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La notte del professor Andersen di Dag Solstad

di Silvana Arrighi

20150623111756_249_cover_altaCi sono libri che si amano, altri che si apprezzano e basta. È il caso, per me, di questo lungo racconto/breve romanzo di Dag Solstad, pubblicato nel 1996, che arriva a noi solo ora, curato da Iperborea per la traduzione di Maria Valeria D’Avino, avviluppato nell’accattivante olio di Munch “Kiss by the window”. Il prolifico scrittore norvegese, considerato un’icona nazionale in patria, è stato tradotto con molto ritardo non solo in italiano ma anche in altre lingue europee. Nato nel 1941, era cinquantacinquenne all’epoca della stesura del libro, così come lo stesso protagonista della storia: è infatti un suo vezzo quello di attribuire la sua età al personaggio principale del romanzo che sta scrivendo. Pål Andersen, il protagonista, è un professore di letteratura, studioso di Ibsen pur avendo smesso da tempo di amarlo, estimatore degli abiti e dei vini italiani ma abbastanza indifferente alla Commedia di Dante, forse nichilista nel suo modo di pensare e nel suo stile di vita, che affronta in modo distaccato e freddo. Solstad trova per lui un cognome, Andersen, probabilmente molto diffuso in Norvegia e che a noi rievoca favole talvolta macabre. Leggiamo però nella postfazione di Ingrid Basso che la scelta non è inconsapevole, poiché vi è un riferimento all’enigmatico racconto di H.C. Andersen Skyggen (L’ombra), in cui si racconta di un’ombra che, svanita su un balcone troppo assolato, si proietta all’interno dell’edificio di fronte. Esattamente come, durante la sera della vigilia di Natale, si intromette involontariamente il professor Andersen in ciò che accade dietro una finestra della casa dirimpetto alla sua. Dove vede consumarsi un omicidio, destinato a rimanere impunito.

Il racconto è breve e, almeno nella sua prima parte, incisivo: l’azione, infatti, si svolge fulminea nelle prime pagine e poi lascia il posto a lunghe, non sempre lucide, elucubrazioni, riflesso di una dolorosa battaglia interiore. Il professor Andersen, nella sua oblomoviana inerzia, intraprende una indagine non sull’omicidio di cui è casuale testimone ma su se stesso, sul bene e sul male, sulla morale propria e su quella del mondo, che lo renderà incapace di agire, nonostante si ritrovi accidentalmente ad incontrare più di una volta l’assassino. Nascono quindi pagine intense, affidate nella finzione narrativa ad una conversazione durante la serata di santo Stefano a casa di amici, ad una breve vacanza in montagna presso un collega, ai ricordi di ciò che il professore insegna ai propri studenti dell’università; c’è un ossessivo concentrarsi sulla coerenza morale, sul senso delle scelte individuali, su considerazioni e interrogativi intorno alla coscienza storica e culturale di un’intera generazione. Sgomenti, si sarebbe tentati di liquidarle come contorsioni mentali, complesse e probabilmente molto difficili da tradurre (infatti spesso zoppicanti nella forma). Ma sono pensieri in cui tutti ci si può ritrovare poiché ne emerge il ritratto di una generazione, con le sue ideologie libertarie messe alla prova dal passare del tempo.

“Non desideriamo tutti diventare individui più saggi con il passare degli anni, ma è poi così?. Nel mio caso direi proprio di no. Non sono più saggio di quando avevo venticinque anni, sono solo più vecchio. Le esperienze che ho fatto valgono solo per me stesso. Non costituiscono un valore che posso trasmettere ad altri, più giovani. È un carico che devo portare da solo”.

É un libro breve ma mostra una notevole potenza e la sua lettura richiede un certo impegno. Solstad stesso sembra quasi suggerire di percorrerne le pagine cercando altro oltre la trama quando, a proposito di Hedda Gabler di Ibsen, si domanda beffardo: “È davvero così straordinario, in fin dei conti? La figlia di un generale che si sposa in preda al panico, e si annoia, crea una montagna di guai a tutti e alla fine si spara? È davvero qualcosa cui applicarsi con tutta la propria intelligenza e intensità emotiva, per secoli?”.

La scelta di non agire del professor Andersen lascia il lettore confuso, disorientato. Come dicevo, ci sono libri che si amano, altri che si apprezzano e basta. Questo non mi ha trascinato empaticamente con sé, tuttavia mi ha lasciato dubbi e domande aperte. D’altra parte, era nelle intenzioni dell’autore che, in un’intervista del 1989, dichiarò: “In primo luogo i miei romanzi sono domande. Non risposte.”
La notte del professor Andersen, Dag Solstad
Traduzione di Maria Valeria D’Avino, Iperborea. Pag. 176, € 16
Giudizio 4/5

Edvard_Munch_-_Kiss_by_the_window_(1892)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edvard Munch – Kiss by the window (1892).
Strana la scelta di Iperborea di riportare l’olio di Munch capovolto da sinistra a destra, distribuendolo su prima e quarta di copertina.

 


30.11.2015 Commenta Feed Stampa