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L’uomo di Dubai di Joseph O’Neill

di Enzo Baranelli

dubai-cop“Quando una sola stanza non è sufficiente per trovare accesso alla felicità, ebbene, allora hai trovato un’efficace unità di misura di come sei messo a felicità. E anche quanto a stanze”.

Con un ritorno dalla terra all’acqua, compiendo il cammino inverso a quello dell’evoluzione, inizia “L’uomo di Dubai“, felice ultimo lavoro di Joseph O’Neill, ammirato dalla critica fin da “La città invincibile” (con cui l’ultimo romanzo ha notevoli affinità), finalista al Man Booker Prize e vincitore del PEN/Faulkner Award. “Fu forse la crescente sensazione che la vita vissuta sulla terra o in aria ha un che di inefficiente a spingermi all’immersione subacquea; la crescente sensazione che accumulare esperienze, quando ormai ogni cosa è stata detta, fatta e ponderata, non è che un sovrappeso. […] imparai che il mondo sottomarino può essere un rimpiazzo perfetto del mondo d’origine. Non posso fare a meno di osservare che una simile sostituzione comporta l’effetto di limitare quello che potrebbe definirsi il senso biografico di qualunque vita; l’importanza a cui ogni respiro sembra condannato. Non sentirsi più, quasi senza metafora, un pesce fuor d’acqua: che libertà!“.

Procedendo con ordine, prima di arrivare a Dubai, il protagonista incontra per caso un ex compagno di college, Eddie Batros, riceve una proposta di lavoro per gestire gli investimenti della famiglia Batros e si prepara a trasferirsi da New York a Dubai: “Non ero interessato a Dubai in quanto Dubai. Se il lavoro di Eddie fosse stato a Gibuti, il piano sarebbe stato quello di prendere un volo per Gibuti. Quello che mi premeva davvero era andarmene da New York“.

Nello studio legale dove lavora inizia a ricorrere, in maniera casuale, ma bizzarra, la parola Dubai in più discorsi, mentre lui, nel frattempo, aspetta la telefonata del fratello di Eddie per finalizzare il nuovo contratto. Poi, una sera, guardando ciò che appare sul computer dopo aver cercato “Dubai” su Google, il protagonista rimane stupito perché dalla ricerca “non erano scaturite fotografie reali, bensì rappresentazioni di una Dubai in costruzione o ancora astratta. E restai con l’impressione di una città fantastica, reale e/o prossima ventura, un abracadabrapoli“.

Dopo aver lasciato Jenn, il trascorrere del tempo a New York, impegnato a evitarla, si fa per l’io narrante sempre più faticoso.

La scrittura di O’Neill è ricchissima di dettagli, ma sempre scorrevole, visionaria e insieme di un estremo realismo: l’abilità e il talento non bastano a rendere l’idea della brillante e profonda esperienza che è collegata alla lettura de “L’uomo di Dubai“. Le pagine esondano di idee, come in alcuni passaggi di Jonathan Lethem, e si è sommersi dalle parole e dalla perfezione del linguaggio: il preciso ordine di parole e frasi lascia esterrefatti e quasi storditi. Romanzo contemporaneo come  romanzo della finanza, l’opera fa intrecciare diverse anime nella trama, come tondini nel cemento armato: il comico, il grottesco, il gotico, il romanzo di fantascienza e un mémoire in costruzione, o in corso di demolizione, come i palazzi di Dubai che offre un paesaggio in continua mutazione. Il vero terrore è che si arrivi al punto da non poter più scorgere, nello skyline urbano, impalcature, gru e operai sottopagati, elementi che rappresentano la vera essenza della città: completare ogni progetto significherebbe la fine della corsa.

A Dubai il narratore si trova a vivere presso il lussuoso grattacielo Situation, che è in competizione costante con altri due complessi analoghi, l’Aspiration e lo Statement, tutti e tre costruiti sulla piccola baia elitaria della più grande laguna artificiale del mondo. Qui inizia una nuova vita per l’io narrante senza nome: in originale il romanzo s’intitola “The Dog“. E per caso incontra una persona che si rivela l’assistente perfetto per “la vita quotidiana a Dubai, fatta di un intoppo del cazzo dopo l’altro“, non un Bartleby come Mahmud, un dipendente della Batros che non fa nulla, ma un Jeeves. Alì non è un abitante in regola, ma bensì un apolide (bidun in arabo, ovvero “senza“), una presenza illegale ovunque. Il lavoro del protagonista consiste in uno stressante paio d’ore di scartoffie elettroniche e un pomeriggio passato in stressante attesa che succeda qualcosa.  Il protagonista sfoga la sua frustrazione nei confronti di Eddie e del fratello Sandro Batros, i suoi datori di lavoro, tramite e-mail immaginarie: ovvero immagina di scrivere una mail a Sandro o Eddie in cui si lamenta dei reali problemi che sta affrontando, ma, poiché sa per certo che scrivergli non cambierebbe nulla, lo fa solo mentalmente, e-mail immaginarie, appunto.dubai-costruzione

Le intuizioni di O’Neill sul costante cambiamento del mondo sono espresse in pagine di grande bellezza, sussurrate al lettore con un’emozione tangibile: “Il processo di costruzione è interessante e talvolta favoloso. Non posso fingerlo di comprenderlo, ma non posso neppure negare il piacere che ricavo dai boschetti di tondini che si ergono nel cemento, dalle effimere reti plastica arancione, dai disegni prodotti dalle lanterne da ponteggio che brillano dai nudi interni dei palazzi in costruzione. La vista più coinvolgente è però offerta dalle gru. L’orizzonte di Dubai mi risulterebbe inconcepibile senza le linee disegnate da aste, bracci e tiranti. Meraviglie che impressionerebbero Eiffel e non meno entusiasmanti di pinnacoli e minareti. Una Dubai che non fosse un eterno cantiere perderebbe molto del suo senso“. L’autore fa entrare Dubai come protagonista, insieme all’io narrante, nel suo romanzo unendo le sensazioni di città e uomo in una prosa ricca e poetica; la sensazione d’incompiutezza alimenta i sentimenti del narratore, che gioisce di essere solo e senza alcuna persona a carico, sebbene ammetta che “nessun uomo è un isola” sia un adagio non privo di fondatezza. Ripiega, quindi, sull’ozio, sul trascorrere lunghe ore solitarie nel suo appartamento, senza però evitare di uscire e avere un minimo di vita sociale, ma solo quanto basti a non essere considerato strano. Dalla sua frequentazione di escort dell’Europa dell’est nasce un crescente interesse per la geografia dei loro luoghi d’origine: “Le mie indagini sono perlopiù, fotografiche, ho contemplato le ciminiere di Magnitogorsk e i pioppi di Garm; un distributore di benzina in una prateria bruciata; un comune sul limitare di un bosco di betulle bianche; una finestra tra le migliaia di un complesso residenziale sovietico“. Spesso le descrizioni in “L’uomo di Dubai” ricordano la prosa lirica de “Il mondo a venire” di Ben Lerner, e anche l’impianto riflessivo del romanzo, non per questo privo di ritmo e fluidità, richiama l’autoreferenzialità di Ben Lerner, oppure di Lawrence Osborne in “Bangkok“, unita però a una vena più inventiva e fantastica, come in “Chronic City ” di Lethem.

Mi piace pensare di avere per il prossimo la stessa curiosità con cui vorrei essere considerato io, segnatamente con una curiosità non aliena dal significato che è all’origine di questa parola, con interesse cioè, se non con affetto“: Joseph O’Neill ricama lo stile del suo linguaggio nella fine e impalpabile sabbia della dune, abbattendo le nostre difese e invadendo la nostra vita con il suo racconto.

Joseph O’Neill, L’uomo di Dubai, (ed. or. The Dog, 2014 – trad. Tommaso Pincio), pp. 288, 18,90 €, Codice Edizioni, 2015.

Giudizio: 4/5


30.01.2016 Commenta Feed Stampa