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Uomini senza donne di Haruki Murakami

di Enzo Baranelli

murakami copVi prego di indietreggiare di qualche passo (prima dovreste controllare che alle vostre spalle non ci sia un precipizio) e contemplare questo ritratto da una certa distanza: vi renderete conto che sapere se i dettagli siano veri o falsi è irrilevante“.

L’ultima raccolta di racconti di racconti di Murakami è scritta con un stile essenziale, fatto di respiri regolari e concentrati in cui l’autore riversa informazioni precise. Offre un diario clinico della realtà dove annota con scrupolo fatti, date, cambiamenti di stato, umore, infelicità, senza concedere facili derive fantastiche per tenere buoni i suoi lettori meno propensi al cambiamento, che avrebbero preferito che riscrivesse per venti volte “L’uomo pecora” invece di tentare nuove storie e strade. Poiché Murakami ha connaturato al proprio stile l’intreccio tra fantastico e reale, anche nei racconti di “Uomini senza donne“, lievemente e con lentezza, l’aspetto sognante dell’esistenza non può che comparire anche se, spesso, in maniera più sottile e meno eclatante rispetto ai romanzi classici come “L’uccello che girava le viti del mondo“.

Nel secondo racconto, che come il primo prende il titolo da una canzone dei Beatles, la vicenda inizia parlando di due ragazzi universitari, un argomento usuale per Murakami che riesce a predisporre le azioni e i dialoghi in una sequenza perfetta che accompagna il lettore dentro la storia. E’ in grado di investire molto del suo lavoro artistico nel creare un tono malinconico capace di affascinare il lettore, senza però essere lezioso o artefatto, come accade nelle storie terribili della pessima letteratura. Il tempo trascorre e le persone si ritrovano dopo molti anni. E’ un modo di procedere molto semplice per narrare i mutamenti della vita e le sue incredibili sfaccettature, come una pietra preziosa lavorata dalle mani di un artigiano abilissimo. Murakami Haruki offre la solidità della sua arte unendola alla fantasia che ci conduce nel campo della caducità e dell’effimero. Connettendo così l’evanescenza del sogno di una vita e la profonda e potente struttura, che sopravvivrà ai secoli, dell’arte letteraria, Murakami trasporta i lettori in un territorio contaminato da magia, follia, dolcezza, dolore, passioni, morte e amore e fa sentire chi legge, per un momento, al di sopra della lotta quotidiana per l’esistenza. Questa caratteristica di tutta le sue opere, rende Murakami uno scrittore unico e suggestivo, che lega la leggerezza a un denso senso di riflessione sul mistero di ciò che ci rende vivi, trasformando ogni lettura in un’esperienza dionisiaca e apollinea unite insieme. Il fatto che esistano infiniti livelli nella sua narrativa è ciò che ha creato la fortuna economica dell’autore, perché una larga parte dei suoi lettori, in realtà, si ferma alla superficie di ciò che scrive, alla dolcezza e alla levità delle parole, non riuscendo ad andare oltre.

Quando parla del chirurgo estetico Tokai che nonostante l’età non più giovane non ha mai desiderato il matrimonio, Murakami adotta la prospettiva del narratore onnisciente, mentre a volte uno dei personaggi dei racconti è l’io narrante, oppure la prospettiva ci si avvicina in maniera da farlo apparire tale. “Per Tokai, già solo pranzare o cenare con queste donne, bere e conversare con loro, era un sincero e genuino piacere. Il sesso era soltanto un modo di prolungarlo: un appagamento supplementare, diciamo così. Non era quello il suo obiettivo ultimo. A lui interessava il rapporto confidenziale e intelligente con donne seducenti. Le donne che Tokai apprezzava veramente, non erano particolarmente belle, anche se non sarebbe mai uscito con una donna palesemente brutta, le donne, che Tokai desiderava erano quelle provviste di un cervello brillante, senso dell’umorismo, e spessore intellettuale. Inoltre non cercava mai donne che fossero interessate al matrimonio. Spesso usciva con donne sposate o fidanzate. Una relazione in cui gli venisse richiesto di prendersi la sua parte di responsabilità, lo avrebbe reso nervoso e di cattivo umore“.

Nella raccolta, un bar nominato di passaggio in un testo ritorna, con il proprietario protagonista, in un’altra storia, mentre l’io narrante di un racconto di cui è anche protagonista, ritorna, come scrittore onnisciente, in un testo successivo che ha un altro personaggio centrale. Le riapparizioni sono dei déjà-vu, sono piccoli rimandi che non hanno alcun valore oltre quello di ricordarci la ristrettezza del mondo reale e farci intuire l’esistenza di una ragnatela di intrecci profondi di cui possiamo cogliere solo un tenue bagliore.

Era una storia assurda, ma non dubitava che fosse vera“: questo è il succo delle parole che Murakami drappeggia sulle sue storie con delicata grazia. Ci sono momenti in cui la potenza del mondo fantastico che scorre e si intreccia a quello che vediamo ogni giorno, richiede tutta la nostra attenzione e occorre agire, non stare a guardare, come accade a Kino, protagonista dell’omonimo racconto.

Lovers at Chi Tou Painting by Chi Wen; Lovers at Chi Tou Art Print for sale

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In un altro testo, Gregor Samsa si sveglia trasformato in un essere umano, i movimenti sono difficili e rallentati come se fosse avvolto in liquido vischioso. Murakami costringe alla rilettura del racconto di Kafka, “La metamorfosi“, per individuare soprattutto nella parte iniziale la scelta delle inquadrature, per osservare il capovolgimento e vedere attraverso gli occhi dello scrittore una parte del processo creativo. Sempre che si abbia una tale curiosità, questo è ovvio. Samsa è disperato a causa della sua trasformazione, “fosse stato almeno un pesce o un girasole, non avrebbe dovuto salire o scendere le scale che ora si trovava di fronte“. I suoi pensieri continuano a tornare a pesci e girasoli. Il disorientamento segue il vortice emozionale del testo di Kafka. L’autore usa tutta la sua abilità tecnica – avendo osato scomodare un gigante della letteratura – per funamboliche similitudini, descrizioni grottesche, situazioni imbarazzanti. “Quando Samsa, dopo aver mangiato tutto quello che poteva, finalmente tirò il fiato, sul tavolo non restava quasi nulla di commestibile. Aveva risparmiato i gigli nel vaso“.

L’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è il più semplice e, insieme, ermetico; la sconcertante semplicità di essere uomini a cui è stato tolto o che sono rimasti senza l’amore, si scontra con una situazione di enorme malinconia saldamente legata a un mondo altro, diverso in ogni sua fibra dal quotidiano. E’ un racconto che narra concetti, depurato dalla struttura usuale di una vera trama, e giace sul limitare del libro, segnando l’ultimo margine e l’impossibilità fisica e mentale di spingersi oltre: “Prego che Emu viva felice, tranquilla, insieme a quella musica innocua, la musica per ascensore la chiamavamo, che adorava ascoltare. In quanto uno degli uomini senza donne, lo spero dal profondo del cuore. E’ tutto quello che posso fare. Per il momento. Forse“.

Haruki Murakami, Uomini senza donne, pp. 221, 19 €, Einaudi, 2015.

Giudizio: 4/5


4.08.2015 Commenta Feed Stampa