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Canto della pianura di Kent Haruf

di Enzo Baranelli

canto della pianura…non si mossero sulla loro sedie contro la parete, accanto al letto di Victoria, si preoccupavano per lei più di quanto si fossero preoccupati, per qualsiasi altra cosa negli ultimi cinquant’anni, osservavano tutto e rimasero con lei tutta la sera“.

Cronologicamente, questo “Plainsong” del 1999, è il primo volume della Trilogia della pianura di Kent Haruf, ma, essendo i libri slegati tra loro, può essere letta, iniziando da qualsiasi volume. A questo romanzo seguì nel 2004 “Crepuscolo” e poi nel 2013 “Benedizione“, che NNE ha già pubblicato, un testo stilisticamente molto diverso, più secco e “austero”, come dice il traduttore nella breve nota al termine del libro.

Canto della pianura” di Kent Haruf ha periodi ampi e usa un linguaggio ricco di descrizioni, spostando il punto di vista tra i vari personaggi come Tom Guthrie, l’insegnante di storia, Ike e Bob, che sono i suoi giovani figli, Victoria Roubideaux, che la madre butta fuori di casa perché è incinta, Maggie Jones, che invece accoglie e ospita Victoria a casa propria, in primo momento, e altri ancora. I periodi sono a volte ampi, ma l’autore mantiene uno sguardo limpido e diretto sulla realtà, quasi minimalista in alcuni punti, e questo contribuisce ad avvolgere il lettore nel canto corale che si alza dalla cittadina di Holt, Colorado, ispirata a Yuma, in Arizona. La poesia cede spesso il passo a un realismo che fa sentire il lettore totalmente immerso nel mondo immaginario di Holt, con scene a volte violente, come l’autopsia di un cavallo o semplicemente quotidiane: “Regolò l’erogatore al massimo, e nell’aria invernale si alzò un fumo nero che puzzava di cherosene e si mischiava alla polvere sollevata dalle bestie“. Le persone lavorano e portano incise, nei tratti dei oro visi, le fatiche di ciò che fanno per vivere, come l’allevatore Raymon McPheron, fratello di Harold, che ha “il vecchio volto segnato dalle intemperie e gli occhi arrossati sotto il cappello sudicio“, ma, aggiunge subito l’autore,  “ha un’aria calma e gentile“.

I vari capitoli, portano il nome del personaggio o dei personaggi di cui si adotta il punto di vista, e spesso possono essere letti come racconti a se stanti, tale è l’abilità dello scrittore nel dipingere scene dotate di un realismo e, insieme, di una dose di enigmatica arte narrativa. L’unione orizzontale della trama ha un suo corrispettivo in una narrazione verticale, non autoconclusiva, ma che ricorda il racconto alla maniera di Carver: tre ragazzini in una casa abbandonata, una giovane che si trova vittima del delirio di un vecchio affetto da demenza senile, una giornata passata presso un allevamento di bovini, Ike e Bob che vanno a trovare la madre che si allontanata da casa e vive sola, e via di questo passo. Haruf modella con cura estrema gli anelli di una catena che, a fine romanzo, si rivela essere un gioiello, un’opera che fa scoprire, attraverso piccole rivelazioni, un quadro più vasto fatto di paura, illusioni e amore.

L’ambientazione nel Colorado, e, per buona parte del romanzo, in autunno avanzato e in inverno, contribuisce al senso di rigidità e asprezza di alcune situazioni, Kent Haruf mette al lavoro anche l’ambiente perché diventi un corpo unico con la narrazione: “Lungo la strada c’erano chiazze di neve nei campi incolti, cumuli e merletti induriti dal vento nei fossi. Mucche nere spelacchiate erano sparse tra le stoppie del granturco, a testa bassa e sottovento brucavano senza agitarsi“.

E l’autore usa i dialoghi per esprimere sensazioni di solitudine e desolazione, ma lasciando spazio alla possibilità di un cambiamento, come quando Maggie propone ai fratelli McPheron di prendere in casa loro la giovane Victoria: “C’è troppa solitudine qui. Prima o poi morirete senza aver avuto un problema in vita vostra. Non del tipo giusto, comunque“.

La pianura non nasconde la violenza e la fatica, ricordando alcune ambientazioni di Cormac McCarthy, come nelle scene del parto della giovenca e, in quella successiva, dell’autopsia del cavallo di Tom Guthrie, con Ike e Bobby che insistono per poter guardare: Kent Haruf mantiene una prosa sempre controllata, ma carica di tensione, qui, ma anche in momenti di relativa calma, come con Victoria nel negozio di Denver. L’autore ci ricorda che esiste sempre la possibilità che qualcosa precipiti, che le situazioni degenerino, e la narrativa di Haruf mescola una nostalgica dolcezza a forti momenti di tensione emotiva, bilanciando la propria arte, e il romanzo stesso, con la perfezione del grande narratore di storie.

Kent Haruf,Canto della pianura, (ed. or. Plainsong, 1999 – trad. F. Cremonesi), pp. 301, 18 €, NN Editore, 2015.

Giudizio: 5/5.


18.12.2015 Commenta Feed Stampa