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Anche le sante hanno una madre di Allan Gurganus

di Silvana Arrighi

Gurganus-sante-OKMC“Trecce biondissime, voce da contralto un po’ roca, occhi azzurri ammiccanti che sprizzavano dolcezza e lealtà”, la diciassettenne Caitlin è la “santa”. Oltre che bella (bellissima!), ha un altruismo straripante e una generosità smodata che la induce a privarsi (e privare anche chi le sta vicino) di qualunque avere per donarlo agli altri, come ad esempio rubare vestiti e scarpe alla madre per darli ai poveri. Fin troppo perfetta, risulta tuttavia amatissima da tutta la comunità del piccolo centro di Falls, North Carolina, ma vagamente irritante per la madre Jean (ed anche per il lettore). Poco prima di compiere i diciotto anni, Caitlin decide di andare in Africa con una missione umanitaria e, nonostante il parere contrario della madre, caparbiamente parte. Per poi dileguarsi facendo perdere le tracce di sè, lasciando la madre e i fratelli nel dolore e la piccola comunità di Falls nello sgomento.

Allan Gurganus, sessantottenne novelist, docente di scrittura creativa e a sua volta allievo di John Cheever*, non è molto noto in Italia, dove sono stati tradotti e pubblicati alcuni suoi libri. “Anche le sante hanno una madre, peraltro, faceva originariamente parte di una raccolta di tre racconti, intitolata “Local Souls e pubblicata negli USA nel 2013: la caratteristica molto italiana di smembrare, smozzicare e manomettere le antologie, portata “fieramente” avanti dalla Playground, non nuova a questa abietta pratica, continua anche qui. Lo stile di Gurganus è noto per essere vivace, ironico e ricco di colpi di scena e sorprese narrative che conducono le storie verso sviluppi inattesi, ribaltandone l’equilibrio. Questa personale impronta si ritrova in “Anche le sante hanno una madre, la cui trama, segnata ad un certo punto da una svolta drastica quanto improvvisa, non può essere perciò riassunta neppure a grandi linee, per l’altissimo rischio spoiler.

Il punto di vista della narrazione è proprio quello di Jean, divorziata e madre di due gemelli oltre alla santa stessa, della quale delinea il ritratto con sarcasmo misto ad ammirazione mista ad una briciola di competitiva invidia. Faticosamente, Jean ha a che fare con una figlia perfetta e, soprattutto, con i dolorosi e sorprendenti eventi legati alla sua vita-non vita. Sullo sfondo c’è il padre, algido ingegnere risposatosi con un’altra “perfetta”, la filosofa Tiffany. Il modo di sentire e agire maschile e femminile nel dolore così come nella felicità sono continuamente e vivacemente messi a confronto.local souls - cop

“I miei figli, come il loro padre, traformavano subito la sofferenza in statistiche delle imprese muscolari dell’uomo. Ma del resto, era forse diverso dal mio tradurre il mio dolore in musica, poesia, nuove amicizie? I numeri attutivano il dolore maschile, gli offrivano una specie di stampella, risparmiandogli la pressione lenta e lacrimosa dell’Emozione Femminile. Ho finito per convincermi che la maggior parte degli uomini ha paura della maggior parte delle donne. “

Gli uomini ci osservano e, spesso, ci ammirano ed è per questo che sono in grado, a volte, di capirci così bene. Almeno i più sensibili, intelligenti ed ironici di loro. Ma in questo breve romanzo c’è qualcosa che stride. Il lettore (o forse solo la lettrice?) si trova a ondeggiare fra le pagine chiedendosi chi o cosa abbia spinto l’autore a percorrere così insoliti avvenimenti, accompagnandoli da considerazioni psicologiche spesso banali, e quale sia il punto di arrivo che si era prefisso introducendosi inopportunamente nei complicati meandri mentali femminili. Qui principalmente sta il limite di questo romanzo che, sia pur brioso e piuttosto ben scritto, non riesce a staccarsi dalla mediocrità. Mi sono molto domandata: se è vero, come è vero e scientificamente dimostrato (chi ha voglia cerchi e spulci questa review: Yang and Shah, Neuron, 82:261-278, 2014) che il cervello umano riceve un imprinting ormonale in senso maschile o femminile fin dall’epoca prenatale e che questo condiziona il modo di agire e di pensare di ogni singolo individuo, come mai vi sono autori maschi che insistono nel voler narrare in prima persona ruoli di femmine (e talvolta, ma mi pare in minor misura, viceversa)? Gurganus, non contento di narrare dal punto di vista della madre fatti molto intensi e devastanti, quale può essere la scomparsa di una figlia, utilizza addirittura la prima persona e fa di Jean l’io narrante. Quale superbia! Ne escono dialoghi assurdi, spesso grevi di cinismo, battute sardoniche che stridono come gessetti su di una lavagna, frasi e pensieri ad effetto, degni del peggior cattivo gusto da film americano di cattivo gusto (“E in quel momento la caduta della tensione, il sollievo salvifico, non arrivano. Sono ancora bloccati come lo shrapnel che matura nella sua bomba”). Cadute di stile che un po’ di senso della misura avrebbe potuto evitare. Evitando nel contempo a noi lettori che tanto dramma andasse a finire in un muscolare, molto americano battere il cinque collettivo.

Allan Gurganus, “Anche le sante hanno una madre”, (Trad. di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, ed. originale in Local Souls, USA 2013), pp. 154, € 14,00, Playground, 2015.

Giudizio: 2,5/5

*[nota direttore editoriale]: questo è il classico caso in cui l’allievo non supera il maestro, casi più frequenti questi, ma anche, naturalmente, più taciuti. L’autore è sovrastimato, seppur di discreto talento.


13.01.2016 Commenta Feed Stampa