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Roderick Duddle di Michele Mari

di Silvana Arrighi

mari_duddle“L’animo umano è come l’oceano, la cui superficie nasconde infinite e insondabili profondità. Questa sentenza, che senza prendermi il fastidio di verificare mi piace attribuire a Seneca, funge da perfetto esergo a quanto stai per apprendere…”.

Roderick Duddle” è un libro, non recente, ma perfetto per accompagnare le peregrinazioni o il semplice riposo estivo, perché l’opera di Michele Mari ha tutte le caratteristiche della vera avventura romanzesca, con più livelli di interpretazione, e che in ognuno di essi offre la pura gioia della lettura. Un’epopea che mescola antichi splendori e contemporanea cultura, e vi porterà nel mezzo di intrighi e viaggi, alla ricerca di mappe del tesoro e con creature dell’oscurità che si muovono in bilico tra mondi opposti.

Docente di Letteratura italiana alla Statale di Milano, Michele Mari è certamente uno dei migliori autori (se non IL migliore)  presenti attualmente nel panorama nazionale. La sua scrittura fluida e ironica si ispira copiosamente alla grande narrativa avventuroso-fantastica del Settecento e dell’Ottocento, ma non si tratta solo di “ispirazione”, quello di Mari è amore puro che traspira a ogni riga, in ogni riferimento (vedasi l’esplicito omaggio nel racconto Otto scrittori in “Tu, sanguinosa infanzia”). In “Roderick Duddle“, lo struggente desiderio di appartenenza alle storie della sua infanzia informa la vicenda inventata da Mari fin dalle primissime righe. La sovrapposizione fra Michele e il piccolo Roderick – il mozzo che ognuno di noi ha in qualche angolo profondo del proprio cuore, legato alla lettura dell’Isola del Tesoro e altri ottocenteschi romanzoni per ragazzi – impregna di dolcezza ogni singola pagina, trasmettendo al lettore un’affezione che nasce proprio dalla tenerezza che lo stesso autore prova per il suo personaggio (“Roderick, piccolo come una bestiolina di casa”). Vorrete sapere qualcosa della trama, immagino. Non è affatto facile riassumerla, ma l’autore stesso ce la sintetizza quasi alla fine del romanzo, fornendo al lettore, come in altri punti del racconto, una sorta di piccolo riassunto, sai mai che nel frattempo si sia perso qualcosa per strada nei mille meandri della vicenda: “Il giudice Bonham non ne poteva più di quella storia, che fra adozioni, affidamenti, cavilli araldici, episodi di sangue, diffide, persone scomparse e pretese ereditarie si era avvolta su se stessa fino a formare un groviglio inestricabile”. La storia di un bambino, dunque, anzi di due, alle prese con bettole e beoni, puttane e suore senza scrupoli, marinai ammutinati, buoni vecchi (pochi) e persino un ermafrodita!

Fra parole desuete o estremamente specifiche (chi sa che cosa è un baglio o un ombrinale? una bigotta o un terzarolo, una sagola, una grisella? uno scaciorbio?…va bene, mi fermo), divertendosi a volte nella finzione di stare traducendo un manoscritto dell’ottocento inglese – con relative Note del Traduttore – Mari conduce con estrema eleganza il suo spassosissimo divertissement, ambientandolo in luoghi dai nomi reali (Cork, Fenham), ma con una localizzazione inventata, regalandoci una via di mezzo fra un romanzo di formazione, che trattiene in sé il profumo inimitabile della fanciullezza, e uno spiritoso romanzo d’appendice contemporaneo.

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(A sinistra: Mappa dei luoghi in cui è ambientato il romanzo, inventata e disegnata da Michele Mari man mano che la stesura del romanzo procedeva).

Con raffinatezza e perizia, ammiccando al lettore, Mari inserisce nel suo racconto un numero incredibile di semplici comparse (i vari Kirk e Rick e Amos e Alan, destinati per lo più a morti senza gloria – per inciso, di morti ve ne sono parecchie nel racconto, io ne ho contate venticinque, però qualcuna potrebbe essermi sfuggita), ma anche personaggi già incontrati altrove, come Billy Bones, rubato a Stevenson, o un Pip – preso a prestito da Dickens  -, a cui restituisce nuova vita e a volte anche un diverso e meno crudele destino. Come per l’indimenticabile Lennie sottratto a Steinbeck, per dargli non solo nuova vita, ma anche una morte meno struggente di quella che il suo primo creatore gli aveva inflitto…  Mari non rinuncia neppure a una “colonna sonora” di canti, preferendo al “Quindici uomini sulla cassa del morto” stevensoniano il più casereccio “O pescator che peschi”, meglio noto al pubblico nostrano come “Ravanei remulas barbabietul e spinass”. Per snocciolare poi, con nonchalance e raffinatezza, qualche verso di Foscolo (“Non son chi fui: perì di me gran parte”), una citazione di Seneca, un titolo di Poe, qualche riferimento a Flaxman e Canova, o ad Aristotele persino… con una dedizione velatamente didattica al suo lettore, quello a cui si rivolge al termine di quasi tutti i capitoli, definendolo via via curioso, vertiginoso, informato, autorevole, volubile, eccetera eccetera, come nella miglior tradizione del romanzo ottocentesco, informandolo degli sviluppi della vicenda e commentandola insieme a lui.

Dice Mari in un’intervista: “Per quanto concerne la voce e il tono del narratore e le sue melliflue apostrofi al lettore, ho avuto in mente soprattutto la velenosa cerimoniosità della narrativa inglese settecentesca, Fielding e Sterne su tutti. Altre «maniere», più circoscritte, riguardano il Conrad di Tifone (per il capitolo La tempesta), e la letteratura dello scandalo religioso (Diderot, Sade, Restif de la Bretonne, ma anche il Manzoni della Monaca di Monza) per i personaggi della Badessa e di suor Allison”. Ma poi “Roderick Duddle” entra nel puro campo della narrazione senza confini e modelli, mentre un ritmo dai mille sapori s’impadronisce della trama e Mari gioca la sua partita con il lettore creando un romanzo solo all’apparenza frutto di ricordi letterari: l’opera coinvolge infatti chi legge nel suo mondo straordinariamente ricco, grazie a una ferrea logica narrativa che dosa suspense e colpi di scena in modo perfetto. Raramente un romanziere italiano contemporaneo si è dimostrato in grado di ordire tessuti narrativi così impavidamente ricchi, con fili d’oro e d’argento e con segrete mappe del tesoro inscritte al suo interno: il risultato è il puro piacere della lettura.

A chi ancora pensa che il romanzo italiano sia morto con Calvino, Buzzati, Morante, Vittorini, Pavese, Berto, Pasolini, senza lasciare eredi, consiglio vivamente la lettura di Mari: quanta bravura, quanta cultura, quanta eleganza!

Michele Mari, Roderick Duddle, pp. 496, 22 euro, Einaudi, 2014.

Giudizio: 5/5.

Michele Mari (Milano, 1955)

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27.07.2015 Commenta Feed Stampa