanto possa apparire avvilente, abbiamo qualcosa dentro – forse è umanità, forse debolezza, o forse banale paura – che, alla fine, ci porta a rivalutare un uomo che avevamo precedentemente giudicato senza appello. Padre Urrutia/Ibacache ci era parso un essere spregevole, adesso, aver ascoltato, per una notte intera, la sua versione dei fatti, benché non abbia fatto altro che confermare ciò che già sapevamo, ce lo fa guardare con occhio più benevolo; egli continua a essere un uomo spregevole, ma di una spregevolezza in qualche modo perdonabile, naturale, innata, colpevole sì, ma con delle attenuanti.

In appena 123 pagine, Roberto Bolaño ha saputo costruire la storia di un uomo debole come tutti gli uomini comuni, all’interno della Storia di un paese gravemente ferito ma non perito; ha saputo costruire il lungo monologo di un uomo pentito e in lotta con se stesso e un romanzo ricco di spunti di riflessione e con un ritmo eccezionale..

Roberto Bolaño, Notturno Cileno, trad. Ilide Carmignani, Adelphi, pp. 123, € 15, 2016
Giudizio: 4/5


8.02.2016 Commenta Feed Stampa