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Febbre all’alba di Pèter Gàrdos

di Silvana Arrighi

 febbre all'alba“Trentotto e due, sempre lo stesso ordinato risultato, né più né meno. La febbre arrivava come un topo d’appartamento, lo derubava della fiducia e spariva subito nell’alba crepuscolare”.

Nel luglio 1945, finita la guerra, Miklós, un uomo ebreo liberato da un lager nazista, raggiunge un campo profughi in Svezia. Ha al suo attivo un lungo periodo di deportazione che lo ha ridotto allo stremo, ventinove chilogrammi di peso, una diagnosi di tubercolosi e, a dispetto di questa, una grande voglia di vita. Invia perciò centodiciassette lettere ad altrettante ragazze sopravvissute ai campi di sterminio, tutte, come lui, ungheresi di origine ed ospiti di un diverso campo profughi in altra parte della Svezia. Centodiciassette “lettere tutte uguali. Lo stesso testo sdolcinato. Come se fossero state scritte con la carta carbone.” Nonostante i medici dicano che la sua malattia lo porterà a morte entro sei mesi, Miklós è seriamente intenzionato a cercare una moglie. E, in effetti, la troverà.

”Quando a metà dell’estate mio padre aveva intrapreso il suo vasto scambio con le ragazze ungheresi, aveva ricevuto diciotto risposte ai suoi centodiciassette messaggi in bottiglia. […] Mio padre non riusciva a trattenersi. Scrivere gli procurava un piacere fisiologico, aiutatava a vedere il fondo della cose, e lui era sinceramente interessato ai destini femminili.”

In un ambiente nordico, dove il freddo è combattuto con abiti inadeguati e la poca luce intristisce gli animi, attraverso le parole vergate a mano con bellissima grafia nasce l’amore fra Miklós e Lili. Nonostante gli occhiali di Miklós, rotti e rappezzati con un pezzo di giornale, nonostante i suoi denti di lega di metallo a sostituire quelli che gli erano stati strappati uno a uno dai nazisti. I due, giovanissimi (venticinque anni lui, diciotto lei), ripongono infinita fiducia nel futuro a dispetto dei pochi mesi di vita pronosticati dalla medicina, evidentemente  inadeguata a fare previsioni affidabili. Dopo un paio di incontri fortunosi, brevi dialoghi e poesie lette al telefono e molto, moltissimo coraggio, i due riescono a sposarsi grazie a una colletta.

Narrata originariamente per diventare un film e successivamente trasposta in romanzo a partire dalla sceneggiatura, la storia vera dei genitori di Pèter Gàrdos è stata fedelmente ricostruita a partire dalle decine e decine di lettere custodite dalla madre fino al 1998. Come l’autore ha raccontato durante una presentazione del romanzo al pubblico italiano, la lavorazione del film (ormai completato e probabilmente nelle sale alla fine del 2016) è stata interrotta nel 2003 per mancanza di fondi e l’autore ha allora scelto di fare della sceneggiatura un romanzo. Ciò si percepisce con chiarezza, e non fa bene al racconto, che ne risulta al tempo stesso soffocato in dialoghi che difettano calore e dilatato in una narrazione lentissima. Sorprende come Miklós sia sempre designato come “mio padre”, la madre invece sempre chiamata per nome, Lili, la piccola Lili a volte: c’è come un desiderio di protezione in questo, o forse un volerla vedere ragazzina mentre il padre è padre con tutta la sua dignità e sicuro carisma agli occhi del figlio, fin da quando padre non era. Un padre giornalista, peraltro, e aspirante poeta: Gardòs si domanda come mai non abbia voluto lui stesso scrivere la mirabolante storia del suo matrimonio e si risponde che forse si vergognava del suo passato, soprattutto di ciò che era stato costretto a fare per sopravvivere nel lager (bruciare cadaveri, in numero elevatissimo) e che inevitabilmente avrebbe dovuto inserire nel racconto autobiografico.

“Si confuse. Che cos’era veramente? Un malato? Un rifugiato? Un dissidente? Un visitatore temporaneo? Il suo richiedeva di essere definito. Chi avrebbe potuto farlo? Il governo svedese? L’ambascata ungherese? L’ospedale? “

Con questi presupposti, ne esce un racconto piuttosto freddo, nonostante i tentativi dell’autore di imporgli ironia e leggerezza, percorrendo la Storia in modo laterale. Non ci ho visto, infatti, nè il brio de La vita è bella né la poesia di Train de vie, anche se all’autore tanto piacerebbe poter essere affiancato a Benigni e  Mihăileanu. Vedremo il film.

Pèter Gàrdos, “Febbre all’alba” (Trad. di Andrea Rényl, ed. originale 2015), pp. 223, € 17,00 Bompiani, 2015.

Giudizio: 3/5


4.01.2016 Commenta Feed Stampa