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Il caso Meursault di Kamel Daoud

di Danilo Cucuzzo

Il caso Meursault«Di colpo – un colpo di pistola! – ho sentito fino alla vertigine lo spazio immenso e la possibilità della mia libertà, il calore umido e sensuale della terra, l’albero di limone e l’aria calda impregnata del suo profumo.»

Premiato con il Goncourt opera prima nel 2015, Il caso Meursault – scritto dal fino ad ora giornalista e autore di racconti algerino Kamel Daoud – rappresenta una sorta di seguito de Lo straniero di Albert Camus. Un prosieguo visto, però, dalla parte dell’arabo; per l’esattezza, dalla prospettiva del fratello dell’arabo ucciso da Meursault, che ne Lo straniero rimane senza nome.

«Oggi mamma è ancora viva». Questo è l’incipit de Il caso Meursault. Per chi abbia letto Lo straniero, è un incipit che dice tutto su quelle che saranno le intenzioni di Daoud. Questo romanzo è certamente un omaggio a Camus ma è anche, in qualche  modo, il grido di protesta di chi si è sentito per troppi anni relegato nella parte “anonima” della storia. Per bocca del fratello del giovane che Meursault ammazzò senza motivo su quella spiaggia di Algeri più di trent’anni fa, ascoltiamo per la prima volta chi era l’assassinato, e per la prima volta ne scopriamo il nome: Moussa.

Da chi fosse Moussa, il fratello (il narratore) passa a raccontare chi sia lui, che vita abbia vissuto dopo la tragica morte del fratello, quanto quell’accadimento abbia influito sull’esistenza della madre e, ancor di più, sulla loro relazione. La guerra di liberazione dell’Algeria dal dominio francese, offre l’occasione al nostro narratore di vendicarsi, forse sarebbe più appropriato dire di riscattarsi, ed è proprio in questo frangente che la sua figura va a sovrapporsi a quella di Meursault. Tale sovrapposizione, sebbene e per certi versi inevitabile, finisce per disorientare; si ha l’impressione che Daoud abbia fatto intendere nella prima parte del romanzo delle promesse che poi non ha saputo o voluto concretare. Quella rabbia sacrosanta provata dalla famiglia di Moussa per una morte tanto assurda quanto impunita (Meursault, di fatto, fu condannato più per come si comportò al funerale della madre che per aver ammazzato un arabo – all’epoca cosa diversa da un uomo), partorisce un atto che dal punto di vista di chi lo ha compiuto può aver certamente rappresentato una liberazione, ma che dalla prospettiva l’osservatore esterno – è vero, comodamente seduto sulla sua poltrona preferita – assomiglia sinistramente a una sconfitta.

Coraggioso negli intenti, intrigante nei preparativi, Il caso Meursault lascia un po’ d’amaro in bocca dopo essere stato consumato.

“Il caso Meursault”, Kamel Daoud, trad. Yasmina Melaouah, Bompiani, pp. 144, € 16, 2015
Giudizio: 3/5


27.01.2016 Commenta Feed Stampa