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Cattivi di Maurizio Torchio

di Danilo Cucuzzo

9788806218904«Il carcere non serve a restituire al mondo. È fatto per chiudere, coprire, cicatrizzare. Può chiudere in modo sporco e caotico, oppure sterile e giusto.»

“Cattivi”, secondo romanzo del torinese Maurizio Torchio, non è un libro consolatorio o appesantito da quell’inutile buonismo dietro il quale si tende a nascondersi quando si vanno ad affrontare argomenti complessi come la questione carceraria; e non è neanche un testo sociologico pensato per denunciare le mancanze o le incongruenze di un’istituzione molto spesso descritta come al collasso. No, “Cattivi” è la testimonianza cruda e disillusa di uomo rinchiuso in isolamento. Di un uomo condannato al fine pena mai per aver preso parte al sequestro della figlia del re del caffè e, in seguito, per aver ammazzato una guardia con 35 coltellate. Quest’uomo, di cui non sapremo mai il nome, si racconta, si confessa, si auto analizza forse, e finisce per raccontarci tanto di sé: del prima e del dopo. Dove per prima s’intende, in particolar modo, quei sette mesi trascorsi dentro una grotta scavata sul fianco di una montagna in compagnia della Principessa, e per dopo il carcere, i muri, le privazioni, le botte, il buio, la luce accecante, il fetore. «[…] tenda o non tenda stai comunque cagando in mezzo a una stanza piena di gente. Ogni volta che qualcuno va in bagno, e qualcun altro è costretto a sentire, tutti si ricordano di non essere uomini fino in fondo, di non essere liberi. Quella turca in mezzo alla stanza ti rende l’uno l’aguzzino dell’altro […]».

Questo ergastolano non cerca scuse, non ha la minima intenzione di muoverci a pietà. Sa di aver sbagliato, di essersi fregato con le sue stesse mani; dapprima prendendo parte al sequestro (il suo era un ruolo talmente marginale che la maggior parte dei componenti della banda li vide per la prima volta in aula, durante il processo) e in seguito uccidendo l’agente di custodia. Sa di aver sbagliato ma, per quanto riguarda questo secondo e ben più grave reato – le guardie non ti lasceranno mai più in pace se tocchi uno di loro -, non prova vero e proprio pentimento: dato il contesto e le leggi non scritte che regolano la vita all’interno delle carceri, quella guardia andava uccisa; si trattò di un atto compiuto come risposta al puro e semplice istinto di sopravvivenza.

Ecco sopravvivere. Un uomo che ha trascorso tanti anni in isolamento e che, di fatto, conosce l’organismo carcere meglio di quanto un entomologo conosca gli insetti oggetto dei suoi studi, può svelare a noi al di qua del muro la vera natura di questo micro-mondo al di fuori del mondo; di questo luogo altro, di questa pattumiera della società. I più puri di noi si indigneranno nell’apprendere quale trattamento sia riservato a taluni detenuti dagli agenti di custodia, i più cinici si stupiranno della voglia di vivere provata dai reclusi – anche da quelli che non vedranno mai più la luce del sole, come il nostro narratore -, della loro più o meno estenuante attesa di un futuro meraviglioso. Eh sì, perché il carcere, nonostante tutto, «ti costringe a continuare a pensare al dopo».

Con uno stile asciutto ma dalla grande forza descrittiva, Maurizio Torchio riesce a trattare con verità un argomento spinoso come quello delle carceri senza mai rischiare di cadere nell’enfatico o nel disneyano; non esalta i detenuti ergendoli a eroi ma nemmeno li tratta da poveri indifesi vittime del mondo crudele. Li tratta per quello che sono: uomini. Cattivi. Certo, cattivi, ma pur sempre uomini … con tutte le debolezze e gli slanci propri della specie.

Maurizio Torchio, “Cattivi”, Einaudi, pp. 186, € 19, narrativa italiana, 2015
Giudizio: 4/5


15.09.2015 Commenta Feed Stampa