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Il grande cielo di A. B. Guthrie

di Enzo Baranelli

Guthrie.3Il western, “Il grande cielo“, di A. B. Guthrie fu pubblicato nel 1947. Il secondo volume di questo ciclo ricevette il premio Pulitzer, ma “Il grande cielo” rimane la prima pietra. Boone Caudill fugge di casa. Incontra un amico. La fame. Il freddo. Incontra un ladro. Finisce in prigione dopo un processo che ricorda Dickens (le citazioni vanno da Shakespeare a Conrad). E poi si avventura lungo il fiume Missouri, su una nave guidata da un francese, ma sorvegliata dal cacciatore Dick Summers.

E’ il 1830, un tempo in cui i territori dell’ovest sono “bellissimi, la prima cosa che tu faccia lì, ti sembrerà di essere stato il primo a farla“. E poi trascorrono gli anni: eccoci al 1837. Il romanzo si apre in descrizioni, di rara bellezza, intrise di sentimenti ambivalenti: paura e coraggio, solitudine e amicizia. La contraddizione genera conflitto che crea movimento e stimoli. I pionieri conquistano spazi enormi sotto il cielo, ma contribuiranno a svalutare la vastità di una nazione con i loro eccessi. Ma potremmo avere il West e la letteratura e la cinematografia e la musica americane senza i pionieri? Guthrie (1901-1991) fu un fermo ambientalista: “Chi ama guardare, non distrugge ciò che guarda” e la sua versione della lotta contro la natura è costellata di sguardi impietosi, come quello sul massacro dei bisonti (al centro di “Butcher’s Crossing” sottovalutata opera di John Williams). Tutti i personaggi de “Il grande cielo” vivono in una perenne contraddizione, “contaminando un mondo che amano per la sua purezza“.

 

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(immagini di Winslow Homer, inserite per la loro bellezza, e non in relazione alle citazioni da Il grande cielo e dalla postfazione di Nicola Manuppelli).

 

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Una traccia di rosso, non ancora luminosa ma nemmeno scura, era comparsa nel cielo. Gli uomini sotto le coperte sembravano enormi, simili a cavalli o bisonti accovacciati. L’albero dell’imbarcazione, grondante rugiada, luccicava debolmente. Boone poteva sentire lo sciabordio delle onde contro i fianchi della nave. Più lontano il fiume mormorava sommessamente e senza sosta, quasi stesse raccontando a se stesso le cose viste nell’entroterra. […] Le stelle erano sparite e il cielo era diventato di un colore bianco opaco, come un corno raschiato. Una nuvola bassa fiammeggiava a est, dove il sole era sul punto di sorgere. Procedevano lentamente, trascinandosi, mentre gli occhi di Summers continuavano a scrutare l’orizzonte e la luce aumentava e Boone poteva seguire con gli occhi il fiume Missouri, all’infinito, fino a quando non si perdeva in una serie lontana di colline.

Era come se tutte le persone e le cose si fossero coalizzate contro di lui – il sentiero che si perdeva nel buio, gli alberi attorno che parevano volerlo inghiottire, la notte umida e gocciolante, nella quale, forse, occhi ostili lo guardavano, ridendo tutte le volte che inciampava. Ce n’era abbastanza da schiantare il cuore di solitudine e stringere un nodo in gola.

 

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In cielo si sentiva il gemito degli uccelli notturni, come il lancio di una scheggia, e dalle colline che formavano una cresta che scorreva verso ovest, Boone sentì il grido di qualche animale, sottile, tremulo e solitario. Un piccolo brivido lo scosse, salendogli lungo la schiena e facendogli drizzare i peli sul collo. Era questo che rendeva degna di essere vissuta la vita di un uomo.

 

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Di giorno Boone poteva salire su una collina e guardare in lungo e in largo, fino a dove il cielo non si curvava a ostacolargli la vista. C’era il cielo blu come se fosse stato colorato con la vernice, e la terra marrone che si snodava sotto di lui, e lui tra loro, con una sensazione di selvaggia libertà nel petto, come se terra e cielo fossero soffitto e pavimento di una casa tutta sua.

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L’autunno stava già giungendo nella zona superiore del fiume Missouri, il breve autunno del nord che arrivava e andava via come un uccello in volo. Come macchie nel verde dei pioppi, le foglie pendevano mostrando un giallo rivelatore e cedendo mollemente alla brezza. Le bacche rosso sangue del graisse de boeuf scintillavano lungo i rami argentati. Spesso faceva freddo al mattino, poi cominciava a far caldo, mentre il sole sorgeva e si posava sul terreno in un bagliore dorato, poi tornava a far freddo quando la palla di fuoco terminava il proprio breve tragitto e cadeva in fiamme tra le colline.

 

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Boone stava appoggiato all’indietro sui gomiti, sentendosi grande e soddisfatto, avvertendo il whisky che gli scaldava la pancia e si diffondeva nel corpo, così braccia, gambe e collo provavano tutte quella sensazione di forza e di piacere, come se ognuna avesse una propria piccola vita felice. Era così che si viveva, liberi senza vincoli, con tutto il tempo a disposizione e nessuno a dirti no. In quel modo tutto sembrava avere con te una specie di parentela: la terra e il cielo e i bisonti e i castori e la luna gialla di notte.

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Uno scrittore deve intrattenere, anche quando i suoi manoscritti giacciono su qualche scaffale a marcire, inediti. Oltre a questo, deve -è importante- cercare di gettare un raggio di luce sull’esperienza e sulla condizione umana. Questa è la morale dello scrittore: intrattenimento e illuminazione, sostenuti dall’alto proposito di scrivere al proprio meglio.

Sono i personaggi a fare la storia, lunga o breve che sia. Sono l’elemento indispensabile. Senza non c’è niente. Devono essere vivi, attuali, delineati, essenziali negli umori e nei movimenti. Ogni storia è la storia di un uomo o una donna o di un gruppo di persone” Per costruire queste figure leggendarie ma contraddittorie, Guthrie sapeva che uno degli elementi chiave era la voce. Quando era ragazzo il padre -un professore- amava leggergli storie ad alta voce, con intonazione teatrale, “interpretando” le parlate dei personaggi.

“Perditi nei tuoi personaggi” fu uno dei consigli che anni dopo l’autore dispensò nel suo A Field Guide to Writing Fiction.

Da “By George, I’m Free – Un ritratto di A. B. Guthrie” di N. Manuppelli (postfazione a Il grande cielo, Mattioli, 2014).

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A. B. Guthrie, Il grande cielo (trad. Nicola Manuppelli), Mattioli, 2014.

Giudizio: 5/5

 


30.07.2015 Commenta Feed Stampa