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Reykjavík Café di Sólveig Jónsdóttir

di Silvana Arrighi

rekiavik cover“Il buio di gennaio opprimeva ogni cosa. Compatto e nero, sembrava risucchiare la voglia di vivere dall’intera nazione.[…] Quanto sarebbe stato meglio poter andare in letargo durante le buie e brevi giornate invernali!”.

Era dunque inverno, il gelido inverno del 2008 a Reykjavík, quel momento dell’anno in cui “dormire per qualche mese e risvegliarsi a primavera era la cosa che tutti desideravano di più”.  E’ in questa gelida, ma vitalissima e molto europea, città che la giovane giornalista Sólveig Jónsdóttir ambienta la sua opera prima. In un lasso di tempo piuttosto breve ho letto due romanzi di autori islandesi. Due sono indubbiamente troppo pochi per poter fare considerazioni che accomunino i due autori, peraltro distanti per sesso, età ed esperienza letteraria, resta il fatto, però, che vi sono nei due romanzi delle analogie che mi colpiscono. Non tanto il freddo pungente dell’inverno islandese, che si può immaginare quanto facilmente permei le atmosfere romanzesche ambientate in un Paese che a gennaio ha giornate poco più lunghe di quattro ore, quanto l’intreccio complesso, fatto di molti personaggi inanellati l’uno all’altro, con grosse famiglie complicate da parentele e convivenze inusuali. Se nel caso del romanzo di Stefánsson, I pesci non hanno gamb,e la storia oscilla avanti e indietro nel tempo attraverso più generazioni e parecchi cugini, nipoti e zii, nel caso del Reykjavík Café sono le storie di quattro giovani donne a scivolare l’una nell’altra, con corsi e ricorsi, casualità poco casuali, fratelli, fratellastri e grandi famiglie allargate, un guatemalteco, un inglese e alcuni anziani molto saggi,  e un solo punto di arrivo (o partenza) comune, dove tutti prima o poi si trovano a passare: il Reykjavík Café.

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(vista di Reykjavík)

L’idea della Jónsdóttir non è particolarmente innovativa (per fare un esempio, ho letto recentemente El amor juele a café della spagnola Nieves García Bautista, romanzetto che si muove su una falsariga del tutto simile) e neppure le storie delle quattro ragazze lo sono.  Eppure il libro, pubblicato in Islanda nel 2012 col titolo originale “Korter”, ha scalato rapidamente le classifiche islandesi e parrebbe destinato a fare altrettanto anche nella sua traduzione  in altre lingue. Ha infatti una sua freschezza, un intreccio narrativo piuttosto credibile, in cui una qualsiasi trentenne può facilmente riconoscersi, è scritto dignitosamente.  L’autrice non fa molte considerazioni personali – di quelle che ti accanisci a sottolineare nel tentativo spasmodico di non scordarle, e al contrario introiettarle  e farle il più possibile tue, facendole entrare nel tuo bagaglio di pensieri e riflessioni – ma lascia intravedere che questo lavoro  di riflessione sulle umane vicissitudini spetti al lettore più che a lei. Racconta fatti, descrive persone, non si dilunga molto nei dettagli (pare incredibile, un libro con ben quattro protagoniste donne che non indugia se non per lo stretto indispensabile su minuziose descrizioni di capelli, unghie ed abiti), ben contestualizza gli eventi in un ambiente fatto di rischiose derapate in tacchi alti su lastre di ghiaccio nella gelida notte islandese, birrerie e grandi sbronze solitarie. Permette così il formarsi nel lettore di un proprio punto di vista personale e una percezione quasi osmotica, non filtrata, dalle vicende e dei pensieri di ogni singolo personaggio. Personaggi normali, con normali defezioni dalla vita e ritorni festosi alla, sia pur momentanea, felicità. A mio parere la scrittrice è molto promettente. E, per l’edizione italiana, Sonzogno ha oculatamente scelto un’ottima traduttrice, Silvia Cosimini, che aggiunge sicuramente valore a questo romanzo semplice, ma senza mai una riga banale o scontata.

Sólveig Jónsdóttir, Reykjavík Café, (trad. S. Cosimini) pp. 320, 17,50 €, Sonzogno, 2015.

Giudizio: 3,5/5


3.08.2015 Commenta Feed Stampa