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Odissee di immorali adolescenze o Criminalia #1 di Vito Benicio Zingales

di Vito Benicio Zingales

Ragazzo che si tuffaDa “Mariccio piano”.

(…) c’eravamo nati con la rapina e con la pazienza. Soprattutto, sapevamo essere fame. Di quel mestiere, si pigliava il “fino”, la parte del coltello che faceva incinta l’illusione di scappare… In fondo, era un ripido lascito di speranze già avvenute, una rimessa di intenzioni, impossibili da far percorrere alle conseguenze. E si stava col sapore a starci. Ma con la sete abbracciata agli occhi. Lo ritenevamo nostro e sconsigliabile. “L’unisono al doppio”, lo dicevano gli antichi: da un correggere di zolfo ad uno eccesso liturgico di sbadigli. Ci piaceva la coniugazione al sale e quel criminale bucare possessi da parte a parte. Quando si mescolava puttana, noi ci allungavamo maschi e dolo, benedicendoci seme e fango riparatore. È vero, ostentava, ma avrebbe potuto testimoniare dio se solo le fosse montata la caldana. Riconoscevamo al suo intendere quel potente frastuono che è della logica dei bambini, quella riprovevole innocenza che attribuisce gioia agli impasti del nulla più irrimediabile. Non si opponeva resistenza al suo danno e se la vigoria al delitto accresceva la sua colpa, ci facevamo ricordo, a turno, mesti e vinti. Cosa c’importava la morale o la novità, cosa avrebbe favorito la legge o la giustezza… di quel mordace passaggio eravamo i delinquenti e la frusta con cui si teneva il pregiudizio allontanava da noi quella riga di riverenze straniere “piantumate” a ricatto. L’estetica dello sbaglio era in quel farsi assenti, ma concimati al restare intatti. Ci “figliava” l’orgoglio e la fierezza, ma di quello spiazzo eravamo fendenti al centro e nessun altrove si faceva viaggio al posto nostro. Della nostra condanna eravamo le ali e la destinazione restava dispari al peso della partenza: quel trionfo muto, schiacciato e migrante. Si restava desolati alle aritmetiche e lo svantaggio era un’arte. Si attorcigliava il laccio dell’abbandono e l’arrangiarsi alla compassione ingrassava l’olio del pretesto. (…) Sottomessi al vento: questo valeva il cielo! E se si abbassava di un salto, sapevamo come tentarne gli scarti… Nessuno, tra noi, si usava al rialzo, e se uno era prima all’altro, si custodiva la miseria per offrirla ai porci, la malinconia dei chiodi torti, la chiamavano. 
Eravamo isola e continente, obbligati alla catastrofe dell’immenso. E di quei sotterranei ci facevamo cancrena di frontiere indissolubili; odissee di immorali adolescenze… 
Era il posto che diventavo io.
Tutto questo era nato prima, nonostante la memoria.
Oggi, il mariccio, ci conta vecchi. O da altre parti. Distanti e vinti.
Vbz

27.06.2015 Commenta Feed Stampa